Cradle Of Filth – Cruelty and the Beast (1998)

Lo ammetto subito, così mi tolgo il dente e il dolore: non sono mai stato un grandissimo fan dei Cradle of Filth. Non hanno niente che mi urta, niente di brutto (i primi dischi, fino a Midian, sono ottimi) e non è la questione black metal sinfonico a irritarmi o non farmeli piacere. Anche perché, per me, Stormblast e Enthrone Darkness Triumphant dei Dimmu Borgir – etichettati dalla stampa come rivali – sono francamente stupendi. Quindi, razionalmente, non c’è niente che non vada. Conosco persone che erano/sono completamente flippate per la band inglese, che per molti anni durante l’Università, hanno tessuto le lodi di Dani Filth&Co. nella completa cecità del fan che, oscurato dal fanatismo, non vede il declino subito con dischi come Damnation and a Day o Nymphetamine. Io però non riuscivo proprio a farmeli piacere così tanto, ci tentavo ma non c’era verso. Questo Cruelty and the Beast, però, ha una componente mi ha preso in maniera subdola: il concept su Elisabeth Bathory – la Contessa Sanguinaria. Quando ho approcciato questo disco, molti anni dopo la sua uscita (la causa la leggete nell’introduzione, non fatemela ridire), stavo passando un periodo in cui mi stavo interessando a Vlad Tepes, Bathory e, nel grande mix delle cose, una più attenta lettura degli scritti di Poe/Lovecraft
Incominciate ad intuire che il substrato era perfetto per approcciare i Cradle of Filith, vero? Lo sentite il pling ogni volta che la casella cade al suo posto? 
Cruelty and the Beast, poi, non è neanche un disco così oscuro, gotico e vampiresco come i precedenti. Questo LP del 1998 pesca in maniera decisa nel metal degli anni ’80, quindi meno “black metal” e più metal in senso stretto. Ecco quindi le melodie, le recitazioni e poi le armonizzazioni di chitarra, quei rimandi ai Maiden che percorrono tutto il disco e, infine, ovvio le puntate verso il thrash metal della Bay Area, sempre annata eighties. Il disco è metal e funziona alla grande. Perché l’aggressività delle canzoni è elaborata in maniera funzionale ai testi (fondamentali nella creazione dell’universo Cradle of Filth) e tutto viene messo a lucido: la batteria in primo piano, le orchestrazioni non invasive e lo scream di Dani Filth che non raggiungerà più note tali da disturbare il volo dei pipistrelli, ma si “accontenta” di essere uno scream estremo.
Ci sono delle eccellenze (Thirteen Autumns and a Widow o Cruelty Brought Thee Orchid giusto per nominarne alcune) e ci sono momenti un po’ lunghi (la Bathory Aria di 11 minuti risente di qualche calo), ma poi trovi la traccia numero 10, Lustmord and Wargasm (The Lick of Carnivorous Winds), e capisci che il disco come è stato concepito è ottimo. Forse l’ultimo vero ottimo album della band inglese e, paradossalmente, è un ottimo album senza calcare il piede sull’acceleratore dell’immaginario gothico-vittoriano-brumoso-poe/lovecraft. In Cruelty and the Beast troviamo i CoF nella loro versione più metal, più eighties se vogliamo, ed è una band che ha idee, talento e capacità per produrre un disco che non poteva (e voleva) cercare di replicare Dusk and her Embrace ma che era determinata a far uscire dell’ottima musica. E ci riesce.
Da qua in avanti, Dani Filth e compagnia, non saranno più capaci di replicare la magia dei primi dischi e, inevitabilmente, la qualità dei dischi scenderà e così anche il gradimento verso la band inglese.
[Zeus]


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