Quante volte dobbiamo ribadire la grandezza dei Clutch? The Elephant Rider (1998)

Non so come fare a ribadire il concetto in maniera che tutti lo capiscano: i Clutch sono una grande band, poi fate voi se volete capire o se continuate a cercare band come i The Giornalisti (letti oggi non so dove) o altri sottoprodotti del marketing musicale odierno. Fate voi, a me sbatte un cazzo, ma non sapete proprio cosa vi perdete. 
Detto questo e precisato che io apprezzo quasi di più la versione post-Pure Rock Fury del quartetto del Maryland, non possiamo certo nasconderci dietro un filo d’erba ed evitare di trovare in The Elephant Riders del 1998 un gran cazzo di LP. Perché così è e ve lo dico io, punto e basta. Sentitevi solo l’iniziale title track o la poderosa The Yeti per un assaggio del nuovo corso sonoro della band americana. Lo stoner si infiltra prepotente nel songwriting di Fallon&Co. e, insieme al genere più amato dai consumatori di cannabis e alcol, entrano anche scorie di funk (Muchas Veces ha addirittura un trombone sopra un solo liquidissimo e lo stesso trombone lo troviamo anche in Crackerjack) e un approccio che, in certi momenti, si fa addirittura pacato. Quindi lo spettro musicale si amplia, mettendo le basi per quello che poi arriverà in seguito. Quindi, se vogliamo vedere il grande disegno, The Elephant Riders è importante in sé vista la qualità delle canzoni che lo compongono, sia in vista futura perché pone le basi per i Clutch diventeranno sempre più grandi – paradossalmente tirandosi via tutto il surplus che avevano inserito nel sound
C’è qualcosa in questo disco che mi fa immaginare di camminare con la testa che ballonzola in un headbanging contenuto ma costante, una sorta di ritmo naturale della camminata.  Il potere di The Dragonfly direi che si può riassumere proprio così: un’onda di puro groove che, porca puttana, Austin Powers e il suo groovy spostati. Ma ancora sto a spiegarvi perché i Clutch sono dei grandi, puttana la miseria. Ma veramente, non capisco. 
Vorrei aggiungere ancora una cosa prima di lasciare la parola alla musica, che troverete sempre sotto le bestialità che scrivo: la musica dei Clutch è fenomenale e, senza paura di essere smentito, potrebbe andare tranquillamente da sola – come i Karma To Burn, tanto per intenderci -, ma non avrebbe la stessa eccezionale capacità di prenderti se non ci fosse la voce da predicatore di Neil Fallon. Fallon è colui che ti spiega cos’è il rock e perché devi convertirti a questo genere, i suoi sono monologhi illuminati sul perché il groove è fondamentale nella dieta quotidiana dell’essere vivente. Questa miscela di tono di voce, testi che si bilanciano fra il paradossale, il realismo e le storie distopiche (vedasi proprio il tema che ha dato il LA a questo CD) e componente musicale sul pezzo è ciò che rende i Clutch dei grandi.
Togliete uno dei pilastri e la creatura sarà sempre grande, ma la sua capacità di colpirti in faccia viene meno. 
[Zeus]




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