Il singolo natalizio-escrementizio degli Ešerichija Cøli

Riceviamo e pubblichiamo:

La Majestic AβFuck Promotion Agency è lieta di presentarvi il nuovo singolo natalizio-escrementizio degli Ešerichija Cøli. La band altoatesina, dopo aver esordito con il debut-album DiarReHa (Excretion Eins), esce con un singolo sul Natale e sulle festività dedicate a quel tizio nato nella grotta e poi appeso ad Aprile. 

La band, ancora avvolta nel segreto più assoluto e fiera di essere decisamente meglio dell’altra “band sconosciuta pseudo-satanica”, ha dichiarato: “Per eseguire questo brano sono state assunte le giuste quantità di birra e vodka e non è stato torturato nessun animale. A parte il nostro bassista, che è stato preso a frustate per farlo registrare. Chiunque si sentisse offeso dal testo di questo brano, può tranquillamente fare una cosa: non ascoltarci!“. 

Ešerichija Cøli sono lieti di annunciare che sono alle prese con la registrazione del prossimo disco in studio. Per la registrazione si affideranno ancora a Ešerichija D, noto produttore in ambito metal/rock nonché tecnico del suono per alcune delle più importanti band dell’Africa Sub-Sahariana. 
Stay tuned, perché le novità sono tante e, come sempre, alla band non gliene sbatte un cazzo se vi interessa o meno di quello che scrive. Basta che mandiate i soldi per comprare da bere o andare a donne.  

Se cliccate sul link qua sotto, potete sentire:

Merry Christmas (Root Canal Treatment Appointment)

Anathema – Alternative 4 (1998)

Con gli Anathema ho un rapporto contrastato, una sorta di “dovrebbe piacermi visto il mood che si trascinano dietro” e “non riesco ad ascoltarli per troppo tempo”. Questa schizofrenia mi limita sempre, visto che è difficile reputare la tua favorita una band che non riesci ad ascoltare per più di quattro canzoni senza skippare o, peggio ancora, sognando la compilation definitiva così da non dover sentire tutto. Non per la qualità delle canzoni, ma per motivi non specificati che mandano in cortocircuito il mio cervello. E sì che aprire con una canzone come Fragile Dreams, seppur nella versione Hindsight, è qualcosa di eccezionale e, anche a distanza di anni, mi ricorda un viaggio epico fra Friuli, Veneto e Trentino Alto Adige. Quella canzone e quei chilometri su strada sono strettamente connessi, tanto che il mio giudizio è sicuramente falsato dalla memoria (ma questo non sminuisce il fatto che Fragile Dreams sia una gran cazzo di canzone). 
E così anche Empty, che vive su un brio maggiore che, in maniera subdola e bastarda, ti fa accettare un testo in cui la felicità è quella cosa sconosciuta (… and i feel that pain again). E così tutto il disco, tutto Alternative 4 si porta dietro disperazione, malinconia e sconfitta nascoste sotto un manto raffinato; ma pur sempre di disperazione e malinconia stiamo parlando.  Con Alternative 4 i fratelli Cavanagh continuano lo spostamento verso lidi alternativi, più rock e meno metal, che avevano iniziato con Eternity del 1996 (fra l’altro un disco con una copertina oscena a dir poco – ma gli Anathema hanno un feticcio per cover art di dubbio gusto a quanto sembra). Il growl delle prime ore era già stato lasciato alle spalle con Eternity e su questo LP del 1998 Vincent Cavanagh canta solo in clean e questo fattore accentua molto il carattere malinconico e depressivo della musica attuale della band inglese: togliere la spigolosità del growl e, per quelli più gutturali, quella certa bidimensionalità, ha permesso a Vincent di esprimere ancora più sfumature con la voce (Inner Silence). 
Non sentivo Alternative 4 da non so quanti anni, giuro. Non ascolto spesso gli Anathema e, quando mi viene voglia, metto su Hindsight e mi faccio cullare dal sound acustico di quel CD. Dopo così tanto tempo mi accorgo della bontà di questo LP, delle sue sfumature, del fatto che segna un passaggio deciso verso il futuro prossimo della band e che si compone di alcune canzoni fuoriclasse e alcuni buoni brani. 
Quello che mi chiedo: quanto passerà prima di risentirlo di nuovo? 
[Zeus]

 

Gli Emerald Shine presentano il loro nuovo lyric video

Riceviamo e pubblichiamo:

I cechi Emeral Shine, che creano metal con l’arpa (ma non solo! n.d.A.), sono lieti di presentarvi il nuovo (e, allo stesso tempo, il loro primo in assoluto) lyric video. Questo è stato realizzato in occasione della release del loro album di debutto Misty Tales, pubblicato un mese fa. 

