Mark Lanegan – Scraps at Midnight (1998)

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Mi allontano ancora una volta dal metal vero e proprio, ma in questo 1998 sono usciti album interessanti sotto vari aspetti della musica, quindi mi sembra giusto esplorare e, con poche e giuste eccezioni, andare a parlare di artisti o dischi belli e da recuperare.
C’è una cosa che mi sta sulla minchia ed è tutta la marmaglia di gente che si mette a parlare di Mark Lanegan perché l’ha visto collaborare con i Queens Of The Stone Age. Da quel momento sembra essere diventato un nuovo idolo quando, per il sottoscritto, lo era già da moltissimi anni, direi dai tempi degli Screaming Trees. Non mi metto a parlare di questa band grunge (ma la definizione è sballata, visto che hanno una componente lisergica e psichedelica molto più accentuata degli altri “rappresentanti del grunge“) e mi butto subito sul singer. La sua carriera solista è iniziata presto (1990) e da quel momento in poi non ha accennato a diminuire di qualità e continuità – a parte il periodo compreso fra il 2004 e il 2012 in cui Lanegan era preso da mille progetti fra QOTSA, duetti e via dicendo -.
Avevo trovato The Winding Sheet in un mercatino dell’usato, mentre lo stupendo Whiskey For The Holy Ghost era in promo nel negozio dove giravo (era così conosciuto che lo vendevano a poche Lire). Di quest’ultimo mi sono innamorato follemente. La depressione, il tono che mischiava Tom Waits con quello di Cohen e tutto l’insieme del disco mi hanno fatto capire che Lanegan sarebbe stato uno dei miei singer preferiti (per il genere, sia chiaro).
Nel 1998 è uscito Scraps at Midnight e mi ha lasciato interdetto. Forse avevo amato troppo WftHG o forse non l’ho preso al momento esistenziale giusto, che ne so io, ma quando è partita Hospital Roll Call ho capito che non era un disco di facile assimilazione. C’era più dolore, più sofferenza, redenzione e percorso umano in questo LP che nel precedente, forse, e dico forse, perché in questo disco si sente l’eco della fucilata in testa di Kurt Cobain (amico stretto di Lanegan) o della tossicodipendenza che in quel periodo stava mettendo a dura prova la salute del singer americano.
Poi mettici la canzone da ultima sigaretta e via, quei brani che ascolti in macchina con un amico, mentre stai riflettendo su quello che ti aspetta nel futuro (Last One in the World) e poi gli echi di Cohen in Hotel, mentre le tematiche “positive” di Bell Black Ocean e Stay non risaltano come tali, ma sono ammantate da quella caligine, quella nebbiolina fredda che copre il mondo.
Scraps at Midnight è un disco che mi ha lasciato stranito e, ancora adesso che lo sento qualche volta – ma più canzoni singole che l’album intero -, non riesco a recepirlo con quell’attitudine con cui ascolto Whiskey… o il successivo Field Songs.
Io mi pongo l’obiettivo di capirlo quando, nel mondo, cambieranno delle cose o quando il mio umore sarà buio come la pece e, in questo disco di fallimento e redenzione, ci troverò delle risposte.
[Zeus]

 

Sabbia, Assiri e Faraoni. Nile – Amongst the Catacombs of Nephren-Ka (1998)

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A riascoltarlo dopo anni, devo ammettere che Amongst the Catacombs of Nephren-Ka non me lo ricordavo così diretto. Forse perché questo disco l’avevo evitato e sono partito con i Nile del dopo 2000 e mi sono piaciuti alcuni brani (Lashed To The Slave Stick solo per fare un esempio) di quella versione degli americani. Non saprei dirlo, ma a risentire questo disco si sente la differenza di cattiveria che anima la band. Qua dentro, in questo debut di 33 minuti, c’è dentro Egitto, mummie, pestilenze e canti di guerra e si sentono tutti, supportati da un death metal tecnico, incisivo, veloce e dritto al punto.
I brani, quelli lunghissimi e pesanti che segneranno la produzione di Sanders negli anni che verranno, non si vedono. Quelli arriveranno con calma, a partire dalla seconda metà del 2000 e incominceranno ad infestare alcune canzoni di Ithyphallic.
Qua dentro non c’è niente di tutto questo: ci sono brani in media di 2/3 minuti con pochissime punte sopra i 4 (Ramses Bringer of WarStones of Sorrow, entrambe con intro abbastanza lunghe e con la prima veloce e ferale, mentre la seconda è più cadenzata e asfissiante).
In Amongst the Catacombs of Nephren-Ka non c’è la superstar Kollias e neanche Dallas Toler-Wade, ma un trittico compatto, con un sound preciso, tecnico senza avere la terribile produzione plasticata della Nuclear Blast (infatti, fino al 2005, i Nile sono sotto Relapse Records e si sente).
Un disco da riscoprire.
[Zeus]

