Guardo Boston e dico: Dropkick Murphys – Do or Die (1998)

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C’è stato un momento, nella mia città, in cui i Dropkick Murphys erano presenti ovunque. Mi correggo, scusate, c’è stato un momento (e precisamente dopo l’uscita di Blackout, l’album del 2003) in cui i Dropkick Murphys venivano sparati spesso e volentieri nelle selezioni varie della cantina dove si andava a bere. Ma quella versione dei bostoniani (all’inizio ero convinto fossero irlandesi, vedete voi la potenza della disinformazione) era la più accessibile e più pop, mentre loro arrivavano da un concetto misto di hardcore, punk, musica celtica e rock che era più irrequieto, forse anche perché in Do or Die, il primo disco, c’era Mike McColgan e qualcosa deve aver influito.
Do or Die non contiene le mie canzoni preferite della band e, mi dispiace affermarlo qua, ma non è neanche il disco che più ascolto dei Dropkick. A me piacciono di più dopo, quando raffinano la proposta musicale e incominciano a tirar fuori qualcosa che ti resta incollato nel cervello come una chewing gum sotto la suola. Se dovessi definire come sentire Do or Die, se mi chiedessero di dirlo in pochissime parole, io direi che è un disco da sentire dopo lavoro, quando smonti e, senza esserti cambiato per uscire, vai al TUO pub (perché tutti hanno un loro pub – quel posto dove puoi sederti e sentirti a casa) e con una pinta di Harp Guinness ti butti alle spalle la giornata. Il disco ha la giusta dose di casino, ma dopo sono diventati più caciaroni, più da festona, mentre questo è l’album dei colletti blu, di quelli che si sporcano le mani, di quelli che si spaccano la schiena e possono permettersi di maledire il Governo, la Chiesa, l’Europa e tutto il resto.
Ce lo vedo a girare questo LP mentre si incomincia a parlare di politica, di tagli, di stipendi che stentano ad arrivare e di orari sempre più incasinati perché, cari miei, la flessibilità è il nuovo stile di vita… almeno finché non si arriva a 90° allora incomincia ad essere simile ad un’inculata. Io me lo sento Do or Die mentre gli animi si scaldano e i pugni sbattono sul tavolo e la discussione si fa tesa e poi ecco che Fightstarter Karaoke scatena gli spintoni, i “tu non sai chi sono io”, i “tua madre è….”. Tutto questo.
E poi si finisce tutti a cantare insieme Boys On The Docks (Murphys’ Pub Version).
Ci sono dischi dei Dropkick Murphys che vanno ballati, altri invece vanno cantati abbracciati con i tuoi simili e con un paio di pinte in corpo. Do or Die è un disco del secondo tipo, meno ballerino, più battagliero.
[Zeus]

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Con Satana al tuo fianco: Inquisition – Into the Infernal Regions of the Ancient Cult (1998)