Il disco di debutto è un concept album basato sulle storie degli elfi e il nuovo lyric video cerca di riproporre lo stesso feeling da “Terra di Mezzo”. Il video è stato montato dal videomaker ceco Mateo Tazky, mentre le immagini sono state disegnate dall’artista, sempre proveniente dalla Repubblica Ceca, Raven from the North. 
La cover del disco, disegnata da Morgana La Fay, è stata utilizzata anche per il video finale. 

Insieme al nuovo video, gli Emeral Shine presentano, sulla propria pagina FB, anche il nuovo merchandising: https://tinyurl.com/MistyMerch2018. Insieme al classico assortimento di CD, spille e le classiche T-shirt, la band vi offrirà anche qualcosa di veramente speciale: delle magliette personalizzate e disegnate a mano dalla violinista della band Klara Sindelkova. 

Chiunque fosse interessato a riceverne una, può contattare la band via e-email a emerald.shine.band[at]gmail.com o sui nostri canali social, facendo sapere il colore, la taglia e il disegno desiderato. Sulla maglietta potranno essere eseguite tutte le immagini realizzate da Raven from the North. 

La band ha appena finito un minitour autunnale a supporto del nuovo LP. Dopo la pausa per le festività, l’attività live ripartirà nel nuovo anno con concerti in Repubblica Ceca, Polonia e Slovacchia. 

Per tutte le informazioni: 

Emerald Shine:
https://www.facebook.com/emeraldshineofficial/

Raven from the North:
https://www.facebook.com/ravenfromthenorth/ http://theravenfromthenorth.eu 
https://www.instagram.com/theravenfromthenorth/


Morgana La Fay:
https://www.behance.net/user/?username=morganalafay

Videography Mateo Ťažký:
https://www.videography-mateotazky.cz/ , https://www.facebook.com/VIDEOGRAPHY.MATEO/

Il Grande Capro. Archgoat – The Luciferian Crown (2018)

Degli Archgoat, prima del Black Winter Fest, non avevo mai sentito un LP completo. Forse qualche canzone sparsa, ma penso più dalle news che uscivano sui vari siti che su mia ricerca specifica. 
Lo show a Parma mi ha fatto crescere un po’ di curiosità: ammettiamolo, dal vivo sono stati approssimativi al massimo (le chiusure erano fatte alla cazzo di cane) e l’attitudine scazzatissima non era il biglietto da visita vincente. 
Quindi perché cercare un loro disco? Perché dietro quelle pecche, secondo me si nascondeva qualcosa di curioso da sentire e così eccomi ad ascoltare The Luciferian Crow, ultimo disco della longeva triade finnica (sono attivi dal 1991). 
Su disco gli Archgoat presentano tutti i pregi e i difetti visti dal vivo.
Sotto la voce “difetti”, si può sottolineare l’incapacità di variare o strutturare la canzone in maniera articolata, quindi i blackster o vanno di tupa-tupa veloce o si concentrano sul tu-pa,tu-pa lento che procede ferale fino alla fine. Le sfumature di grigio, per i due gemelli finnici, non esistono. Il fatto è grave? No, non direi. I pezzi lenti creano un buon feeling e quelli veloci hanno un feeling quasi punk e non ci sono cazzate intellettualoidi. 
La presenza di alcune parti di tastiera e i cori non inficiano il risultato “ignorante”, quindi per me è promossa. 
Per quanto riguarda i pregi, si può inserire che il disco scorre e, più che dal vivo, riesce a prenderti bene. La voce di Lord Angelslayer, a mio parere, è perfetta così: quel tono cavernoso e inumano è la perfetta trasposizione del concetto secondo cui il growl/scream deve interpretare alla perfezione il senso della musica, deve avere una sua logica. Negli Archgoat, Lord Angelslayer suona inumano e così deve essere. 
Se poi aggiungiamo che The Luciferian Crown conta solo 35 minuti di durata (per un totale di 10 canzoni), capite che la fruibilità è enorme e finito di ascoltarlo non si è arrivati al punto di essere stufi delle sole due marce su cui viaggiano i finlandesi. 
The Luciferian Crown è indubbiamente un buono, ma mi sentirei di spegnere un po’ dell’hype che gira intorno a questo LP, visto che gli Archgoat fanno bene il lavoro e la cosa mi piace, ma siamo lontani dal definirlo capolavoro
E, pur se il limitato minutaggio non fa sentire troppo la cosa, lo switch veloce-lento dopo qualche ascolto si fa sentire e, questa cosa, pesa un po’ sul giudizio complessivo. 
[Zeus]

