Burial Hordes – Θανατος αιωνιος (The Termination Thesis) [2018]

Ci sono due scene che, in questi anni, hanno attratto la mia attenzione: quella polacca (come avete avuto modo di vedere dalle numerose recensioni di band come Plaga, Furia o l’accoppiata Mgla/Kriegsmachine), anche se le ex province del blocco Sovietico forniscono spunti interessantissimi, come i Cult Of Fire, e quella greca. Quest’ultima è, in buona parte, dominata dai Rotting Christ, ma non sono gli unici provenienti dal Peloponneso ad essere interessanti e degni di nota. Di altre band abbiamo parlando in passato, mentre dei Burial Hordes parliamo oggi. E, con questo Θανατος αιωνιος (The Termination Thesis), ci troviamo di fronte ad un disco che divide. 
Se, come me, nel metal cercate in egual misura la furia, le atmosfere marce e anche (in certi casi soprattutto) l’ossessività, quella componente reiterata, maniacale e ritualistica, a seconda di come le band declinano il loro sound, allora questo disco, il quarto dei greci, potrebbe fare per voi. Perché dentro i solchi di questo CD si sente l’eco di band come Deathspell Omega e Blut Aus Nord (quindi la scena francese), ma si potrebbero vedere anche collegamenti con i neozelandesi Ulcerate e i Barshasketh (attualmente fuori con il loro nuovo, omonimo, disco) . Quindi ecco un sound compatto, granitico, privo di luce ma, comunque, capace di progredire e, in certi momenti, di indulgere in parti vagamente più ritmate. La registrazione è piena, plumbea e l’idea che i Burial Hordes hanno del loro sound è quello di una valanga che cola sulle orecchie dell’ascoltatore. Questa caratteristica viene strutturata su chitarre pulite, mentre la sezione ritmica è perfettamente udibile (la batteria è molto chiara, con un suono abbastanza naturale). Anche quando i greci tentano di far uscire l’entropia dalla musica, c’è una parte di “ragionamento” e calcolo, che non fa finire il brano in caciara o velocità fine a sé stessa. 
Su questa base musicale, imperversa il growl di T.D. Rispetto alla scena black metal nordica, o anche alcune derive avantgarde-black metal francesi, la tonalità è cavernosa, riverberata e, se dovessi spingermi in un paragone immediato, la sento molto vicina a quanto fatto dagli Ulcerate
Questi particolari, come potete immaginare, sono anche il lato “negativo” per chi le sonorità di questo tipo non le digerisce. Monolitico e privo di sfumature, Θανατος αιωνιος (The Termination Thesis) fa di questo suo aspetto quadrato il suo biglietto da visita. 
In queste settimane lo sto ascoltando parecchio, ma la grande ripetitività degli ascolti è anche data dalla necessità di capire bene quello che poi andrò a scrivere (graziarcazzo!). Pur essendo un disco che racchiude, in poco più di 43 minuti, un mondo scuro, brutto e dipinto di nero (cosa che non mi fa proprio schifo come concetto musicale), non credo che l’avrei inserito nei migliori dischi del 2018. 
[Zeus]

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Judas Iscariot – Distant in Solitary Night (1999)