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Dopo una serie di demo ed EP, una collezione lunga 8 anni, gli Inquisition se ne escono con Into the Infernal Regions of the Ancient Cult, il primo disco della lunga discografia della band colombiano-americana. Io ci sono arrivato tardi a questo duo (nell’esordio c’era anche Debandt al basso, subito stroncato e, con buona probabilità, ritornato a impacchettare confezioni premium di purissima coca colombiana) e grazie all’intervento provvidenziale di Skan, il quale mi ha parlato di quel Obscure Verse for the Multiverse che tanto ha traviato i miei sogni notturni popolandoli di creature lovecraftiane.
Se siete partiti come me dal quasi fine (Obscure… è del 2013), quando vi troverete di fronte Into the Infernal Regions of the Ancient Cult sarete al cospetto di una bestia tutt’altro che uguale a quella, fortunatissima, release. Dentro i solchi del primo LP si respira Satana a pieni polmoni, nella versione più sporca, grezza, registrata con tutti i crismi del sound “mezzo lo-fi, ma non troppo da risultare True Norwegian Black Metal” e con una batteria che, in certi momenti, sembra registrata in una caverna tanto è l’eco che ne esce. Il trademark, però, è quello che poi caratterizzerà gli Inquisition negli anni successivi: voce monotona e inquietante nell’essere vicina all’inumano a causa della mancanza della qualsiasi emozione; grande ruolo della batteria e poi il lavoro di Dagon alla chitarra. Se vogliamo, in questo primo CD come chitarrista è ancora alle prese con l’evoluzione dello stile che poi lo caratterizzerà, ma si sente che è proprio là. Gli arpeggi, i passaggi dilatati e poi i riff che, più che accelerare, sono funzionali alla creazione del culto e della ripetitività ritualistica dell’invocazione a Satana.
Se poi vogliamo, nel 1998, Dagon e Incubus riescono a tirar fuori una fra le migliori tracce che mi ricordano i Satyricon che ho sentito negli ultimi anni (The Initiation) e poi quelle canzoni che, di Burzum-iano, ne hanno le stigmate ne vogliamo parlare? Solitary Death In The Nocturnal Woodlands Hail The Cult hanno impressa la benedizione di Varg Vikernes.
E se una canzone di 9 minuti, giocata su ritmiche lente ed evocativa nel suo incedere ritualistico, non ti fa sbadigliare allora, forse, possiamo affermare che è una traccia riuscita. Ma eviterei di fare il track-by-track, quello lo potete trovare anche su altre webzine e, sono certo, lo sanno fare meglio di me. Quindi io mi limito a sottolineare che Journey To Infernukeorreka è un momento di stacco “ritmato” più che mai necessario dopo gli oltre 9 minuti di Summoned by Ancient Wizards Under a Black Moon.
Un esordio che, per me, è qualcosa di più e questo lo imputo alla maturità con cui il duo è arrivato a registrare il disco: 8/9 anni fra demo ed EP formano il carattere e Satana ha tempo di aspettare per il giusto tributo.
Questo disco del 1998 non raggiungerà il livello di viaggio mentale di quelli successivi (diciamo, indicativamente, da Nefarious Dismal Orations) ma da qualche parte il culto doveva partire ed è partito invocando Satana ogni 3×2.
Noi approviamo, sia chiaro.
[Zeus]

Calci in faccia senza tregua. At The Gates – Slaughter Of The Soul (1995)

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Ci sono dischi che ti definiscono e, in qualche modo, definiscono il concetto di rabbia. Panzer Division Marduk è il disco parossistico che ti serve per evitare di entrare in ufficio armato di machete e sacrificare metà della gente a Cthulhu, The Great Southern Trendkill lo usi quando vuoi manifestare il disagio interiore che hai, mentre la doppietta Blinded By Fear/Slaughter of the Soul è un concetto violenza teso a sradicare il sentimento di pesantezza che la giornata porta con sé. So che lo fate, quindi non vi invito neanche a provare, ma per chi fosse nuovo agli At The Gates il processo è semplicissimo: buttate su il CD/youtube e fate partire il disco e poi sentite come le scorie di una giornata vanno a farsi benedire e l’ansia esistenziale venga trascinata via dai vortici delle chitarre di Björler e Larsson. Perché qua sta la potenza di Slaughter Of The Soul, parte subito attaccandoti alla giugulare, mettendo fuori un disagio emozionale che non smette di avere potere neanche dopo oltre 20 anni dalla sua uscita.
Il bello è che poi non smette, non si tira indietro e ti fa colare nelle orecchie tutto quel male che tu agogni. Ecco perché, quando mi hanno proposto l’acquisto di una prima stampa del disco in questione, non ho potuto dire di no: l’impatto che ha Slaughter Of The Soul sulla giornata e sulla tua capacità di mantenere un equilibrio emotivo anche dopo aver discusso con il capo/fidanzata/moglie/marito/figli è impagabile.
Questo CD è talmente epocale che è l’equivalente anni ’90 di Master Of Puppets degli o di Master Of Reality dei seventies, SoTS un disco che viene preso come metro di paragone e capace di creare, quasi da solo (visto che la compagnia era ristretta e prevedeva l’aggiunta di Dark Tranquillity e primi In Flames), un nuovo genere musicale e un follow quasi idolatrico, visto che gli At The Gates risuonano in non so quante copie-carbone sia di qua che di là dell’Oceano.
Non mi dilungo su quanto hanno contribuito a creare (metalcore etc), perché è un misfatto contro l’umanità e non voglio perpetrare anch’io questo crimine. 
Non ho citato il ruolo di Tompa nell’economia di un disco come questo. Ma non credo sia necessario mettere i puntini su tutte le i, soprattutto per un LP uscito 23 anni fa. Slaughter of The Soul è stato sviscerato e analizzato da millemila recensori, fan, malfidenti, appassionati e occasionali ascoltatori della musica del Demonio, ma il disco è ancora capace di fornire emozioni belluine e sincere, forse la qualità che più ci tengo a sottolineare.
Lo senti, porcocazzo, che quando partono la splendida Cold World Of Lies o l’ovvia scelta di Nausea, quello che stai ascoltando è puro vomito emotivo. Non è prefabbricato e c’è tutto un mondo dietro che, ancora oggi, è attuale. O, forse, ci sono rimasto io a certi suoni, certe sensazioni e dovrei svegliarmi un po’.
Io vorrei scrivere altro, ma mi sono incagliato da un po’ e mi sto riascoltando da diversi minuti Need e, forse, questo è il segnale del “chiudi tutto, fai la summa e poi ritorna a sentirti il disco con calma e tranquillità e, se proprio queste condizioni non sono raggiungibili perché il mondo è pieno zeppo di merda, allora sentilo sputando tutta la bile che hai contro questo destino ingrato e sentiti orgoglioso di essere, in quel momento, ad ascoltare un disco come Slaughter Of The Soul mentre altri, là fuori, non sanno cosa si stanno perdendo e vivono male”.
[Zeus]