Incursioni in territori elettronici. Massive Attack – Mezzanine (1998)

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Il 1998 è stato l’unico anno che una canzone trip hop/elettronica è riuscita a piacermi e distogliermi dal sacro credo che la musica va suonata. La canzone è ovviamente Teardrop e anche chi è metallaro duro e puro può capire che funziona. Funziona senza se e senza ma. Ha tutto quello che può interessarti in una canzone lontana dal tuo spettro musicale: ha il beat, ha il groove, ha la malinconia e l’oscurità (perché tutto si può dire di Teardrop o di Mezzanine, tranne che sia un disco allegro). Stiamo parlando di un brano concepito in maniera eccellente che, per un momento di hangover, funziona alla grande e ci sono buone probabilità che, nel corso dell’anno, un paio di volte questa canzone me la ascolto anche senza il necessario residuo di una serata da leoni.
Mezzanine è arrivato sul mercato e ha fatto letteralmente il botto. A scuola da me ne parlavano e, vi posso assicurare, che trovare qualcuno con apertura mentale superiore alla musica da radio era un vero e proprio jolly. Quindi se Mezzanine ha fatto breccia nelle loro menti, non c’è niente da fare, era un disco che doveva essere ascoltato.
Avevo parenti di qualche anno più grandi del sottoscritto che lo avevano. I Massive Attack erano sulla bocca di tutti e il genere, il trip hop, ha incominciato a uscire dallo scantinato dei club per andare a insidiare la cultura più mainstream.
Per me, ovvio, Mezzanine vive solo per la bellezza di Teardrop e poi il resto non riesce a prendermi. Il genere che i tre britannici propongono è veramente troppo fuori dalle mie coordinate per poterlo apprezzare in maniera piena e consapevole, ma è un disco da tenere (anche solo in formato mp3) quando inviti qualche ragazza a casa che, con la musica adorata da te e dal Diavolo, non ha proprio molto da spartire (male, ragazza, male!). Mezzanine è un disco che può far atmosfera, che lo unisci ad una cena fatta da te e, se l’intento è quello di portarla in branda, allora ti fornisce una buona soundtrack che lei potrebbe apprezzare. Basta che non fate partire, in rapida sequenza, gli Anaal Nathrakh che vi faranno ringalluzzire come un cervo in primavera, ma potrebbero spaventare la povera compagna.
In realtà volevo parlare solo di Teardrop in questa recensione, quindi mi fermo qua. Non saprei bene cosa dire di questo disco oltre quello che ho già scritto, se non ribadendo il concetto sopra esposto: la canzone, quel singolo, è stato l’unico esempio concreto di conversione alla musica elettronica. Ognuno ha i suoi guilty pleasures, come li chiamano nella fredda Albione.
[Zeus]