Nella musica americana io ripongo sempre una grande fiducia. In un modo o nell’altro gli USA riescono quasi sempre a tirar fuori qualcosa che piace, anche solo per una questione meramente numerica e geografica. Gli Stati Uniti sono talmente grandi e coprono così tanti spettri geografici/climatici/religiosi e culturali (di partenza) che è probabile che ne esca qualcosa di buono. Solo un genere musicale è ostico per gli yankees ed è il black metal. La musica della fiamma nera sembra essere di difficile gestione per questo popolo e questo si vede in termini numerici: a parte Inquisition, Absu e forse pochi altri, non c’è una band rilevante proveniente dall’America. 
O, almeno, questo è il mio punto di vista. 
Judas Iscariot, ormai disciolti, rientrano in quei gruppi di cui non si capisce molto bene sia le motivazioni sonore sia quelle… extra-curriculum. Akhenaten, leader della band, mischia in maniera poco trasparente la sua dedizione al Satanismo e quella con l’estremismo in termini politici, tanto che le  sue dichiarazioni di “neutralità” vengono smentite dai commenti fatti durante il concerto a San Antonio (esemplificativo il video – minuto 11:39) e alcune partecipazioni a compilation NSBM tramite la sua seconda band: i Weltmacht
Questo per rendere chiaro che i Judas Iscariot non sono, e neanche saranno, una band “neutrale”, ma sono politicamente schierati sull’estrema destra. 
Detto questo, e non volendo pubblicizzare troppo le gesta di una band (anche TMI ha una sua linea guida e questa impone di non dar rilevanza a gente di un certo tipo), passo direttamente alla musica. Che è, senza se e senza ma, il fulcro di questa webzine. 
La band americana si imbarca in un black metal di stampo norvegese, debitore di quanto fatto dai Burzum e dai Darkthrone. Quindi ecco tremolo-picking, blast-beat e anche un po’ tastiere quando servono. Il problema è che spesso ne escono canzoni piatte, poco ispirate e senza quella necessaria energia negativa che ti spingeva a sentirti i dischi della prima ondata del black metal per inspirare tutta la negatività e il Demonio che trasudava da quei solchi. Le registrazioni, fatte dallo stesso Akhenaten, sono piatte e, tentando di riprendere lo stile norvegese, prive di dinamismo pur avendo modo di sentire anche le partiture di basso. 
Il problema principale di Distant in Solitary Nights è che non ci sono vere idee dentro. Sentitevi Where the Winter Beats Incessant, dove in un tentativo di riprendere qualcosa dei Burzum si passa da un riff all’altro senza senso alcuno e senza idea di cosa ne verrà fuori terminata la canzone. E così via per tutto il disco, in cui fra “omaggi” alla musica di Fenriz&Nocturno Culto e altre scopiazzature da Varg Vikernes, il disco arriva alla fine. Ma non senza passare per due tracce “quasi ambient” e quindi ecco The Clear Moon, And The Glory Of The Darkness (dove il drumming non esiste, per fortuna, e anche le vocals non sono parte fondamentale) e la stucchevole ultima traccia: Portions of Eternity Too Great for the Eye of Man. Titolo pretenzioso e risultato patetico, a mio avviso. Sono undici minuti (!) di synth e qualche nota sparsa qua e là, sotto cui si sente un discorso lunghissimo. Sono certo che nell’idea di Akhenaten questa fosse una degna conclusione, introspettiva e catartica in un certo senso, ma il risultato è solo una outro lenta e lunghissima che ti fa perdere la voglia di arrivare alla fine. 
Idee politiche condannabili a parte, anche musicalmente Distant in Solitary Night è un disco che non ha niente da dire. Una delusione e non ci perderei troppo tempo ad ascoltarlo. 
[Zeus]

Judas Priest – Defenders Of The Faith (1984)

