Satana e compagnia svedese: Necrophobic – Darkside (1997)

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Mentre il mondo veniva investito da dischi come Enthrone Darkness Triumphant dei Dimmu Borgir o Anthems to the Welkin at Dusk degli Emperor, in Svezia i Necrophobic davano alla luce il loro secondo disco: Darkside, nonché il primo LPsenza David Parland alla chitarra (di scuola Dark Funeral). Mi ricordo di aver scoperto questo LP, come è giusto che sia, dopo aver sentito i Dissection, band alla quale i Necrophobic guardano come faro nella nebbia. Il sound è quello tipico della band di Jon Nödtveidt e lo si sente dalle misture di black metal, death metal e gelida melodia che percorrono tutte le tracce di questo CD. All’epoca del primo ascolto me ne sono innamorato, tanto che quando hanno fatto la ri-edizione ad inizio 2000 (complice anche un’etichetta italiana, se non ricordo male), mi sono proposto subito per recensire i primi 4 dischi della compagine svedese. Riascoltare con orecchie più mature questo disco, però, è tutta un’altra cosa. Senti che il blackned death metal della band è ancora in fase di evoluzione o, dopo aver esordito con un disco come The Nocturnal Silence, in fase d’assestamento. Altra cosa che ti salta all’occhio è che gli strumentali sono troppi (bella solo Venaesectio) per un disco che di minuti ne conta 37.
A parte queste considerazioni iniziali, ribadisco un concetto: il riffing dei Necrophobic annata 1997 è freddo, controllato e, quando gli consentono di esplodere, ecco che arrivano fuori gli anthem (dimenticatevi voi Darkside o Black Moon Rising…) e questa è una caratteristica che manterranno anche nel futuro (vedasi i pezzi da festone alcolico contenuti nell’ultimo disco). Non sempre le canzoni arrivano dritte al punto, a mio parere The Call tentenna in certi momenti, mentre i due minuti di Nailing The Holy One sono feroci, brutali e si sente Satana alla grande. Forse una delle canzoni più malvage di questo disco, peccato che il crescendo d’emozione viene interrotto nuovamente dall’ultimo strumentale, Nifelhel, che dura 4 lunghi minuti e non aggiungono assolutamente nulla al disco. Le vocals di Tobbe Sidegård, promosso a singer (al posto di Anders Strokirk), sono iraconde e si aggiustano bene con il sound freddo della band. Questo è un aspetto da tenere a mente, visto che il suo timbro vocale caratterizzerà buona parte dell’avventura degli svedesi – almeno fino al ritorno del figliol prodigo Strokirk proprio in occasione dell’ultimo Mark Of The Necrogram.

Quando ho iniziato a scrivere questa recensione, vi giuro, pensavo di partire in elogi spropositati… invece mi sono accorto di quanto l’inesperienza&l’esaltazione possano fuorviare nella recensione e, vent’anni dopo la sua uscita, quello che io consideravo un piccolo capolavoro del sound blackned death svedese di matrice Dissection, in realtà è “solo” un gran bel disco. Non è poco, sia chiaro, ma anche queste sono scoperte.

[Zeus]


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