Marilyn Manson – Mechanical Animals (1998)

Marilyn Manson - Mechanical Animals.png

Quando la gente mi nomina Mechanical Animals di Marilyn Manson mi viene in mente la pausa pranzo alle superiori. La scelta era realmente ridotta e potevi scegliere se lasciare il tuo fegato in onore a Satana dal McDonalds/pizza al taglio o se rischiare la legionella/salmonellosi/peste bubbonica alla mensa scolastica. La seconda opzione era per il fine mese, visto che le pochissime lire che giravano all’epoca dovevano durare anche per un pizza o chissà, un CD – quindi prendevi la voglia di vivere sotto braccio e andavi a tentare la sorte e mangiarti delle porcherie che, adesso, probabilmente hanno vietato con la Convenzione di Ginevra e sono alla stregua del waterboarding o del gas mostarda. Quando questo succedeva, ecco che ti trovavi fra le mani troppo tempo libero prima dell’inizio delle lezioni del pomeriggio e quindi giravi per il centro (ma se ti beccavano con la telecamera mentre uscivi ti facevano un culo a strisce), giocavi a calcio sui sampietrini dello spiazzo davanti alle classi o ti nascondevi nell’unica saletta aperta con una TV funzionante. Non ho mai capito perché ci fosse una televisione in quell’aula, giuro, ma evito di fare congetture visto che mi sono seduto ovunque e non voglio sapere se quello che speravo fosse residuo vecchio di cibo fosse frutto dell’amore. La saletta beccava pochi canali, forse Italia 1, Canale 5 e, di sicuro, Music Box. Nel 1998 c’era un video che andava alla grande su Music Box, richiesto sempre e comunque: Marilyn Manson – The Dope Show. Girava ogni quarto d’ora, vi giuro, e non sembrava smettere. L’avrò visto non so quante voglie e, ogni volta, quel video così strano, così lontano dal sound di Antichrist Superstar ti restava dentro e non ti stufava mai (ok, mai è troppo, ma diciamo che ci ha messo molto più tempo di altre canzoni). Perché chi si ricordava Marylin Manson in Antichrist Superstar, in Mechanical Animals ne trova una versione evoluta, meno industrial e più rock o, per essere più precisi, glam rock. Il nuovo personaggio trasgressivo di M.M. è qualcosa che potrebbe essere nato da un’idea di David Bowie sotto dosi pesanti di MDMA e crack da strada: androgino e alieno come solo il Duca Bianco poteva concepire. Marilyn Manson ne riprende l’idea, la rielabora alla luce della fine degli anni ’90 e tira fuori un disco che è rock e che ti piglia male con Speed Of Pain, che ti fa saltare con Rock Is Dead e poi ti fa saltare il banco con quell’intro funk stralunata e con un ritornello che ti si appiccica alla testa come le piattole al cazzo di I Don’t Like the Drugs (But The Drugs Like Me). Questi sono i ritornelli che piacciono, istruttivi e che ti fanno canticchiare mentre stai meditando una strage in posta perché il “vecchio dimmerda” non si sbriga e non ti lascia passare, tanto lui ha esigenze impellenti e non tu, porco il Diavolo, che devi correre al lavoro a guadagnarti una misera pagnotta.
E poi il video, che sembra un film di Rob Zombie ante-litteram. Quindi ti piace a bomba, perché malato e indecente, ma tutto supportato da un songwriting più rock e meno debitore dell’operato dei NIN.
Il finale lasciato a Coma White certifica solo che questo Mechanical Animals è l’ultimo grande album di Marilyn Manson, dopo il 1998, per me, non c’è stata più storia e non ho più seguito quanto fatto dal Reverendo.
[Zeus]

 

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