Quest’anno, il 2019, è l’anno in cui Defenders Of The Faith compie la bellezza di 35 anni. Mica cazzi per un disco che, da solo, ha dato origine ad un intero modo di concepire il metallo pesante – almeno nell’ideologia provinciale in cui, sia chiaro, scostarsi di mezzo millimetro dal pensiero generale è indicativo di essersi sputtanato, non essere true e, logicamente, non poter far parte dei Defenders.
Capite anche voi che questa logica settaria è la stessa che provoca due reazioni uguali e contrarie per il metal? Una reazione porta alla sclerotizzazione della proposta musicale (cosa che prenderà anche i Judas Priest stessi, arrivati a richiamare Rob Halford per registrare il “disco del ritorno” dopo il periodo con “Ripper” Owens)  e la seconda è la capacità del metal, inteso nella sua forma più generale, di continuare a produrre musica conto ogni avversità, ogni censura, ogni tentativo di spezzare le gambe a questo genere musicale. E questa capacità, sia chiaro, è data proprio dal riunirsi, dal “fare scudo” e dall’atteggiamento “noi vs. voi”.
Defenders Of The Faith è così. Ti prende subito, anche perché l’attacco è dato dalla doppietta Freewheel Burning Jawbreaker e si sa che quando un disco parte tirato a lucido, allora siamo nel posto giusto. Siamo di fronte a qualcosa che segnerà un’epoca e, quell’epoca, è l’heavy metal classico. Quello metallico, up-tempo, brillante e con i chrous da stadio, cantati con il petto gonfio, abbracciati ad un vostro amico e/o a gente sconosciuta.
Anche adesso sento risuonare nella testa il chorus di Rock Hard Ride Free, giusto per farvi presente la cosa. E sì che io, dei Judas Priest, non sono proprio la persona più indicata per parlarne. Sono quasi certo che il buon Skan sarebbe il più preparato, musicalmente, a guidarvi nei meandri di un disco storico come questo. Ma sticazzi, non è così, quindi vi dovete sorbire i miei deliri d’onnipotenza e il fatto che il lato A è semplicemente perfetto (sono cazzi vostri se vi state ancora domandando se metterlo su youtube e disturbare i vostri colleghi al lavoro).
Se volete sentire la portata incredibile che ha questo LP, forse uno dei migliori dischi usciti a penna Judas Priest (soprattutto per la varietà di forme sonore che lo percorrono: dai numeri prettamente heavy metal alla ballad, dalle venature progressive di The Sentinel alle composizioni più dirette e “rock”), ecco che parte il lato B e si dipana tutta quella varietà musicale che vi ho accennato sopra. Quello che comunque rimane intatto, oltre al marchio di fabbrica Judas Priest su ogni brano, è la capacità della band di instillare in ogni millesima parte di composizione metal quel mix di melodia e attitudine al chorus da stadio. Fateci caso e provate a non ricordare brani come l’oscura Love Bites o Some Heads Are Gonna Roll fino ad arrivare all’energetica Eat Me Alive.
Se vogliamo, Defenders of the Faith se la contende con British Steel come miglior disco dei Priest (nonostante il mio naturale parteggiare per Painkiller, voi forse mettereste anche Screaming For Vengeance).
Mi farebbe piacere sapere il vostro pensiero, ma visto che mi leggete in tre e probabilmente avete il cellulare in una e la carta del cesso nell’altra mano, allora non commenterete… ma va bene così, la mia l’ho detta.

[Zeus]

Hellspell – Devil’s Might (1999)

I fratelli Andersson, da quanto leggo su Encyclopaedia Metallum, sono decisamente inquieti: dopo aver formato e sciolto gli Infernal (due demo), tirano fuori gli Hellspell (un demo e un LP, questo, all’attivo) e poi sciolgono anche questa band. Adesso sono nei Non Serviam, ma anche questo gruppo è in hold (la fonte è sempre E.M.). Nel peregrinare fra un gruppo e l’altro, fra un demo e l’altro, ecco che tirano fuori un full-lenght e lo intitolano The Devil’s Might che riesce a unire in un concetto sia la cover art sia il contenuto musicale: la parola è già sentito. Non suonano niente di nuovo e, fra un riff che ti ricorda qualcosa e l’utilizzo di armonie che hanno già avuto modo di comparire altrove, tirano fuori un disco di 40 minuti. 
Quello che gli Hellspell suonano è un black banalotto (con qualche inserto thrash) con tanto di accelerazioni programmatiche e mid-tempo noiosi (e condito da melodie che fanno tanto sound black metal svedese), ci sono anche le clean vocals che, per quanto non ne sia un fan assoluto in certi generi, almeno creano un elemento di disturbo rispetto al procedere del disco. 
Probabilmente l’hanno capito anche i due Andersson che, con il materiale presente in questo disco, non sarebbero andati da nessuna parte e quindi saluti e arrivederci Hellspell. 
The Devil’s Might non è un brutto disco, ma è inutile sotto molti punti di vista, quindi può tranquillamente essere dimenticato. 
[Zeus]