Weaponized Funk! Clutch – Book Of Bad Decision (2018)

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Sapete cosa? Scrivo questa recensione il 25 ottobre perché, porco demonio, oggi si festeggia il compleanno del sempreverde Bruno degli Slowtorch – uno che, dei Clutch, ci ha fatto una venerazione assoluta. Talmente partito che, da quando sa che ritornano in Italia, sta sbavando come il proverbiale rottweiler per andarli a vedere.
Quindi auguri vecchio mio e adesso basta smancerie che siamo su TMI e non su Cioè, quindi leggiti la recensione e alza una pinta di Guinness alla mia salute!

Quando si parla di rock/hard rock, uno dei primi nomi che deve saltarvi in mente è quello dei Clutch. Senza se e senza ma. Dopo un lungo periodo di permanenza a metà classifica (pur producendo dischi di assoluto valore), la band capitanata da Fallon ha fatto il salto e sta macinando il meritato successo e, finalmente, si vede attribuito lo status che le è proprio.
Basti pensare che gli ultimi due dischi, gli spettacolari Earth Rocker e Psychic Warfare, e capite il discorso di cui sopra. Quindi non c’è da stupirsi se con l’annuncio del nuovo disco, Book of Bad Decision, la mia curiosità fosse al massimo. Forse troppa, ad essere onesti.
Perché i primi singoli (pur dopo svariati ascolti) mi avevano lasciato abbastanza, e stranamente aggiungerei, perplesso: Gimme The Keys e Hot Bottom Feeder non mi avevano esaltato, con la seconda “vagamente sempliciotta”; mentre How To Shake Hands aveva il fascino dato da un video spettacolare e In Walks Barbarella è l’unica canzone che ha un groove schiacciasassi senza se e senza ma (dato dalla copula feroce fra una band stoner e la Motown – si può chiamare anche in questo caso interracial?).
Un grande punto di domanda, fidatevi di me. Perché i primi singoli dei precedenti due dischi erano bombe a grappolo di groove, hard rock e pura e delirante adorazione. Ed ecco che mi è sorto il dubbio: ho proiettato troppe aspettative su questo disco? Troppo hype?
In realtà non è così, perché Book of Bad Decision è un disco che possiede un feeling replicabile dal vivo, quindi scommetto che in dicembre le canzoni faranno venire giù le mura di Milano, e non sono pochi gli episodi in cui si sente un groove importante, caldo e ricco di fuzz come da tradizione recente.
Se proprio devo trovare un qualcosa di “negativo” è la lunghezza del disco: 15 canzoni sono quasi troppe. Intendiamoci, filler non ce ne sono, ma 56 minuti di musica, a volte, mi sembrano lunghissimi. Superano la perfezione dei 40/45 minuti e delle 12 canzoni, cosa che permette a Fallon&Co. di spaccare culi facendoti anche il risvoltino al labbro mentre ti prendono a sberloni con mazzate di vero hard rock.
Perché Vision Quest, con quel pianoforte che ti fa venire in mente una versione stralunata dei Lynyrd Skynyrd, è una canzone micidiale e la doppietta Weird Times / Emily Dickinson sono distillati di groove (la seconda un mezzo grandino sotto).
Quello che i Clutch sono capaci di fare è creare l’atmosfera senza fronzoli e senza troppi artifici. Aver lasciato per strada l’Hammond come parte integrante della band (adesso è un guest per alcune canzoni) ha spento alcune derive più seventies e/o stravaganti, ma ha aperto la strada ad un sound compatto e diretto come un calcione nelle palle dopo aver toccato il culo alla bionda davanti a te.
La cosa incredibile di Book of Bad Decisions è la capacità di conquistarti con il tempo. Non ti lascia in pace, vai a risentirlo e continui a rifarlo. A volte, forse, skippando qua e là. Forse sentendoti solo qualche canzone, ma è uno di quegli LP che ti piazza la scimmia sulla schiena e ci sono pochi gruppi che hanno questa capacità sublime: i Clutch, senza ombra di dubbio, entrano in questa cerchia di band illuminate.
E poi finire un disco con quella che dovrebbe essere una ballad, Lorelei, e trasformarla in quello che sentite su disco è sublime: Lorelei è epica, groovy, calda come le cosce di una bella ragazza e capace di farti scapocciare come la miglior sbronza.
Che dire di più? I Clutch se ne escono, nel 2018, con un disco che ha poco da invidiare al recente passato. Book of Bad Decisions risente inevitabilmente dell’ombra lunga di due pezzi da 90, ma non viene schiacciato e, anzi, riesce a tirar fuori dei momenti di puro hard rock/stoner che conserverete nel cassetto per mostrarlo ai vostri figli/nipoti dicendo: ecco, questo è quello che intendo per ROCK.
E sì che questo disco, dopo averne sentito i singoli, mi era partito in sordina con dubbi, perplessità e domande. Come dicono i più saggi: danke den Schwanz.

