Guardo Boston e dico: Dropkick Murphys – Do or Die (1998)

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C’è stato un momento, nella mia città, in cui i Dropkick Murphys erano presenti ovunque. Mi correggo, scusate, c’è stato un momento (e precisamente dopo l’uscita di Blackout, l’album del 2003) in cui i Dropkick Murphys venivano sparati spesso e volentieri nelle selezioni varie della cantina dove si andava a bere. Ma quella versione dei bostoniani (all’inizio ero convinto fossero irlandesi, vedete voi la potenza della disinformazione) era la più accessibile e più pop, mentre loro arrivavano da un concetto misto di hardcore, punk, musica celtica e rock che era più irrequieto, forse anche perché in Do or Die, il primo disco, c’era Mike McColgan e qualcosa deve aver influito.
Do or Die non contiene le mie canzoni preferite della band e, mi dispiace affermarlo qua, ma non è neanche il disco che più ascolto dei Dropkick. A me piacciono di più dopo, quando raffinano la proposta musicale e incominciano a tirar fuori qualcosa che ti resta incollato nel cervello come una chewing gum sotto la suola. Se dovessi definire come sentire Do or Die, se mi chiedessero di dirlo in pochissime parole, io direi che è un disco da sentire dopo lavoro, quando smonti e, senza esserti cambiato per uscire, vai al TUO pub (perché tutti hanno un loro pub – quel posto dove puoi sederti e sentirti a casa) e con una pinta di Harp Guinness ti butti alle spalle la giornata. Il disco ha la giusta dose di casino, ma dopo sono diventati più caciaroni, più da festona, mentre questo è l’album dei colletti blu, di quelli che si sporcano le mani, di quelli che si spaccano la schiena e possono permettersi di maledire il Governo, la Chiesa, l’Europa e tutto il resto.
Ce lo vedo a girare questo LP mentre si incomincia a parlare di politica, di tagli, di stipendi che stentano ad arrivare e di orari sempre più incasinati perché, cari miei, la flessibilità è il nuovo stile di vita… almeno finché non si arriva a 90° allora incomincia ad essere simile ad un’inculata. Io me lo sento Do or Die mentre gli animi si scaldano e i pugni sbattono sul tavolo e la discussione si fa tesa e poi ecco che Fightstarter Karaoke scatena gli spintoni, i “tu non sai chi sono io”, i “tua madre è….”. Tutto questo.
E poi si finisce tutti a cantare insieme Boys On The Docks (Murphys’ Pub Version).
Ci sono dischi dei Dropkick Murphys che vanno ballati, altri invece vanno cantati abbracciati con i tuoi simili e con un paio di pinte in corpo. Do or Die è un disco del secondo tipo, meno ballerino, più battagliero.
[Zeus]

2 pensieri su “Guardo Boston e dico: Dropkick Murphys – Do or Die (1998)

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