Iced Earth – Alive in Athens (1999)

Siete mai stati ad un concerto degli Iced Earth?
Ho avuto questo piacere un paio di volte ed è stato bellissimo. Quando un gruppo ruota intorno ad un’unica figura c’è spesso il timore che la resa live possa non essere entusiasmante o all’altezza delle aspettative, che venga a mancare quell’amalgama fra i musicisti che caratterizza quelle formazioni che suonano insieme da sempre e le fonde in un’entità viva e pulsante.

La band americana, guidata dal chitarrista/mastermind&membro fondatore John Schaffer,  non ha mai avuto una line up stabile, ma non ha sofferto troppo di quella freddezza on stage che caratterizza certi tipi di band. Dal 1994 fino al 2003 (e dal 2007 al 2011), però, un secondo membro spiccava per personalità e permanenza nel gruppo: il cantante Matthew Barlow.

Nelle sere del 23 e 24 gennaio 1999 gli Iced Earth registrano un monumentale live ad Atene durante il tour di supporto a quel discone che porta il titolo di “Something Wicked This Way Comes”. In queste due serate, forte del successo di pubblico e critica dell’album appena uscito, la band regala ai metalhead ellenici uno spettacolo indimenticabile, quel tipo di esperienza che ogni fan vorrebbe vivere ad un concerto. “Something Wicked…” viene proposto quasi per intero (rimangono fuori un brano ed una breve strumentale) insieme a quello che è un completissimo greatest hits, per un totale di trentuno canzoni in tre ore di puro metallo. Vengono eseguiti brani storici tratti dall’omonimo album di esordio, passando per i successivi “Night of the Stormrider”, “Burnt Offerings” e “Dark Saga”. Viene persino eseguita per intero “Dante’s Inferno” nei suoi sedici minuti di durata. Tutti i musicisti sono in gran forma, compatti,cazzuti e non perdono un colpo e se Schaffer sembra quasi disumano nella sua precisione esecutiva, a sconvolgere il pubblico ci pensa il rossocrinito singer. Barlow rimane per il sottoscritto una delle voci più rappresentative e uniche della nostra musica preferita, calda e profonda, graffiante ed aggressiva quando serve, riconoscibile all’istante fra mille. La prima volta che ho visto gli Iced Earth dal vivo c’era lui dietro al microfono. Me lo sogno ancora la notte e sono passati un bel po’ di anni.

In definitiva, questo “Alive in Athens” è, secondo chi scrive, un esempio per tutti su come un live album deve essere fatto, lasciando gli ascoltatori col forte desiderio di aver potuto essere lì o, per i più fortunati, fieri di esserci stati.
[Lenny Verga]

Rotting Christ – The Raven (2019)

Questo post lo scrivo veloce, perché dei Rotting Christ si parlerà ancora nelle prossime settimane e, soprattutto, dopo il 15 febbraio 2019 quando uscirà The Heretics.
Di questo LP sono stati creati tre lyric-video (cazzo, ormai non vengono più spesi soldi per fare video imbarazzanti, peccato): Heaven and Hell and FireFire God and FearThe Raven

Posto questo per un semplice motivo: nei precedenti si sentiva che Sakis aveva pescato un po’ qua e un po’ la nella musica dei Rotting Christ (e forse da altre parti, quel furbone ci mette sempre sul chi va là), mentre in The Raven c’è qualcosa di nuovo. La canzone non è un capolavoro assoluto, è cresciuta con il passare del tempo e, vorrei sottolineare, suona originale al 99% (non ci metto la mano sul 100%, perché quel diavolaccio di un greco sa come si creano le cose con quello che passa il convento). Oltre a tutto, The Raven ha un assolo “mai sentito” per la band greca, cosa che fa pendere il giudizio sul positivo… questo perché nei primi due estratti da The Heretics si poteva indovinare dove sarebbe iniziato l’assolo senza neanche conoscere la canzone. 
Ma noi li amiamo anche per questo, i fratelli Tolis ci mettono convinzione e costanza. Il Diavolo può essere fiero di loro. 
Noi di TMI lo siamo di sicuro. 
[Zeus]

Noise Ritual V – SLOWTORCH, Pure Rage, Vu Garde (19.01.2018)

Premessa dovuta: come sempre, il report del concerto degli Slowtorch è unicamente un’indicazione e non un giudizio per evidente “conflitto d’interesse”. 