Nel 1998 è uscito un disco che vi cambierà la vita… Iron Monkey – Our Problem

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Era da un po’ che volevo scrivere qualcosa su questo disco. Lo aspettavo da un paio d’anni, ad onor del vero, visto che nel 2018, Our Problem degli inglesi Iron Monkey, compie vent’anni di onoratissima carriera. Onoratissima, che paroloni… visto che stiamo parlando di uno degli album sludge che, sotto molti aspetti, ha rivoluzionato il modo di intendere il genere nella gelidissima Albione. In America, lo sludge era già stato monopolizzato dalla zona NOLA (grazie anche all’intervento di Phil Anselmo in versione PR per Crowbar e Eyehategod) e da altre città industriali che poi sforneranno band che, della lucidità e della sobrietà, non sanno proprio che farnese. L’America era quindi coperta e, pur non avendo un canone comune sotto cui incasellare lo sludge, la scena era viva e vegeta. In UK, invece, la situazione si stava muovendo ma ci vollero i nostri paladini Iron Monkey per portare un tocco di depravazione in più. Ci volle il debutto omonimo per scatenare la voglia di un sound caustico, irruento, circolare e devastante e poi, un anno dopo, ecco Our Problem.
Non riesco a decidermi se mi piace di più il disco di debutto o questo, ma punto su questo LP del 1998 per questioni affettive. Se sono arrivato agli Iron Monkey è perché ho sentito Bad Year e, pur non capendo affatto le lyrics (John Morrow ha un conto in sospeso con tutto e tutti e bercia nel microfono tutto il suo risentimento più viscerale), ho capito che stava parlando del mio anno. O con me. O ce l’aveva con me in maniera risentita, cosa che potrei anche supporre e, quindi, non mi sono sentito di contestare visto l’impatto che ha/aveva Our Problem sul mio ottimo umore.
Questo è quello che mi piace del disco: ha la stessa proprietà di dischi come Panzer Division Marduk e simili di portarti il buonumore nella vita, giusto perché scarichi la voglia di uccidere tutti con il machete appena questi LP incominciano a ronzarti nelle orecchie. Partono i riff che profumano di Black Sabbath sotto droghe da cavallo e il mondo ritorna a girare bene. Parte il riff di Supagorgonizer o di Boss Keloid e capisci che gli Iron Monkey devono essere nella lista dei gruppi sludge da sentire senza se e senza ma.
Quando l’ho proposto durante una gita a vedere un festival (tappa finale Marduk come headliner), i miei compagni di scorribande non erano pronti alle bastonate degli inglesi. Marciavano al ritmo del metal e, in alcuni casi, erano anche appassionati di un certo genere estremo (death metal), ma la proposta degli Iron Monkey, capace di unire i Sabbath all’hardcore, le droghe pesanti a tutto il marcio, il disgusto, la violenza e chi più ne ha più ne metta, non era pane per i loro denti. Troppo trasversali, non rientrando in nessuna categoria conosciuta. Troppo seminali  se vogliamo (all’epoca il sound era in evoluzione e, dalle parti americane, i Crowbar stavano facendo uscire una serie di dischi sempre più mirati e pesanti) e, per questo motivo, nel sound dello sludge inglese si sentono ancora i germi di quello che questi cinque inglesi hanno creato vent’anni fa. L’anno scorso sono ritornati con l’album 9-13, buon disco capace di scartavetrare le orecchie per bene, ma parte del bello dei primi dischi era anche il carisma di Morrow dietro il microfono. Secondo me un cantante/screamer/uomo-che-sta-male degno di questo nome per il genere.
Non potevano durare per sempre, però. Questo è poco ma sicuro. Troppo estremi, troppo oltre l’alcolismo come forma di protesta e ormai a pieno titolo ubriaconi strafatti, troppo violenti (come sound e come attitudine generale nella vita) e, in sostanza, troppo veri per poter proseguire oltre due dischi insieme. Già dopo questo si mormoravano parole di scioglimento, con Morrow alle prese con altri progetti, ma sono stati i reni del singer britannico a mettere fine a tutto, senza lasciar spazio a niente che non fosse il rimpianto di una, ennesima, grande band proveniente da Nottingham (UK).
[Zeus]

Nuovo video degli Emerald Shine

[riceviamo e pubblichiamo]

Di seguito il nuovo video della band ceca EMERALD SHINE, intitolato The Elven King.

Per maggiori informazioni:
Facebook https://www.facebook.com/emeraldshine…
Instagram: https://www.instagram.com/emeraldshin…
SoundCloud: https://soundcloud.com/emerald-shine/
ReverbNation: https://www.reverbnation.com/emeralds…
Bandzone: bandzone.cz/emeraldshine

Per acquistare il nuovo disco “Misty Tales”:
Get the album: Spotify: https://spoti.fi/2DuiSTo
Google Play: https://goo.gl/dGgtGd
iTunes: https://goo.gl/7AKcdW
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Deezer: https://goo.gl/p1j8zJ
Napster: https://goo.gl/EvbKvs
Tidal: https://goo.gl/NGzuPy