Motörhead – Snake Bite Love (1998)

Nel 1998 i Motörhead non se la vedevano proprio alla grande, 
Würzel aveva abbandonato la baracca e il buon Campbell si trova da solo ad affrontare riff e assoli per la band e, come potete immaginare, ci fu un momento di indecisione e di assestamento. Ci sta, veramente, mi viene naturale anche a me quando cambio qualcosa di assodato nella routine quotidiana, figuriamoci quando succede ad una band e ai processi che portano al songwriting di un disco. Non mi metto certo a puntare il dito contro Lemmy&Co., posso però affermare che dalla seconda metà degli anni ’90 la band inglese non riesce più ad essere all’altezza del suo gloriosissimo passato. Non ci sono dischi osceni (anche se Kiss Of Death riesce nell’impresa di farti pensare cose brutte), ma sicuramente le bombe nucleari scatenate negli anni ’70 e ’80 non ci sono più. Lemmy ci tenta con buoni brani, e su Snake Bite Love ce ne sono fidatevi, ma non hanno la portata di prima. 
Senza scadere nel “patetico con prima era tutto meglio”, possiamo dire che Snake Bite Love risente proprio di un’incompletezza di fondo. Lo hanno detto i membri della band e io mi sento di assecondare questo loro punto di vista onesto e sincero: il disco avrebbe meritato qualche ora in più di lavoro, ma non un rifacimento da capo a piedi. Love for Sale è un gran traccia d’apertura (e qualcosa, nel mio cervello, mi fa pensare a questa canzone nel songbook del Madman e, vi giuro, non capisco perché) e la pesantezza di Dogs of war e Take The Blame sono rinfrancanti – la seconda riesce a darci un perfetto contrasto con la cupa, e in certi tratti quasi intima, Dead and GoneAssassin ha un buon groove e lo senti, ma poi è l’arrivo della seconda metà del disco che la qualità media incomincia a scendere di livello. Il problema è che dalla traccia numero 7 (Night Side, francamente inutile nella storia dei Motörhead) il disco non regge e finisce per proporci pezzi carini che non aggiungono niente o che tentano di riportare in vita un periodo musicale ormai lontano (Better Off Dead). 
Snake Bite Love non sarà mai il disco che vado a cercare di Lemmy&Co. e dopo averlo fatto riposare vent’anni possiamo affermare che è ha ancora qualcosa da dire e non è così terribile quanto Lemmy e Dee ci hanno detto in alcune sconsolate interviste del periodo. 
Il tempo, a volte, aiuta a portare prospettiva alle cose. 
[Zeus]


Garbage – Version 2.0 (1998)