Lascio la parola ai Clutch, mentre il sottoscritto, mannaggiaalmondosucuicammino, deve aspettare il weekend per festeggiare.
[Zeus]

Il nuovo dei Behemoth – I Loved You at Your Darkest (2018)

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I Behemoth sono come una ragazza che ti è sempre piaciuta e ha molti tratti che ti fanno arrappare lasciandoti a cazzoritto. Elementi, questi, che ti fanno simpatia e che, pur non frequentandola in maniera assidua, te ne faranno parlare sempre bene o, almeno, in maniera positiva. Poi lo sai, ella ha certe qualità che ti rimangono impresse e, di quelle, ne sei profondamente e le metti nella tua personale compilation di cose da ricordare. Il problema è che, ad un certo punto di tutta questa storia, lei ha fatto il botto. Lei ha tirato fuori una prestazione a letto degna di una Sasha Grey e, porcodemoniocane, ti ha lasciato sfinito e con pochi pensieri oltre al “cristo”. Quella prestazione, nel caso dei Behemoth, è stato The Satanist. Questa botta di vita è il momento culminante di tutto e, guardando indietro nel suo/vostro passato, ti accorgi che ci sono stati anche “momenti down” e che superare quello che ha fatto non sarà fisicamente possibile. Troppi elementi sono finiti nel posto giusto, troppe coincidenze si sono verificate per poter essere una cosa replicabile.
Quello che ho appena detto l’avevano capito anche i Behemoth stessi e, più precisamente, Nergal. Il singer polacco, infatti, decide di mettere in naftalina la sua creatura e uscirsene fuori con un disco stralunato in cui dimostra il suo amore per gente come Nick Cave o, almeno alle mie orecchie, Mark Lanegan.
Questa pausa dura quattro anni.
Sinceramente i Behemoth potevano finire in quel momento, non sarebbe stato il dramma peggiore in assoluto. Ci sono band morte da 10 anni che continuano a uscirsene con dischi sempre più imbarazzanti – qualcuno, prima o poi, dovrà dirgliela questa cosa.
Il suddetto fatto, lo scioglimento all’apice della popolarità e con in canna un disco eccellente come The Satanist, non è avvenuto. Nergal&Co. rientrano in studio e se ne escono nell’anno domini 2018 con I Loved You at Your Darkest.
Quindi, dopo esserti impresso nella memoria le gesta della tizia di cui sopra e averci messo una pietra sopra, ti tocca riprendere in mano la questione e confrontarti con lei – con il dubbio che tutto quello che farà sarà di seconda mano rispetto a prima.
ILYAYD è un disco che non può certo spostarsi da quanto messo in pratica su The Satanist. Non lo può fare perché, con quel disco, Nergal, Inferno e Orion hanno trovato la formula alchemica perfetta per creare l’LP definitivo dei Behemoth. Solo che i polacchi non potevano fare un Satanist #2, quindi ci hanno aggiunto più dark rock, qualche spruzzata di gothic, qualche coro di bambini (che sto odiando a più riprese – God = Dog, titolo che poteva uscire ad un dodicenne, e frustrata da una certa confusione di fondo, alcuni la chiamano “unione delle anime dei Behemoth”, io no.). Dei tre singoli c’è la veloce Wolves ov Siberia e le ritmiche decisamente dark rock di Bartzabel, canzone che non mi dispiace ad essere onesti. Meglio di queste fa Ecclesia Diabolica Catholica, traccia dove finalmente si respira il giusto mix fra tutti gli elementi che sono saltati nella testa di Nergal in questi ultimi quattro anni. E.D.C. quindi vince a mani basse il confronto con il primo singolo God = Dog.
Toccando traccia sei, c’è uno strano momento: ti accorgi che la seconda metà del disco non riesci a ricordarla granché. Ok, c’è Sabbath Mater che ha il tiro giusto e anche Havohej Pantocrator vive sulle ali di un buon climax. Il resto? Le altre canzoni soffrono tutte del morbo dei Behemoth, quello che ti fa apprezzare certe cose, te le fa ricordare e altre te le nasconde alla vista e alla memoria, non per bruttura assoluta, ma perché sono di livello inferiore a quanto proposto sulle tracce bomba. Quindi, dico io, perché ricordarsele?
The Satanist non era replicabile, questo era palese dal momento stesso in cui ho messo il CD nel lettore. Lo sapevo e non poteva essere differente. Con ILYAYD, Nergal tira fuori un disco classico dei Behemoth che, come molti dei precedenti, si farà piacere per certi aspetti e ti lascerà indifferente per altri… ma non avrà mai quella potenza a tutto tondo come The Satanist.
[Zeus]