Se volete la copia in digipack con booklet, scrivete a: emerald.shine.band@gmail.com

 

Satana e compagnia svedese: Necrophobic – Darkside (1997)

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Mentre il mondo veniva investito da dischi come Enthrone Darkness Triumphant dei Dimmu Borgir o Anthems to the Welkin at Dusk degli Emperor, in Svezia i Necrophobic davano alla luce il loro secondo disco: Darkside, nonché il primo LPsenza David Parland alla chitarra (di scuola Dark Funeral). Mi ricordo di aver scoperto questo LP, come è giusto che sia, dopo aver sentito i Dissection, band alla quale i Necrophobic guardano come faro nella nebbia. Il sound è quello tipico della band di Jon Nödtveidt e lo si sente dalle misture di black metal, death metal e gelida melodia che percorrono tutte le tracce di questo CD. All’epoca del primo ascolto me ne sono innamorato, tanto che quando hanno fatto la ri-edizione ad inizio 2000 (complice anche un’etichetta italiana, se non ricordo male), mi sono proposto subito per recensire i primi 4 dischi della compagine svedese. Riascoltare con orecchie più mature questo disco, però, è tutta un’altra cosa. Senti che il blackned death metal della band è ancora in fase di evoluzione o, dopo aver esordito con un disco come The Nocturnal Silence, in fase d’assestamento. Altra cosa che ti salta all’occhio è che gli strumentali sono troppi (bella solo Venaesectio) per un disco che di minuti ne conta 37.
A parte queste considerazioni iniziali, ribadisco un concetto: il riffing dei Necrophobic annata 1997 è freddo, controllato e, quando gli consentono di esplodere, ecco che arrivano fuori gli anthem (dimenticatevi voi Darkside o Black Moon Rising…) e questa è una caratteristica che manterranno anche nel futuro (vedasi i pezzi da festone alcolico contenuti nell’ultimo disco). Non sempre le canzoni arrivano dritte al punto, a mio parere The Call tentenna in certi momenti, mentre i due minuti di Nailing The Holy One sono feroci, brutali e si sente Satana alla grande. Forse una delle canzoni più malvage di questo disco, peccato che il crescendo d’emozione viene interrotto nuovamente dall’ultimo strumentale, Nifelhel, che dura 4 lunghi minuti e non aggiungono assolutamente nulla al disco. Le vocals di Tobbe Sidegård, promosso a singer (al posto di Anders Strokirk), sono iraconde e si aggiustano bene con il sound freddo della band. Questo è un aspetto da tenere a mente, visto che il suo timbro vocale caratterizzerà buona parte dell’avventura degli svedesi – almeno fino al ritorno del figliol prodigo Strokirk proprio in occasione dell’ultimo Mark Of The Necrogram.

Quando ho iniziato a scrivere questa recensione, vi giuro, pensavo di partire in elogi spropositati… invece mi sono accorto di quanto l’inesperienza&l’esaltazione possano fuorviare nella recensione e, vent’anni dopo la sua uscita, quello che io consideravo un piccolo capolavoro del sound blackned death svedese di matrice Dissection, in realtà è “solo” un gran bel disco. Non è poco, sia chiaro, ma anche queste sono scoperte.

[Zeus]


Il suono del demonio. Funeral Mist – Devilry (1998)

