Black Winter Fest XI

La motivazione principale per muoversi verso questo Black Winter Fest è stata la presenza in scaletta dei Marduk. Lo so, scontato quanto volete, ma i quattro svedesi riservano sempre uno show con i controcazzi, quindi perché perderseli?
Detto questo, la truppa di TMI (Skan e il sottoscritto) parte in direzione Parma. Messe a posto le formalità (pernottamento e pranzo), ci addentriamo nel ventre caldo del Campus Industry Music. Fuori la temperatura è ancora sopportabile, ma da lì a poche ore fuori il freddo la farà da padrone e le uscite saranno riservate unicamente a chi fuma e per mangiare un hamburger. Entrati nel Campus Industry Music notiamo che ci sono pochi stand con merch ufficiale (quello dei Valkyrja, Marduk e Attic è piazzato proprio all’entrata e, puttanamiseria, il merch dei Marduk è scarso: ogni volta che li vedo hanno due minchiate, fra cui un’imbarazzante maglietta di Silent Night e una bianca con Tiger I, probabilmente un imbarazzante fondo di magazzino) e le distro messe nelle salette laterali. La disposizione è logica e chi guarda dischi/magliette non rompe le palle a chi vuole vedersi il concerto. 
Causa varie ed eventuali, ci perdiamo quasi tutto lo show degli italiani Afraid Of Destiny. In compenso siamo pronti e reattivi quando attaccano gli Scuorn. Non li conoscevo e scopro solo adesso, grazie al web, che è una one-man band capitanata da Giulian. Lo show è interessante ma il sound, che unisce il black metal al sound mediterraneo (cosa che li affianca ad act più celebrati come i Rotting Christ o, se vogliamo, ai Kawir), è impastato per trequarti del set. I volumi sono sovraumani, tanto che la doppia cassa mi assesta delle pedate nel setto nasale ogni 3×2, ma non bilanciati. Pur apprezzando e vedendo lo sforzo di portare il black metal in una dimensione napoletana/locale, sento in maniera più o meno chiara solo gli ultimi 2/3 pezzi. Usciti di scena Giulian&Co., sale sul palco il primo act europeo: gli Attic. I tedeschi sono della stirpe della gente che ci crede un casino (cit. Skan), quindi ecco che arrivano le impalcature enormi, l’altare con il rituale fregato dal Baffo televisivo (cit. Skan) e un bassista con il gilet bianco (che ci crede più di tutti, cit. Skan). Solo che gli Attic, di black metal puro, non hanno niente. Sono una band di heavy metal dalle tinte oscure, sulfuree se vogliamo, e il cantante è l’incarnato tetesko di King Diamond. Il buon Skan li elegge subito a eroi della giornata, io apprezzo ma mi riservo di sentirli meglio su CD/Youtube. Non c’è il pubblico delle grandi occasioni, sono le quattro di pomeriggio, ma quelli presenti apprezzano.
L’arrivo dei Soujorner, collettivo internazionale, azzoppa il crescendo della giornata. A mio parere sono fuori luogo in un festival come questo e il loro sound non mi ispira per niente. A loro discolpa posso dire che per buona metà del set hanno avuto basi pre-registrate che partivano a cazzo di cane e, una volta corretto il problema, suonano innocui e senza nerbo (le clean vocals perfettine ma anonime della chitarrista non aiutano di certo). Forse su disco o in altro ambiente sono perfetti, al Black Winter Fest non c’era cazzi di farli sembrare adeguati.
Quando salgono sul palco i finlandesi Antimateria, reggiamo due canzoni e poi ci dirigiamo a mangiare un hamburger. Lo so, non si dovrebbe dare un giudizio tranciante dopo pochi pezzi, ma quello che hanno fatto non ci ispirava e siamo andati a riempirci lo stomaco e sederci due minuti.
Rientriamo giusto in tempo per veder suonare i SAOR. Gli scozzesi si portano appresso uno dei nomi più brutti in assoluti, ma solo in italiano e in zona veneto. In gaelico il significato è assolutamente onesto e sincero.
Detto questo, il progetto del polistrumentista Andy Marshall ci mette poco a prendermi. Il suono è buono, sempre a volumi spaventosi ma almeno tutti gli strumenti sono decifrabili (il violino molto meno), e l’insieme ti fa perdere nella musica e ti fa sentire bene. Almeno a me è successo questo. Unico lato negativo è forse la voce di Andy Marshall, troppo monotona per essere realmente un plus nei Saor, ma sono piccolezze per uno show che, in termini di qualità, fa vedere che si sta arrivando ai piani alti del bill.
