La paura dei computer risolta in Dehumanizer dei Black Sabbath (1992)

Black-sabbath-dehumanizer.jpg

Ho già parlato di questo disco nel grande riassunto Sabbathiano, ma oggi (!?) avevo voglia di parlare di Sabbath, quindi ecco che mi presento con Dehumanizer. Stiamo parlando di un disco che, per i tempi, era qualcosa di avanzato e, nello stesso tempo, già vecchio. Ironia della sorte, no? Il disco è l’ennesimo episodio della grandezza di Iommi come riffmaker e di Dio come singer, visto che entrambi tirano fuori una performance dura, secca, metallica e, pur venendo considerato un classico minore (si confronta con album dal peso specifico importante), Dehumanizer segna un momento importante nella storia dei Sabbath.
Perché? Il motivo è semplicissimo: se vogliamo Dehumanizer è l’album moderno dei Sabbath. Quello che avrebbe dovuto portare la band, così profumata di tutto quello che proveniva dai seventies (cannoni e cocaina) e dagli eighties (cocaina) nel nuovo millennio. Infatti Dio, su espressa richiesta di Geezer (a quanto si legge sulla rete che… volete mettere in dubbio quello che dice Google? Ecco, io no), smette di cantare di fate, regine, flauti magici e tutto l’armamentario fantasy che si portava dietro da una vita e incomincia a sondare il mondo “nuovo” (per l’epoca) del digitale, dei computer, dell’egoismo e dei predicatori televisivi (personaggi di moda negli USA, ma completamente sconosciuti qua da noi… al massimo possiamo esportare il prode Giorgio Mastrota, ma telepredicatori no). Iommi non elimina completamente il blues dalle sue dita, sarebbe come dire a noi di smettere di respirare, ma la tipologia di sound, di mastering etc è cruda e, per i canoni sabbathiani, molto brutale. Teniamo presente che il suono della baffuta mano di dio, per quanto proto-metal, è sempre stato molto caldo e bluesy, quindi il cambio di direzione, con i riff di Dehumanizer, è stata un’evoluzione nell’evoluzione.
All’inizio, quando ero un purista dell’era Ozzy (non sono migliorato, sono solo diventato più aperto alle altre epoche sabbathiane), avevo sempre guardato questo disco del 1992 con una sorta di malcelata diffidenza. Disco della reunion, sound diverso, copertina bruttina (non che ci siano state copertine degne di ‘sto nome da Mob Rules – come disco in studio intendo), tematiche che erano vecchiotte quando l’ho scoperto.. il mix non prometteva bene. Solo dopo diversi anni di ascolti, mi ha incominciato a prendere. Non riesco a reputarlo un grande classico dei Sabbath, non ce la faccio proprio, ma è un disco che ha dentro grandi canzoni e, un paio di volte all’anno, lo si ascolta volentieri (tutto il contrario di dischi come Forbidden che, cristo, sono quello che Iommi non avrebbe mai dovuto registrare – non ascolto così tanto neanche Technical Ecstasy o Never Say Die! ad onor del vero). Il fatto è che dentro Dehumanizer ci sono le melodie proprie del duo Iommi-Dio, quella strana capacità di creare momenti di assoluta calma sognante (che poi viene interrotta dal ritorno dell’elettrica e dalla batteria dritta come un filo a piombo di Appice.
Questo è Dehumanizer, un disco lasciato un po’ indietro nelle classifiche, invecchiato meno bene di della cinquina iniziale, con un sound metal e sprezzante ma ricco di passaggi emozionanti.

P.s: mi spiegate perché l’intro di Master of Insanity mi ricorda sempre i Death?
[Zeus]

 

Annunci