Ho voglia di finire quest’anno con il botto e, visto che mi son sicuramente dimenticato qualcosa ma sulla “oculatissima selezione di Youtube” (!?) mi vengono propinati i Garbage, allora ne tratto.
I Garbage, per un paio di stagioni, sono stati cosa “grossa”, nel senso che si sentiva più o meno ovunque. Sarà stata la front-woman Shirley Manson o che nelle file militava un certo Butch Vig (forse l’avete sentito nominare perché era in studio con i Nirvana nel 1991), ma I Think I’m Paranoid era spesa con costanza dalle radio o dalla TV.
A volerla ricordare, adesso, non me la ricordo. Giuro. Forse forse un po’ il ritornello, ma era quel sound che ti entrava nella testa, ci prendeva residenza come un inquilino maleducato di Air B&B e poi, con del lavoro, te lo sciacquavi dal cazzo in un modo o nell’altro.
Per me, almeno, è stato così. Perché nel 1998 i Garbage giravano a scuola, erano la next big thing che i miei compagni di classe ascoltavano insieme ad altre band del periodo. Tutti gruppi, ovviamente, che non riuscivano a scalfire la superficie e che andavano bene per la spesa della domenica, la cena con la nonna e l’aperitivo analcolico (ebbene sì, c’era ancora gente che nel 1998 faceva aperitivi analcolici e si dichiarava “straight-edge” ante.litteram… che poi li abbia visti ridursi ammerda negli anni successivi comprovando la mia teoria sulla mancanza di coerenza è un discorso diverso).
Version 2.0 era questo: un dischello che ascoltavi e che non disturbava troppo l’andamento della giornata, che non ti faceva lanciare le scarpe dai tuoi e, con ottima probabilità, era apprezzato a prescindere dalla ragazza che rimorchiavi alla festa di classe.
L’alternative annacquato, quello che ormai aveva perso la caratteristica “irruenta” di certo sound e aveva acquisito la patina giusta per essere presentabile e un certo retrogusto elettronico, faceva parte della collezione di dischi da “presentare” alla possibile futura preda ragazza.
Lo ammetto, è strano come un dischello come Version 2.0 mi abbia stimolato così tanti ricordi. La cosa mi sembra vagamente inquietante, ma cerco di non prestarci troppo caso.
Intanto vi metto su il singolo della band, così almeno ve lo risentite anche voi e, se avete qualche commento da fare, fatelo… Almeno non mi sento l’unico stronzo a parlare del passato e dubitare di tutto quello che ho sentito nel corso dell’evoluzione musicale.
Cazzo.
[Zeus]

Quante volte dobbiamo ribadire la grandezza dei Clutch? The Elephant Rider (1998)

Non so come fare a ribadire il concetto in maniera che tutti lo capiscano: i Clutch sono una grande band, poi fate voi se volete capire o se continuate a cercare band come i The Giornalisti (letti oggi non so dove) o altri sottoprodotti del marketing musicale odierno. Fate voi, a me sbatte un cazzo, ma non sapete proprio cosa vi perdete. 
Detto questo e precisato che io apprezzo quasi di più la versione post-Pure Rock Fury del quartetto del Maryland, non possiamo certo nasconderci dietro un filo d’erba ed evitare di trovare in The Elephant Riders del 1998 un gran cazzo di LP. Perché così è e ve lo dico io, punto e basta. Sentitevi solo l’iniziale title track o la poderosa The Yeti per un assaggio del nuovo corso sonoro della band americana. Lo stoner si infiltra prepotente nel songwriting di Fallon&Co. e, insieme al genere più amato dai consumatori di cannabis e alcol, entrano anche scorie di funk (Muchas Veces ha addirittura un trombone sopra un solo liquidissimo e lo stesso trombone lo troviamo anche in Crackerjack) e un approccio che, in certi momenti, si fa addirittura pacato. Quindi lo spettro musicale si amplia, mettendo le basi per quello che poi arriverà in seguito. Quindi, se vogliamo vedere il grande disegno, The Elephant Riders è importante in sé vista la qualità delle canzoni che lo compongono, sia in vista futura perché pone le basi per i Clutch diventeranno sempre più grandi – paradossalmente tirandosi via tutto il surplus che avevano inserito nel sound
C’è qualcosa in questo disco che mi fa immaginare di camminare con la testa che ballonzola in un headbanging contenuto ma costante, una sorta di ritmo naturale della camminata.  Il potere di The Dragonfly direi che si può riassumere proprio così: un’onda di puro groove che, porca puttana, Austin Powers e il suo groovy spostati. Ma ancora sto a spiegarvi perché i Clutch sono dei grandi, puttana la miseria. Ma veramente, non capisco. 
Vorrei aggiungere ancora una cosa prima di lasciare la parola alla musica, che troverete sempre sotto le bestialità che scrivo: la musica dei Clutch è fenomenale e, senza paura di essere smentito, potrebbe andare tranquillamente da sola – come i Karma To Burn, tanto per intenderci -, ma non avrebbe la stessa eccezionale capacità di prenderti se non ci fosse la voce da predicatore di Neil Fallon. Fallon è colui che ti spiega cos’è il rock e perché devi convertirti a questo genere, i suoi sono monologhi illuminati sul perché il groove è fondamentale nella dieta quotidiana dell’essere vivente. Questa miscela di tono di voce, testi che si bilanciano fra il paradossale, il realismo e le storie distopiche (vedasi proprio il tema che ha dato il LA a questo CD) e componente musicale sul pezzo è ciò che rende i Clutch dei grandi.
Togliete uno dei pilastri e la creatura sarà sempre grande, ma la sua capacità di colpirti in faccia viene meno. 
[Zeus]