Anno nuovo, nuovo concerto degli Slowtorch. La prima data live del 2019 coincide con un ritorno al Jellyfish Music Bar di Innsbruck (locale già frequentato dalla band bolzanina e che vorrei ringraziare anche in questa sede per la gentilezza assoluta, n.d.A.). Dopo qualche mese di “inattività” concertistica, dovuto alla voglia di concludere la pre-produzione dei brani del successore di Serpente, la TRCH Promotion organizza la quinta edizione del Noise Ritual. Ad accompagnare la band di Bolzano, sono stati chiamati gli austriaci Pure Rage e i Divine Root (poi sostituiti all’ultimo minuto dai Vu Garde, anch’essi austriaci). 
Il locale incomincia ad animarsi già intorno alle 21, ma la prima band (i VU GARDE) non hanno fretta di salire, lasciando così arrivare più persone e rendere il Noise Ritual un festival animato e “caldo”. 
Avevo avuto modo di sentire il trio austriaco su Youtube e, dagli spezzoni che avevo sentito, non mi avevano intrigato. Ma, ammetto, parto sempre prevenuto nei confronti delle doom-band con voce femminile. Per qualche motivo avrebbero le carte giuste per intrigarmi, ma non lo fanno quasi mai. 
Ma… mi sbagliavo. Il sound del trio è caldo, corposo e, cazzo, ha dentro dei bei riff di chitarra. La mancanza del basso, forse anche grazie a come è strutturato il Jellyfish, non sembra essere una pecca e grazie alle bastonate del batterista (Stephan Winzely) e al lavoro sulla chitarra di Sven Kofler, i Vu Garde ti prendono e ti fanno fare un headbanging continuo. Veniamo al mio personale dubbio: la voce femminile. Melanie Köstinger è brava e i suoi vocalizzi si sposano bene con quanto prodotto dagli altri due musicisti, fornendo al sound una buona percentuale di feeling “sciamanico/ritualistico” che il filone occult-metal porta come fiero vessillo. 
Piacevole scoperta e persone molto in gamba e simpatiche – cosa che non guasta mai. 

Dopo i Vu Garde, salgono sul palco i PURERAGE. La band, proveniente dalla vicina Ötztal, hanno un folto gruppo di sostenitori molto leali (tutti vestiti con magliette, toppe o altro della band – per una formazione di appena tre anni, non è malaccio). Gli austriaci sono in quattro, con la formazione classica con due chitarre, basso e batteria (rispettivamente Jan e Benny, Barney e Manu). I suoni, pur non eccellenti – ma questo è “colpa” del locale -, hanno tiro e la gente presente si esalta. Questo è poco ma sicuro, il picco degli spettatori davanti al palco è proprio per questi ragazzi austriaci. L’orario è quello giusto e loro suonano un set tirato, credendoci molto e mettendoci l’anima. Rispetto alla band d’apertura, si sente una maggiore inesperienza ma è normale per un gruppo nato nel 2015. I riff, pur non copiati di sana pianta, sono molto derivativi, anche se poi vanno a creare una composizione originale. Come detto, non sto certo a puntare il dito contro i simpatici austriaci (persone realmente alla mano), appena troveranno una propria voce e un sound che li rappresenta al 100%, allora i riff già sentiti (Metallica, Kyuss etc) spariranno a favore di composizioni originali al 100%.
Nota a margine, durante il set dei PURERAGE, la band austriaca ha invitato sul palco il singer degli SLOWTORCH per eseguire la cover di un brano dei Rage Against The Machine