Marilyn Manson – Mechanical Animals (1998)

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Quando la gente mi nomina Mechanical Animals di Marilyn Manson mi viene in mente la pausa pranzo alle superiori. La scelta era realmente ridotta e potevi scegliere se lasciare il tuo fegato in onore a Satana dal McDonalds/pizza al taglio o se rischiare la legionella/salmonellosi/peste bubbonica alla mensa scolastica. La seconda opzione era per il fine mese, visto che le pochissime lire che giravano all’epoca dovevano durare anche per un pizza o chissà, un CD – quindi prendevi la voglia di vivere sotto braccio e andavi a tentare la sorte e mangiarti delle porcherie che, adesso, probabilmente hanno vietato con la Convenzione di Ginevra e sono alla stregua del waterboarding o del gas mostarda. Quando questo succedeva, ecco che ti trovavi fra le mani troppo tempo libero prima dell’inizio delle lezioni del pomeriggio e quindi giravi per il centro (ma se ti beccavano con la telecamera mentre uscivi ti facevano un culo a strisce), giocavi a calcio sui sampietrini dello spiazzo davanti alle classi o ti nascondevi nell’unica saletta aperta con una TV funzionante. Non ho mai capito perché ci fosse una televisione in quell’aula, giuro, ma evito di fare congetture visto che mi sono seduto ovunque e non voglio sapere se quello che speravo fosse residuo vecchio di cibo fosse frutto dell’amore. La saletta beccava pochi canali, forse Italia 1, Canale 5 e, di sicuro, Music Box. Nel 1998 c’era un video che andava alla grande su Music Box, richiesto sempre e comunque: Marilyn Manson – The Dope Show. Girava ogni quarto d’ora, vi giuro, e non sembrava smettere. L’avrò visto non so quante voglie e, ogni volta, quel video così strano, così lontano dal sound di Antichrist Superstar ti restava dentro e non ti stufava mai (ok, mai è troppo, ma diciamo che ci ha messo molto più tempo di altre canzoni). Perché chi si ricordava Marylin Manson in Antichrist Superstar, in Mechanical Animals ne trova una versione evoluta, meno industrial e più rock o, per essere più precisi, glam rock. Il nuovo personaggio trasgressivo di M.M. è qualcosa che potrebbe essere nato da un’idea di David Bowie sotto dosi pesanti di MDMA e crack da strada: androgino e alieno come solo il Duca Bianco poteva concepire. Marilyn Manson ne riprende l’idea, la rielabora alla luce della fine degli anni ’90 e tira fuori un disco che è rock e che ti piglia male con Speed Of Pain, che ti fa saltare con Rock Is Dead e poi ti fa saltare il banco con quell’intro funk stralunata e con un ritornello che ti si appiccica alla testa come le piattole al cazzo di I Don’t Like the Drugs (But The Drugs Like Me). Questi sono i ritornelli che piacciono, istruttivi e che ti fanno canticchiare mentre stai meditando una strage in posta perché il “vecchio dimmerda” non si sbriga e non ti lascia passare, tanto lui ha esigenze impellenti e non tu, porco il Diavolo, che devi correre al lavoro a guadagnarti una misera pagnotta.
E poi il video, che sembra un film di Rob Zombie ante-litteram. Quindi ti piace a bomba, perché malato e indecente, ma tutto supportato da un songwriting più rock e meno debitore dell’operato dei NIN.
Il finale lasciato a Coma White certifica solo che questo Mechanical Animals è l’ultimo grande album di Marilyn Manson, dopo il 1998, per me, non c’è stata più storia e non ho più seguito quanto fatto dal Reverendo.
[Zeus]