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Quanto cazzo sono belli i Funeral Mist? Non penso mi stancherò mai di ripeterlo e, vi giuro, nel momento in cui i Marduk hanno cambiato rotta staccandosi da Legion (il cui rapporto era ormai compromesso e la qualità media dei dischi in rapidissima picchiata) e preso in seno il leader della qui presente band, il sottoscritto ha fatto salti di gioia.
Non hanno fatto così molti del parco black metal, ma me ne sbatto il cazzo del giudizio generale e vi ripeto: Mortuus/Arioch ha dato ai Marduk una seconda vita. Poi potete dire quel cazzo che vi pare, ma così è. Punto.
L’impronta satanica è talmente forte che, ascoltando Devilry (primo EP della band svedese), si rischia di vedersi entrare in stanza il Grande Capro in persona. Quindi c’è solo da mettersi comodi e capire che, quando partono le rasoiate, l’unica cosa che dovete fare è assistere alla colonna sonora dell’apocalisse e della distruzione di tutto ciò che è buono e sacro nel mondo.
Arioch non nasconde posizioni forti e che non mancheranno di suscitare scandalo, ma se bisogna essere emissari del male (The Devil’s Emissary), non si può certo sostenere che il proprio credo stia nella salvaguardia dei gattini, degli amici, dell’amor cortese e tutto quello che sta nel reparto “buono&giusto” della vita. Il black metal è il suono della corruzione, della disfatta, del male, delle cose più turpi, oscene e cattive che la vostra mente possa immaginare (Bringer Of Terror).
In questo EP ci sono già molti dei tratti distintivi dei Funeral Mist che verranno: black metal satanico, che concepisce sia momenti di aggressione pura sia rallentamenti sulfurei e/o parti vagamente melodiche (Funeral Mist) e, per finire, l’assoluta propensione a distorcere tutto con inserti esterni e/o filtri deliranti. Questo è il sound dei Funeral Mist in nuce. Se in un secondo tempo le lyrics diventeranno più ragionate e improntate ad una storpiatura satanica delle letture cristiane è solo perché, con il passare degli anni, Arioch è diventato un songwriter più incisivo e sicuro di sé (tanto da influenzare moltissimo il sound Marduk in dischi come Wormwood Rom 5:12).
In Devilry si sente Satana e blasfemia. In Devilry c’è il black metal senza le cazzate, le copertine vedo-non vedo e tutto quello che arriverà a influenzare il sound del Grande Capro dopo l’esplosione melodica di band come i Dimmu Borgir e i Cradle Of Filth.
[Zeus]

Una collezione di perle. Dark Tranquillity – The Gallery (1995)

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Quando ho sentito The Gallery, ho capito che sarebbe stato amore a prima vista. C’è poco da fare, tanto che pur di sentirmi bene, ma veramente bene, alcuni degli estratti del disco in occasione del live Where Death Is Most Alive (registrato a Milano nel 2009) mi sono persino beccato un calcione in pieno petto da Stanne in caduta libera sul pubblico. Ma, in fin dei conti, che cazzo me ne frega se stai assistendo ad una prova maiuscola degli svedesi e, in mezzo ai vari brani recenti, spunta fuori Edenspring o la canzone della depressione per eccellenza Lethe. Quando sono arrivato a casa e mi sono tolto la maglia, mi sono accorto del livido che, come marchio di qualità, mi è rimasto stampato sul petto per alcuni giorni.
Cosa ne vogliono sapere quelli che si vedono i concerti dalle tribune di queste cose? Se voglio vedermi un concerto tranquillo, senza spintoni, senza abbracciare gente sconosciuta a caso, senza il tanfo di sudore, birra e testosterone, allora mi prendo un DVD e lo guardo con le cuffie per assaporare la definizione HD del sound.
Torniamo a The Gallery. Torniamo ad un disco che, in qualche modo, definirà il sound dei Dark Tranquillity e che ne rimarrà sempre il metro di paragone (anche se il successivo The Mind’s I del 1997 non gli è troppo dietro, come ho già avuto modo di dire). La formazione è quella con Johannson – Sundin alle chitarre e Henriksson al basso, mentre per Stanne è la prima prova dietro al microfono su un LP per i Dark Tranquillity.
Cinque ragazzi che, con un disco, contribuiscono a creare un genere musicale insieme ai compari In Flames e agli At The Gates, Un sound che diventerà dapprima sempre più sfaccettato con l’aggiunta dell’elettronica, ma che poi perderà progressivamente spinta ed efficacia e arriverà con il fiatone a questi anni. Succede, soprattutto se parti a tutta birra con i primi dischi. Lo dicono anche nella corsa di resistenza: non serve sparare tutte le cartucce subito, tieni il passo costante e poi, se ti avanza qualcosa, lo butti in vista del traguardo.
Il motivo per cui non sono mai diventato un genio del mezzofondo, della marcia o delle maratone è proprio perché devo partire e dare il 100% – con capacità di gestione delle forze pari a zero. Questo, fra l’altro, è quello che ho in comune con i Dark Tranquillity, se mi passate il paragone azzardato. Avessero tenuto indietro la gamba, si fossero moderati un po’, avessero pensato di non inserire questa o quella traccia in The Gallery, non staremmo parlando di questo LP come uno dei dischi da avere sulla fantomatica isola deserta.
Perché The Gallery mi emoziona dal primo minuto di Punish My Heaven all’ultimo secondo di … Of Melancholy Burning. Dalle sfaccettature melodiche di Edenspring al rincorrersi delle linee vocali di The Dividing Line, da Midway Through Infinity in cui dopo aver iniziato con l’acceleratore pestato, ecco che c’è un passaggio, breve se vogliamo, in cui rimane solo la doppia cassa di Jivarp e poi il resto della band ritorna di gran carriera. Quel momento, dura pochi secondi, mi esaltano e sono lo stacco perfetto per quello che viene dopo. Di Lethe non voglio parlare, ci sono legati troppi ricordi, troppe cose che non ho voglia di menzionare su un blog musicale. Ma poi c’è lo stacco acustico di Mine Is The Grandeur… e quanto è bello perdersi per 2 minuti dentro quella chitarra che ti fa respirare, un momento, quello che promette il titolo.
Perché The Gallery è una collezione di perle, forse non ancora mature al 100% (cosa che si può riscontrare su The Mind’s I), ma hanno il fascino supremo di qualcosa che sarebbe delitto cambiare, alterare e, per chi è così stolto, ignorare.
[Zeus]