My Dying Bride – 34.788%… Complete (1998)

Non so cosa mi è passato per la mente dopo questo disco, non me lo ricordo con precisione. So per certo, però, che i My Dying Bride sono usciti dal mio spettro sonoro. Decisione illogica? Fomentata dall’aver sentito questo LP? Non credo. Ho il sospetto fondato che i MDB mi avessero semplicemente stufato, non li trovato più vicini al mio sentire musicale e, con esso, quel doom-death metal inglese della triade miracolata di Anathema – Paradise Lost – My Dying Bride. I primi, pur visti dal vivo, li ascolto raramente (pur avendoli apprezzati dal vivo) e, quando succede, è più per risentirmi qualche pezzo singolo che per ascoltarmi l’intero CD. I Paradise Lost, dopo un periodo di disamore (coinciso col periodo post-One Second), sono ritornati a frequentare i miei ascolti con l’ottimo The Plague Within e poi, anche se più raramente, con Medusa (per me inferiore a The Plague Within, ma sono gusti). Con i My Dying Bride mi sono fermato al 1995, poi ho sentito questo, mi son cascati un po’ i coglioni e non li ho più apprezzati. So che poi son ritornati nel filone e hanno lasciato le derive elettronico-gothic-rock, ma ormai il danno era fatto e io, che con il tempo ho spostato gli orizzonti musicali su altre stupende aberrazioni musicali estreme, ho lasciato i MDB al loro destino.
Il 1998 è famoso anche per questo, aver sdoganato il gothic-rock e aver infettato molte band che, con il genere, avevano poco da spartire (anche i Rotting Christ hanno risentito, pubblicando A Dead Poem e poi Sleep Of The Angels, ma sempre con la qualità che è propria dei miei greci preferiti).
Che volete farci, 34,788%… Complete del 1998 doveva uscire perché era nell’aria che dovesse succedere, non c’erano cazzi, ma la delusione che si prova di fronte a questo prodotto è tanta.
Veramente tanta.
[Zeus]

Un regalo di Natale: Kriegsmachine – Apocalypticists (2018)

Non annunciato su nessun mezzo, il 21.10 è uscito il nuovo disco dei polacchi Kriegsmachine. Per chi non li conoscesse, può sempre guardare sotto la voce Mgla, progetto principale del duo M-Darkside.
Sono passati quattro anni dal precedente, ed estremamente buono, Enemy Of Man, ma sappiamo che M ama prendersi il suo tempo per registrare la musica delle sue due band (gli stessi Mgla sono fermi dal 2015). Ma veniamo ad Apocalypticists. Se pensate di trovarvi le raffinatezze, quelle atmosfere stranianti degli Mgla, qua non ne trovate. Nei Kriegsmachine, il nero, la depressione e tutto quello che circonda un certo disgusto verso la società, viene declinato con stratificazioni di riff circolari, tanto che alla fine se ne esce stritolati da questa colata di nero pece. Dove Exercises In Futility era stato pulito tanto da lasciare trasparire quelle melodie infettive che ancora adesso fatico a levarmi dalla testa, i Kriegsmachine giocano tutto sull’occupare lo spazio, sull’incessante lavoro di Darkside sulla batteria (come sempre, il batterista polacco si distingue per l’approccio quasi jazz allo strumento e i piatti, in questo frangente, suonano come lampi di luce nell’oscurità quasi Burzum-iana della musica di M) e, ovviamente, su testi mai banali o scontati. Sentitevi la terza traccia (Lost in Liminal) e, in buona misura, avete il riassunto di quello che ho detto: i tempi sono medi e la sensazione di costrizione, data dal riffing circolare, ripetitivo e incessante, è oppressione pura. 
The Other Death ha fascino e negli 11 minuti di tempo dipana un ritratto musicale oscuro, ma nell’insieme non raggiunge le lande ipnotiche degli Mgla, pur avviluppandosi come le spire di un serpente e risucchiando l’aria intorno a sé (scusate l’immagine poetica, mi è partita così e non la tolgo). Il finale è lasciato a On The Essence Of Transformation, 9 minuti di catarsi musicale (Darkside protagonista assoluto nella seconda parte della canzone, visto che si gioca tutto sulle sue ritmiche percussive che sovrastano il riffing monocorde e reiterato di M).  
Per poter apprezzare pienamente Apocalypticists ho dovuto dargli molti ascolti; non è un LP diretto o di semplice assimilazione. Ancora adesso non sono pienamente convinto delle sue potenzialità e, mano sul cuore, gli preferisco un With Hearts Towards None, ma è un signor disco e la negatività che trasmette, quel contorcersi su sé stessi, sui propri sentimenti e sul marcio intorno a noi, è pur sempre di prima qualità. 
[Zeus]