 

God Seed – I Begin (2012)

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Del rigore satanista dei Gorgoroth mi sono sempre piaciute alcune cose, ma non tutte. Ci sono periodi nella storia dei norvegesi dove il mio apprezzamento per il black metal di Infernus&Co. raggiungeva dei picchi di gradimento, mentre in altre annate era qualcosa che facevo fatica a digerire. Spesso per una certa mancanza di “consistenza” nella proposta musicale, troppo ondivaghe le ispirazioni che portarono alla registrazioni degli LP della band norvegese. In fatto di ondivago, e verso il basso, possiamo trovare senza dubbio le prove post-2009 (e diatriba su chi dovesse essere realmente Gorgoroth).
Le figure di Gaahl e King ov Hell fanno discutere, visto che possiamo imputare al duo la perdita dei valori sacri del satanismo ortodosso e del black metal puro a partire da Destroyer o, guardandola sotto altra luce, hanno fornito uno sfogo coerente e con un songwriting convincente il periodo intermedio della vita del gruppo capitanato da Infernus.
Usciti dal giro Gorgoroth, Gaahl e King ov Hell si riuniscono per registrare  il primo disco della nuova formazione, i God Seed. Questo è il 2012, ma il tentativo di uscire con qualcosa che facesse tremare le vene ai fan dei Gorgoroth era già uscito due anni prima e stava sotto il terribile moniker Ov Hell, il disco con Shagrath. Lasciato da parte questo progetto, la reunion Gaahl + King ov Hell da alle stampe I Begin, un disco che piscia in testa a The Underworld Regime e si prende beffa di quello che è uscito sotto il moniker Gorgoroth dal 2009 in avanti. Perché dove Infernus sbatte la testa in un tentativo di ritornare ad un passato che mai e poi mai tornerà, King sfoggia un songwriting ispirato (Alt Liv) e che non ha la necessità assoluta di pestare a mille (Aldrande Tre), così come non si appoggia in maniera sconsiderata su orpelli e orchestrazioni inutili. Quello che c’è dentro I Begin è funzionale all’interpretazione del concetto God Seed. Quindi i mid tempo si fanno sentire, fornendo a Gaahl la possibilità di interpretare le canzoni (Hintsu Dagar) invece che berciare sopra cose senza senso e l’apertura drammatica dagli inserti delle tastiere rendono scura come la notte la musica della band.
Ecco, vorrei sottolineare che spesso si guarda più all’atto sensazionalistico della vita di Gaahl e non si mette in degno risalto che, come vocalist, è estramente versatile. In I Begin recita, va di croonig, spara fuori scream bestiali e la gola gratta e rugge come una bestia in fiera.
I Begin non è il classico disco black metal, questo l’avete capito anche voi. Da i punti alla proposta dei Gorgoroth dopo il 2009 e, questo fattore, dovrebbe già farvi correre a recuperare una copia di quello che è il miglior disco dei Gorgoroth post-2000 che non mai uscirà sotto quel nome.
[Zeus]

Cult of Fire – Triumvirát (2012)

