La gioia della pesantezza: Crowbar – Odd Fellow Rest (1998)

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Dopo aver dato alla luce un disco così pesante e nichilista come Broken Glass, cosa potevano fare i Crowbar di Kirk Windstein? Registrare Odd Fellow Rest e farvi capire che, quando si parla di sludge, c’è un solo nome che deve venirvi in mente: questo dei Crowbar. Perché i sudisti di New Orleans masticano il verbo dello sludge con una perizia oscena, tanto da far sembrare facile quello che, in realtà, è complesso.
Riuscire a rendere in toto la sensazione di malessere esistenziale, di persone che stanno male, senza finire per sembrare una versione lagnosa di una cazzo di emo-boy-band è un affare maledettamente complesso. Se poi dovete anche essere pesanti come una tonnellata di cemento e groovy quanto basta per non essere doom, allora tutto il discorso assume sfaccettature interessanti.
Kirk Windstein maneggia il dolore, il malessere e la depressione con abilità, supportato da una sezione ritmica già usata anche sul precedente LP (Strange – Bower, quest’ultimo sotto pseudonimo) e con Sammy Pierre Duet alla seconda chitarra (vedasi sotto la voce Acid BathGoatwhore le sue referenze).
Quello che ti stupisce, e ti droga, è l’inizio di Odd Fellow Rest. Sì, avete capito, è proprio l’inizio che sembra presagire un “alleggerimento” a risucchiarti in un girone fatto da chitarre pesanti e riff che ti trascinano con loro, denti sull’asfalto compresi. Planet Collide è una traccia stronza e bellissima, melodica e con Kirk che non gratta completamente sul suo screaming, puntando piuttosto su un quasi cantato melodico. Ma è tutto il brano che ti rimane dentro, che sembra l’inizio di un momento di luce benessere.
Ma non è così. Non lo è mai con i Crowbar. Perché loro vedono nero e questo quando si sentono bene!
Da … And Suffer As One in avanti si ritorna a percepire quella disperazione propria di un disco della band di New Orleans. E se il riffing di chitarra di To Carry A Load sembra essere l’equivalente musicale della punizione di Sisifo (quello che deve portarsi sulla collina il macigno e poi questo gli cade giù e deve riportarlo in cima per l’eternità), It’s All in the Gravity e New Man Born hanno un riff che ti stritola e una sezione ritmica monolitica, pur essendo queste delle canzoni già rodate nello stile di Kirk W. & Co.
Ma vogliamo parlare di December’s Spawn Behind The Black Horizon? Due canzoni che uniscono allo sludge delle vaghe sensazioni melodiche (esempio la parte centrale della seconda) sono due episodi che ti rimangono in testa, pur non essendo, in effetti, le canzoni più pesanti in assoluto del disco.
Non ha grande senso mettersi a fare un track-by-track, tanto con quello che vi ho già detto vi siete fatti l’idea di quello che sto parlando (per chi si è connesso solo ora con il pianeta Crowbar) e chi conosce già la band forse gli è giovato un breve riassunto.
Con una circolarità perfetta, il disco inizia con una traccia melodica (la citata Planet Collide) e si avvia alla chiusura con la title-track, melodica e dolente. Odd Fellow Rest è una canzone invernale al 100%, una di quelle che ti ascolti mentre guardi il panorama grigiastro dell’inverno inoltrato e il tuo respiro caldo si frantuma in microscopiche goccioline di condensa sul vetro ghiacciato che hai di fronte.
Sinceramente non credo che i Crowbar abbiano mai sbagliato un disco, sbagliato nel senso ReLoad-iano del termine. Hanno forse reso di meno su certi LP, forse possiamo citare Simmetry In Black del 2014 come esempio ma il giudizio dipende a seconda del tempo esterno e della mia voglia di vita, ma la qualità media dei dischi usciti a nome Crowbar è elevata e costante. Per me una delle band più affidabili in assoluto.
[Zeus]

2 pensieri su “La gioia della pesantezza: Crowbar – Odd Fellow Rest (1998)

  1. Pingback: Nel 1998 è uscito un disco che vi cambierà la vita… Iron Monkey – Our Problem – The Murder Inn

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