Weaponized Funk! Clutch – Book Of Bad Decision (2018)

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Sapete cosa? Scrivo questa recensione il 25 ottobre perché, porco demonio, oggi si festeggia il compleanno del sempreverde Bruno degli Slowtorch – uno che, dei Clutch, ci ha fatto una venerazione assoluta. Talmente partito che, da quando sa che ritornano in Italia, sta sbavando come il proverbiale rottweiler per andarli a vedere.
Quindi auguri vecchio mio e adesso basta smancerie che siamo su TMI e non su Cioè, quindi leggiti la recensione e alza una pinta di Guinness alla mia salute!

Quando si parla di rock/hard rock, uno dei primi nomi che deve saltarvi in mente è quello dei Clutch. Senza se e senza ma. Dopo un lungo periodo di permanenza a metà classifica (pur producendo dischi di assoluto valore), la band capitanata da Fallon ha fatto il salto e sta macinando il meritato successo e, finalmente, si vede attribuito lo status che le è proprio.
Basti pensare che gli ultimi due dischi, gli spettacolari Earth Rocker e Psychic Warfare, e capite il discorso di cui sopra. Quindi non c’è da stupirsi se con l’annuncio del nuovo disco, Book of Bad Decision, la mia curiosità fosse al massimo. Forse troppa, ad essere onesti.
Perché i primi singoli (pur dopo svariati ascolti) mi avevano lasciato abbastanza, e stranamente aggiungerei, perplesso: Gimme The Keys e Hot Bottom Feeder non mi avevano esaltato, con la seconda “vagamente sempliciotta”; mentre How To Shake Hands aveva il fascino dato da un video spettacolare e In Walks Barbarella è l’unica canzone che ha un groove schiacciasassi senza se e senza ma (dato dalla copula feroce fra una band stoner e la Motown – si può chiamare anche in questo caso interracial?).
Un grande punto di domanda, fidatevi di me. Perché i primi singoli dei precedenti due dischi erano bombe a grappolo di groove, hard rock e pura e delirante adorazione. Ed ecco che mi è sorto il dubbio: ho proiettato troppe aspettative su questo disco? Troppo hype?
In realtà non è così, perché Book of Bad Decision è un disco che possiede un feeling replicabile dal vivo, quindi scommetto che in dicembre le canzoni faranno venire giù le mura di Milano, e non sono pochi gli episodi in cui si sente un groove importante, caldo e ricco di fuzz come da tradizione recente.
Se proprio devo trovare un qualcosa di “negativo” è la lunghezza del disco: 15 canzoni sono quasi troppe. Intendiamoci, filler non ce ne sono, ma 56 minuti di musica, a volte, mi sembrano lunghissimi. Superano la perfezione dei 40/45 minuti e delle 12 canzoni, cosa che permette a Fallon&Co. di spaccare culi facendoti anche il risvoltino al labbro mentre ti prendono a sberloni con mazzate di vero hard rock.
Perché Vision Quest, con quel pianoforte che ti fa venire in mente una versione stralunata dei Lynyrd Skynyrd, è una canzone micidiale e la doppietta Weird Times / Emily Dickinson sono distillati di groove (la seconda un mezzo grandino sotto).
Quello che i Clutch sono capaci di fare è creare l’atmosfera senza fronzoli e senza troppi artifici. Aver lasciato per strada l’Hammond come parte integrante della band (adesso è un guest per alcune canzoni) ha spento alcune derive più seventies e/o stravaganti, ma ha aperto la strada ad un sound compatto e diretto come un calcione nelle palle dopo aver toccato il culo alla bionda davanti a te.
La cosa incredibile di Book of Bad Decisions è la capacità di conquistarti con il tempo. Non ti lascia in pace, vai a risentirlo e continui a rifarlo. A volte, forse, skippando qua e là. Forse sentendoti solo qualche canzone, ma è uno di quegli LP che ti piazza la scimmia sulla schiena e ci sono pochi gruppi che hanno questa capacità sublime: i Clutch, senza ombra di dubbio, entrano in questa cerchia di band illuminate.
E poi finire un disco con quella che dovrebbe essere una ballad, Lorelei, e trasformarla in quello che sentite su disco è sublime: Lorelei è epica, groovy, calda come le cosce di una bella ragazza e capace di farti scapocciare come la miglior sbronza.
Che dire di più? I Clutch se ne escono, nel 2018, con un disco che ha poco da invidiare al recente passato. Book of Bad Decisions risente inevitabilmente dell’ombra lunga di due pezzi da 90, ma non viene schiacciato e, anzi, riesce a tirar fuori dei momenti di puro hard rock/stoner che conserverete nel cassetto per mostrarlo ai vostri figli/nipoti dicendo: ecco, questo è quello che intendo per ROCK.
E sì che questo disco, dopo averne sentito i singoli, mi era partito in sordina con dubbi, perplessità e domande. Come dicono i più saggi: danke den Schwanz.

Lascio la parola ai Clutch, mentre il sottoscritto, mannaggiaalmondosucuicammino, deve aspettare il weekend per festeggiare.
[Zeus]

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