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Non so come sono entrato in contatto con questa band, non me lo ricordo sinceramente. Probabilmente nel mio peregrinare fra i meandri del sound black metal dell’Est, mi sono imbattuto in loro e mi son detto “perché no?”. Forse era dovuto anche all’aver visto un disco con il titolo मृत्यु का तापसी अनुध्यान, che col classico black metal norvegese inchiodacristi e bestemmiasanti aveva ben poco in comune.
Quindi mi sono sentito il primo full lenght, Triumvirát, e ne sono rimasto colpito tanto da farlo rimanere nel mio lettore ipod più del tempo necessario per recensirlo. Parte Závěť světu e cazzo, sai che c’è qualcosa che ti prenderà, quell’atmosfera malsana data dallo scream di Devilish o, piuttosto, quel cazzo di stacco in cui intervengono le tastiere e ti sembra di sentire i Deep Purple/The Doors in un bruttissimo trip di peyote e stuprati dal sempre saggio Satana. Questo è l’effetto straniante di Závěť světu.
Poi giù con bestemmie varie (immagino che in Satan Mentor non si affermi il contrario) e così avanti, ma non capisco la loro lingua e non ho cazzi di mettermi su Google Translate – che fa più danni del sottoscritto quando cerca di far battute in lingua straniera – e capire, con precisione, il significato intrinseco dei titoli di questi tre bestemmiatori seriali della Repubblica Ceca.
Perché il punto forte dei Cult Of Fire è proprio la capacità di creare atmosfere deviate, malate senza metterci per forza di cose i nanetti, le ballerine e tutto il cazzo di circo che ci buttano dentro le band di symphonic black metal. In Triumvirát ci sono i blast beat, i riff veloci, circolari e, soprattutto, si sente bene e in 4K il Demonio. Se vogliamo sono una fra le cose più vicine alla colonna sonora di una messa nera, ti risucchiano dentro un vortice di maleficio che ti infetta man mano che li ascolti (merito, grande merito a dir la verità, di Zdeněk Šikýř – tastierista della band). Sentitevi Černá aura, pezzo in cui i vuoti sono momenti in cui Satana ti parla direttamente o la percussività di Horizont temnoty, con quella batteria che ti martella nelle orecchie prima di lasciare spazio ad un’apertura melodica bislacca.
Ovviamente, per essere un primo LP, ci sono ancora dei margini di miglioramento e alcune lungaggini e certi sprazzi di rumorismo potevano essere sacrificati per raggiungere meglio lo sconsacrato proposito di innalzare un monumento al Grande Capro, ma stiamo parlando di un disco che sposa molte delle caratteristiche che vorreste sentire in una band black metal: malvagità, bei riff, potenza, Satana e quelle dannate tastiere che, finalmente, smettono di essere Bontempi e riescono a fornire effettivamente qualcosa di più alla musica dei Cult of Fire.

[Zeus]

La paura dei computer risolta in Dehumanizer dei Black Sabbath (1992)

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Ho già parlato di questo disco nel grande riassunto Sabbathiano, ma oggi (!?) avevo voglia di parlare di Sabbath, quindi ecco che mi presento con Dehumanizer. Stiamo parlando di un disco che, per i tempi, era qualcosa di avanzato e, nello stesso tempo, già vecchio. Ironia della sorte, no? Il disco è l’ennesimo episodio della grandezza di Iommi come riffmaker e di Dio come singer, visto che entrambi tirano fuori una performance dura, secca, metallica e, pur venendo considerato un classico minore (si confronta con album dal peso specifico importante), Dehumanizer segna un momento importante nella storia dei Sabbath.
Perché? Il motivo è semplicissimo: se vogliamo Dehumanizer è l’album moderno dei Sabbath. Quello che avrebbe dovuto portare la band, così profumata di tutto quello che proveniva dai seventies (cannoni e cocaina) e dagli eighties (cocaina) nel nuovo millennio. Infatti Dio, su espressa richiesta di Geezer (a quanto si legge sulla rete che… volete mettere in dubbio quello che dice Google? Ecco, io no), smette di cantare di fate, regine, flauti magici e tutto l’armamentario fantasy che si portava dietro da una vita e incomincia a sondare il mondo “nuovo” (per l’epoca) del digitale, dei computer, dell’egoismo e dei predicatori televisivi (personaggi di moda negli USA, ma completamente sconosciuti qua da noi… al massimo possiamo esportare il prode Giorgio Mastrota, ma telepredicatori no). Iommi non elimina completamente il blues dalle sue dita, sarebbe come dire a noi di smettere di respirare, ma la tipologia di sound, di mastering etc è cruda e, per i canoni sabbathiani, molto brutale. Teniamo presente che il suono della baffuta mano di dio, per quanto proto-metal, è sempre stato molto caldo e bluesy, quindi il cambio di direzione, con i riff di Dehumanizer, è stata un’evoluzione nell’evoluzione.
All’inizio, quando ero un purista dell’era Ozzy (non sono migliorato, sono solo diventato più aperto alle altre epoche sabbathiane), avevo sempre guardato questo disco del 1992 con una sorta di malcelata diffidenza. Disco della reunion, sound diverso, copertina bruttina (non che ci siano state copertine degne di ‘sto nome da Mob Rules – come disco in studio intendo), tematiche che erano vecchiotte quando l’ho scoperto.. il mix non prometteva bene. Solo dopo diversi anni di ascolti, mi ha incominciato a prendere. Non riesco a reputarlo un grande classico dei Sabbath, non ce la faccio proprio, ma è un disco che ha dentro grandi canzoni e, un paio di volte all’anno, lo si ascolta volentieri (tutto il contrario di dischi come Forbidden che, cristo, sono quello che Iommi non avrebbe mai dovuto registrare – non ascolto così tanto neanche Technical Ecstasy o Never Say Die! ad onor del vero). Il fatto è che dentro Dehumanizer ci sono le melodie proprie del duo Iommi-Dio, quella strana capacità di creare momenti di assoluta calma sognante (che poi viene interrotta dal ritorno dell’elettrica e dalla batteria dritta come un filo a piombo di Appice.
Questo è Dehumanizer, un disco lasciato un po’ indietro nelle classifiche, invecchiato meno bene di della cinquina iniziale, con un sound metal e sprezzante ma ricco di passaggi emozionanti.