Dopo Irreligious non poteva che uscire Sin/Pecado – Moonspell (1998)

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Per qualche motivo sconosciuto al Grande Capro, Sin/Pecado dei Moonspell è stato bastonato da alcune frange di metallari. Non rispondeva alle aspettative metalliche? Non era trve? Non riesco a capirlo, sinceramente. I Moonspell non potevano procedere nella direzione che avevano preso precedentemente, anche perché ormai avevano raggiunto una vetta intoccabile. Ribeiro&Co. dovevano sviluppare un sound diverso, dato che lo spettro black metal ormai era stato soffocato da un indirizzo più gothic e questa nuova direzione viene esaltata alla grande dalla produzione del mastermind Waldemar Sorychta. Già presente sul precedente Irreligious, il produttore polacco segna il passaggio della band nell’epoca d’oro del gothic metal, anzi farà di più, tanto da settare un paragone stilistico per chi si volesse avvicinare alla materia con certi tratti musicali.
I Moonspell, che non erano proprio degli studenti indisciplinati e a digiuno di certe sonorità, partoriscono questo Sin/Pecado. Il disco è distante da quello che era il loro passato remoto, ma con le sue melodie e le atmosfere scure, immerse in quella sensualità perversa che ti fa venire in mente film come Intervista col Vampiro (uscito 4 anni prima), si riallaccia ai momenti meno metal di Irreligious e ne porta avanti il discorso.
A mio parere, modestissimo se vogliamo, Sin/Pecado non raggiunge la vetta di Irreligious ma credo sia una questione di imprinting e di momento storico in cui ascolti certa musica. Io ho sentito prima il disco del 1996, quindi i Moonspell che mi hanno formato sono quelli che cantavano Opium piuttosto che V.C.Eurotic A, ma sono certo che in molti hanno preso questo come disco di partenza e si sono immersi nel decadentismo spinto che solca le tracce di questo LP.
Quello che mi piace di Sin/Pecado è l’onestà di fondo. Non è un disco trendy, è la naturale evoluzione di un sound che si stava già spostando su lidi meno metallici, ma senza dimenticare le radici (bella Flesh), e mischia ai riff di chitarra e al baritono di Ribeiro un’abbondante spruzzata di tastiere/samples ed effetti. Che poi sull’ora di durata ci siano alcune scelte discutibili, per me è innegabile. Non tutto il disco è allo stesso livello (2second Skin è un gradino sotto) e alcune andrebbero bene per un mezzo lento nelle discoteche EBM e Gothic (con ragazze strette in corpetti di pelle e calze a rete e la stessa voglia di vivere che ho io il lunedì mattina – potremmo mettere in questo calderone V.C. o i mille synth di Magdalene), ma stiamo parlando di un prodotto che è strutturato bene e scritto altrettanto.
Segnatevi questo, sentitevi Eurotic A e poi capirete dove ha preso il via act come i Tristania e compagnia gotica.
Se vogliamo trovare qualcosa di profondamente sbagliato è solo il titolo: Let The Children Cum to me… Questo titolo ha diversi livelli di sbagliato. Per il resto, la canzone in sé, è anche bella. Ma puttana miseria, proprio nel titolo dovevano tirare fuori “let the children cum to me…”? Cazzo!
[Zeus]