Ormai abbiamo passato abbondantemente la mezzanotte quando i PURERAGE smettono di suonare e si incominciano a caricare gli amplificatori e preparare tutto per il set degli SLOWTORCH. Il pubblico, pur stanco, reagisce alla grande mentre i quattro altoatesini si gettano nel classico set e, per l’occasione, ci sono alcune piccole novità. Il sound è potente, non perfetto e un po’ sporco, ma i riff di Bruno escono potenti e dinamici, cosa importantissima per il groove che deve avere un genere come quello proposto dagli Slowtorch. 
Di fronte al palco c’è una bella atmosfera e tutti i presenti partecipano al casino incoraggiando la band con headbanging, grida e tutto il necessario per un concerto metal. Non siamo alla Scala, per vedere gli Slowtorch bisogna muoversi, sudare ed essere sotto il palco e a tiro degli altoparlanti. 
Nota estremamente positiva? Lo spirito di gruppo delle band è incredibile e ai rispettivi concerti le band in attesa erano le prime ad essere davanti al palco a supportare i compagni del festival. Questo, lo ripeto, QUESTO è lo spirito che ci vuole per un concerto, non le cazzate da mezze dive della minchia fritta. 
Sono ormai diversi mesi che la formazione si è riunita con il bassista Skan e l’intesa è migliorata, lasciando libero spazio al singer Mela di impazzire sulla scalinata e tirar fuori linee vocali potenti e aggressive ma melodiche. Come sempre ho difficoltà a specificare il genere, ma direi che è il certificato che quanto suonano gli SLOWTORCH è iscrivibile sotto la voce: ORIGINALE. 

Il concerto finisce senza bis, ma i volumi erano talmente alti e le vibrazioni così intense che hanno sfinito la sezione ritmica formata dal già citato Skan e Fabio. Pensate voi che botte di suono uscivano dalle casse e investivano le prime linee del pubblico!! 

Dopo il concerto la festa è andata avanti e, come da tradizione di questo blog, vi ricordo che quello che succede ai concerti, rimane ai concerti.
[Zeus]

Il culto di Nyarlathotep. Sulphur Aeon – The Scythe of Cosmic Chaos (2018)

A TheMurderinn abbiamo alcuni band culto e, fra queste, ci sono sicuramente i tedeschi Sulphur Aeon. Ascoltati la prima volta grazie al disco Gateway To The Antisphere del 2015, sono entrati in pianta stabile negli ascolti quasi quotidiani. Potete capire anche voi, quindi, il livello di hype (cazzo quanto siamo internazionali a parlare anche le lingue straniere) che circondava l’uscita di The Scythe of Cosmic Chaos
I primi estratti, la più “classica” Lungs Into Gills e l’evocativa Yuggothian Spell, ci avevano fatto sperare in un grande disco e, vi posso assicurare, tutte le aspettative sono state rispettate. Se vogliamo trovare una differenza immediata, a pelle, fra questo LP e il precedente del 2015, è l’atmosfera che i tedeschi riescono a creare, quel mood da rituale degno dei cultisti dei Grandi Antichi. In Gateway… avevano aperto il cancello verso l’universo Lovecraftiano con irruenza e facendo trasbordare tutto il maelstrom sull’ascoltatore; mentre in The Scythe Of Cosmic Chaos il songwriting indulge più spesso sul mid-tempo, inserendo però la novità delle clean vocals che, con la loro tonalità cantilenante, mescolano al death metal dei Sulphur Aeon una componente ritualistica ad alto tasso di coinvolgimento emotivo e sensoriale. Non che questa fosse assente nei primi due CD, ma è in questo terzo disco che i 5 tedeschi maneggiano la materia con padronanza assoluta.  Cerco di dirvelo chiaramente, così non cadete in nessun tranello: nei 50 minuti e 8 brani del disco non ci sono filler. Neanche uno e, se dovessi spingermi oltre, vi direi che non ci sono neanche momenti deboli. 
A livello sonoro, giusto per citare qualche brano, Veneration of the Lunar Orb e The Oneironaut – Haunting Visions Within the Starlit Chambers of Seven Gates hanno un tiro che si ricollega con quanto fatto su Gateway to the Antisphere, mentre Sinister Sea Sabbath si snoda su oltre 9 minuti di invocazione cultista e forma, insieme a The Summoning of Nyarlathotep e alla conclusiva Thou Shalt Not Speak His Name (The Scythe of Cosmic Chaos), una tripletta che ti costringe a rasarti i capelli, disegnarti simboli blasfemi sul corpo nudo e adorare il grande Cthulhu. 
Non ho idea se, dal vivo, i Sulphur Aeon siano in grado di trasmettere la stessa apocalittica tensione verso l’esterno e i Grandi Antichi, ma devo andarli a vedere (e sono quasi certo che Skan, che fra l’altro aveva recensito il precedente disco, sia d’accordo con me).
Devo essere presente per partecipare attivamente al rito, al culto di Nyarlathotep. In Italia non li ho ancora visti girare, quindi bisognerà dirigere la macchina verso Nord e, che Cthulhu ci conceda la grazia, vederli in qualche città tedesca. 
[Zeus]