P.s: mi spiegate perché l’intro di Master of Insanity mi ricorda sempre i Death?
[Zeus]

 

Goatwhore – Constricting Rage of the Merciless (2014)

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I Goatwhore sono strani, diciamolo chiaro e tondo. Strani non per la proposta che, comunque, ricade in un mix che spazia fra death/thrash e black metal. Spesso i tre generi si vanno a confondere e creare quel blackned death o quel thrash-black, ma il riferimento generale è questo: estremo, tirato al massimo, growl, canzoni con groove (a volte assassino, come Baring Teeth Of Revolt – forse una delle migliori tracce del disco) e un piglio metallico sporco tipico delle band che provengono dalla zona della Louisiana.
Strani, dicevamo, e il motivo è che pur dopo sette dischi in studio (l’ultimo, Vengeful Ascension è dell’anno scorso) non hanno mai fatto il vero salto di qualità. Sono una band che rimane nella serie B del metal, e non è un termine denigratorio è per posizionarli in maniera adeguata nel grande scacchiere delle band metal di tutti i tempi. Perché se dopo vent’anni di attività e tutti quegli LP in studio non hai fatto il salto nell’Olimpo e rimani nel limbo di chi dovrebbe dare di più, visto che ti porti appresso un musicista esperto come Sammy Duet (ex Soilent Green e Acid Bath, band quest’ultima effettivamente seminale e troppo in anticipo sui tempi dello sludge) e L. Ben Falgoust II (anche lui proveniente dall’esperienza Soilent Green) allora un po’ di più dovresti aspettarti.
E lo dico con onestà, i Goatwhore hanno la capacità di essere molto incisivi e appassionanti su certe tracce e poi perdersi in una serie di aggressioni feroci e veloci ma che non ti rimangono in testa più di tanto. Questo è il principale limite della band di New Orleans: la continuità e la concretezza. Anche in questo Constricting Rage of the Merciless cadono nello stesso problema che li caratterizza da una vita e quindi dove trovi canzoni eccellenti, che ti fanno saltare le otturazioni, ecco che stai certo che dietro l’angolo ti becchi anche una canzone estrema sì, ma totalmente anonima. Ascoltare un disco di Sammy Duet è come giocare a campo minato, metti giù le bandierine cercando di capire quando incontri brani interessanti (la già citata Baring Teeth… o la cadenzata Cold Earth Consumed in Dying Flesh) e quando invece ti perdi a pensare ad altro perché la canzone ha pochi spunti brillanti e il resto si perde da qualche parte.
Questo è quanto si può dire dei Goatwhore e, probabilmente, anche dei loro dischi: sono incostanti e, nello stesso tempo, puramente underground, violenti e velenosi. Questo è il mix che li contraddistingue da sempre e che disegna, alla perfezione anche Constricting Rage of the Merciless.
[Zeus]