Cradle Of Filth – Cruelty and the Beast (1998)

Lo ammetto subito, così mi tolgo il dente e il dolore: non sono mai stato un grandissimo fan dei Cradle of Filth. Non hanno niente che mi urta, niente di brutto (i primi dischi, fino a Midian, sono ottimi) e non è la questione black metal sinfonico a irritarmi o non farmeli piacere. Anche perché, per me, Stormblast e Enthrone Darkness Triumphant dei Dimmu Borgir – etichettati dalla stampa come rivali – sono francamente stupendi. Quindi, razionalmente, non c’è niente che non vada. Conosco persone che erano/sono completamente flippate per la band inglese, che per molti anni durante l’Università, hanno tessuto le lodi di Dani Filth&Co. nella completa cecità del fan che, oscurato dal fanatismo, non vede il declino subito con dischi come Damnation and a Day o Nymphetamine. Io però non riuscivo proprio a farmeli piacere così tanto, ci tentavo ma non c’era verso. Questo Cruelty and the Beast, però, ha una componente mi ha preso in maniera subdola: il concept su Elisabeth Bathory – la Contessa Sanguinaria. Quando ho approcciato questo disco, molti anni dopo la sua uscita (la causa la leggete nell’introduzione, non fatemela ridire), stavo passando un periodo in cui mi stavo interessando a Vlad Tepes, Bathory e, nel grande mix delle cose, una più attenta lettura degli scritti di Poe/Lovecraft
Incominciate ad intuire che il substrato era perfetto per approcciare i Cradle of Filith, vero? Lo sentite il pling ogni volta che la casella cade al suo posto? 
Cruelty and the Beast, poi, non è neanche un disco così oscuro, gotico e vampiresco come i precedenti. Questo LP del 1998 pesca in maniera decisa nel metal degli anni ’80, quindi meno “black metal” e più metal in senso stretto. Ecco quindi le melodie, le recitazioni e poi le armonizzazioni di chitarra, quei rimandi ai Maiden che percorrono tutto il disco e, infine, ovvio le puntate verso il thrash metal della Bay Area, sempre annata eighties. Il disco è metal e funziona alla grande. Perché l’aggressività delle canzoni è elaborata in maniera funzionale ai testi (fondamentali nella creazione dell’universo Cradle of Filth) e tutto viene messo a lucido: la batteria in primo piano, le orchestrazioni non invasive e lo scream di Dani Filth che non raggiungerà più note tali da disturbare il volo dei pipistrelli, ma si “accontenta” di essere uno scream estremo.
Ci sono delle eccellenze (Thirteen Autumns and a Widow o Cruelty Brought Thee Orchid giusto per nominarne alcune) e ci sono momenti un po’ lunghi (la Bathory Aria di 11 minuti risente di qualche calo), ma poi trovi la traccia numero 10, Lustmord and Wargasm (The Lick of Carnivorous Winds), e capisci che il disco come è stato concepito è ottimo. Forse l’ultimo vero ottimo album della band inglese e, paradossalmente, è un ottimo album senza calcare il piede sull’acceleratore dell’immaginario gothico-vittoriano-brumoso-poe/lovecraft. In Cruelty and the Beast troviamo i CoF nella loro versione più metal, più eighties se vogliamo, ed è una band che ha idee, talento e capacità per produrre un disco che non poteva (e voleva) cercare di replicare Dusk and her Embrace ma che era determinata a far uscire dell’ottima musica. E ci riesce.
Da qua in avanti, Dani Filth e compagnia, non saranno più capaci di replicare la magia dei primi dischi e, inevitabilmente, la qualità dei dischi scenderà e così anche il gradimento verso la band inglese.
[Zeus]