La gioia della pesantezza: Crowbar – Odd Fellow Rest (1998)

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Dopo aver dato alla luce un disco così pesante e nichilista come Broken Glass, cosa potevano fare i Crowbar di Kirk Windstein? Registrare Odd Fellow Rest e farvi capire che, quando si parla di sludge, c’è un solo nome che deve venirvi in mente: questo dei Crowbar. Perché i sudisti di New Orleans masticano il verbo dello sludge con una perizia oscena, tanto da far sembrare facile quello che, in realtà, è complesso.
Riuscire a rendere in toto la sensazione di malessere esistenziale, di persone che stanno male, senza finire per sembrare una versione lagnosa di una cazzo di emo-boy-band è un affare maledettamente complesso. Se poi dovete anche essere pesanti come una tonnellata di cemento e groovy quanto basta per non essere doom, allora tutto il discorso assume sfaccettature interessanti.
Kirk Windstein maneggia il dolore, il malessere e la depressione con abilità, supportato da una sezione ritmica già usata anche sul precedente LP (Strange – Bower, quest’ultimo sotto pseudonimo) e con Sammy Pierre Duet alla seconda chitarra (vedasi sotto la voce Acid BathGoatwhore le sue referenze).
Quello che ti stupisce, e ti droga, è l’inizio di Odd Fellow Rest. Sì, avete capito, è proprio l’inizio che sembra presagire un “alleggerimento” a risucchiarti in un girone fatto da chitarre pesanti e riff che ti trascinano con loro, denti sull’asfalto compresi. Planet Collide è una traccia stronza e bellissima, melodica e con Kirk che non gratta completamente sul suo screaming, puntando piuttosto su un quasi cantato melodico. Ma è tutto il brano che ti rimane dentro, che sembra l’inizio di un momento di luce benessere.
Ma non è così. Non lo è mai con i Crowbar. Perché loro vedono nero e questo quando si sentono bene!
Da … And Suffer As One in avanti si ritorna a percepire quella disperazione propria di un disco della band di New Orleans. E se il riffing di chitarra di To Carry A Load sembra essere l’equivalente musicale della punizione di Sisifo (quello che deve portarsi sulla collina il macigno e poi questo gli cade giù e deve riportarlo in cima per l’eternità), It’s All in the Gravity e New Man Born hanno un riff che ti stritola e una sezione ritmica monolitica, pur essendo queste delle canzoni già rodate nello stile di Kirk W. & Co.
Ma vogliamo parlare di December’s Spawn Behind The Black Horizon? Due canzoni che uniscono allo sludge delle vaghe sensazioni melodiche (esempio la parte centrale della seconda) sono due episodi che ti rimangono in testa, pur non essendo, in effetti, le canzoni più pesanti in assoluto del disco.
Non ha grande senso mettersi a fare un track-by-track, tanto con quello che vi ho già detto vi siete fatti l’idea di quello che sto parlando (per chi si è connesso solo ora con il pianeta Crowbar) e chi conosce già la band forse gli è giovato un breve riassunto.
Con una circolarità perfetta, il disco inizia con una traccia melodica (la citata Planet Collide) e si avvia alla chiusura con la title-track, melodica e dolente. Odd Fellow Rest è una canzone invernale al 100%, una di quelle che ti ascolti mentre guardi il panorama grigiastro dell’inverno inoltrato e il tuo respiro caldo si frantuma in microscopiche goccioline di condensa sul vetro ghiacciato che hai di fronte.
Sinceramente non credo che i Crowbar abbiano mai sbagliato un disco, sbagliato nel senso ReLoad-iano del termine. Hanno forse reso di meno su certi LP, forse possiamo citare Simmetry In Black del 2014 come esempio ma il giudizio dipende a seconda del tempo esterno e della mia voglia di vita, ma la qualità media dei dischi usciti a nome Crowbar è elevata e costante. Per me una delle band più affidabili in assoluto.
[Zeus]