I greci Acherontas sono sulla rampa di lancio e si sa. Attivi da 10 anni, 7 dischi (fra cui l’ultimo Faustian Ethos) e un sound costruito sul lavoro delle due chitarre e sui pattern di batteria. Il singer è enorme e, modulando lo scream, tira fuori dei sibili serpenteschi e riproduce rituali blasfemi che, a mio avviso, sono centrati al 100%. Il sound è ben calibrato e questo fa sì che tutti i brani ne escano bene, potenti, percussivi, ritualistici e dall’alto tasso di viaggio mentale. Il set finisce prestissimo, anche se hanno 45 minuti di tempo, e per me i greci sono uno dei vincitori di giornata.
Superato lo scoglio Acherontas, si incomincia a vedere la parte alta della classifica. Arrivano i Valkyrja e, come per gli Antimateria, dopo neanche due canzoni, decidiamo di andare a mangiare. Ho visto gli svedesi tre/quattro volte (?) e ancora non riesco a capirli. Non mi ispirano molto e raramente mi danno lo slancio da amarcord. Dovrei ascoltarmeli su disco, me lo riprometto ogni volta ma poi passo oltre.
Con l’arrivo degli Archgoat abbiamo raggiunto numerose ore di concerto sempre in piedi e senza riuscire a sedersi per più di 10 minuti. La stanchezza si fa sentire, ma è ancora un’ombra. I finnici si presentano bardati di tutto punto, black metal al 100%, ma sono spaesati e non trasmettono malignità o pericolo… solo un “checazzocistiamoafarequa?“. Forse è colpa della stanchezza crescente, ma è la prima impressione. Quando suonano guardo Skan e ci si presentano subito due domande fondamentali:
a) i finlandesi sono gli unici che non hanno le basi pre-registrate, ma si portano dietro un tastierista messo a caso dietro a Lord Angelslayer;
b) gli Archgoat sembrano muoversi solo due due tempi: il velocissimo tupa-tupa o il lento tu-pa-tu-pa. Non hanno mezze misure, se non in rarissimi casi che, come potete immaginare, uniscono i due tempi senza troppe sottigliezze. Poca varietà ma con impatto elevato, le chiusure delle canzoni fatte alla cazzo di cane (mai a tempo), ma un applauso allo scream di Lord Angelslayer: un rutto inumano che dura oltre 50 minuti, che mi ricorda quello degli Inquisition.
Arriviamo finalmente alla doppietta finale: Tsjuder e Marduk.
Quando i norvegesi salgono sul palco sento la schiena rotta e le otto ore di black metal sparato a volumi sovraumani si fanno sentire. Non demordo e, non avendo mai sentito i Tsjuder dal vivo, tengo alta l’attenzione: so cosa suonano, norwegian black metal senza troppi fronzoli, ma il plus è la furia che ci mettono, supportati da suoni perfetti per la prima volta in tutta la serata. Non mi ricordo i brani che hanno fatto, ma so che Draugluin ha versato tonnellate di sudore sulla chitarra e il terzetto ci da dentro senza risparmiarsi un secondo. In quanto a furia e precisione nel suono, i Tsjuder si lasciano alle spalle molte delle band precedenti.
Quando salgono sul palco i Marduk, cari miei, sono sfinito e faccio una fatica del diavolo a per non accovacciarmi e dare sollievo alla schiena. Il festival è bello, ma ci sono tantissimi gruppi, e senza posti da sedere si arriva alla fine cotti. Aggiungete a questo un mix di suoni completamente sballato e capirete che il set dei Marduk parte con l’handicap. Non riesco a capire perché però: i suoni degli Tsjuder erano una bomba, ma quando sono partoti gli svedesi la chitarra era così impastata che fino a… Wolves?… non si riusciva a capire bene cosa stesse facendo Morgan. Anche Mortuus era funestato da un sound ridicolo (da dove ero io, sembrava che cantasse con l’elio in gola) e probabilmente sentiva la stanchezza della gente nella sala, tanto che verso la fine del set i Marduk hanno incominciato a velocizzare le canzoni senza nessuna pietà (da The Blond Beast in avanti).
L’ultima volta che li ho visti erano sempre in un contesto festival (al Colony) e, in quanto a suono e performance, erano nettamente meglio.

Riassumendo posso dire che il Black Winter Fest XI è un ottimo festival, organizzato bene e facilmente raggiungibile. Ci sono cose da migliorare, come il suono e la durata complessiva (dalle 14 alle 2 di notte, senza potersi sedere, è francamente sfinente), ma è uno di quei festival da tenere sott’occhio e vedere cosa propongono di anno in anno.
Bravi agli organizzatori.
[Zeus]




4 pensieri su “Black Winter Fest XI

  1. Pingback: Il Grande Capro. Archgoat – The Luciferian Crown (2018) – The Murder Inn

  2. Pingback: La tromba del diavolo. Devathorn – Vritra (2015) – The Murder Inn

  3. Pingback: Recupero e salvo in corner. Lunar Aurora – Of Stargates and Bloodstained Celestial Spheres (1999) – The Murder Inn

  4. Pingback: The Kovenant – Animatronic (1999) – The Murder Inn

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