Alice In Chains – Rainer Fog (2018)

Nel grande recupero delle pubblicazioni del 2018 mi sono dimenticato di fare la recensione di Rainer Fog degli Alice In Chains. La band americana mi era sfuggita dai radar per molti anni, complice una serie di fattori, e solo con l’ascolto di Black Gives Way To Blue mi è tornata la voglia di approcciare la band di Cantrell&Co. Quel disco aveva tutta l’urgenza di 14 anni senza musica, quindi il risultato non può che essere impregnato di questa sensazione di necessità. Il successivo The Devil Put The Dinosaurs Here non lo riesco a digerire molto, quindi devo saltare a pié pari la pubblicazione de 2013 e riascoltarmela più avanti e passare direttamente al 2018 e proprio a questo Rainer Fog.
Ormai la formazione con DuVall alla voce è a proprio agio e quindi anche il suono che ne esce è maturo e, rispetto ai precedenti due dischi, si sente una coesione notevole all’interno di tutti i 54 minuti dell’LP. Questo è un vantaggio notevole, seppur manchi quella sensazione di tensione del primo disco della nuova line-up, manca quel quid. Ci sta, ormai Cantrell ha cinquant’anni e non è più un ragazzino e il suono che fa uscire dalla chitarra è quello di un musicista maturo e con le idee chiare.
Questo per dire che se sperate di indulgere in momenti di nostalgia pura con Rainer Fog, state sbagliando disco. Ovvio, le melodie vocali di Cantrell-DuVall sono caratteristica principale della band, così come certe formule del songwriting, ma QUELLA band (pre-1995) non c’entra niente con QUESTA.
Su Rainer Fog spiccano le ballad e non mancano canzoni che ti rimangono immediatamente in testa: The One You Know, Rainer Fog (il collegamento con Black Gives Way To Blue è incredibile in questo pezzo) o Never Fade, con quella parte iniziale che tanto fa “primi tempi degli AIC”, sono titoli che ti si appiccicano subito nelle orecchie; ma così si potrebbe dire anche di So Far Under, brano che fino a poco tempo fa avevo guardato con sospetto, ma che adesso è cresciuta molto.
In mezzo al disco, ironicamente quelle che ho citato sono posizionate proprio ad inizio CD o alla sua fine, ci sono canzoni meno immediate e che, personalmente, non mi hanno colpito troppo. Pur se fatte bene e con spunti notevoli (gli echi Zeppelin-iani su Deaf Ears Blind Eyes), questi brani non hanno lo spunto melodico o catchy di quelli sopra citati. Sarà che forse le altre due ballad (Fly e Maybe) non incontrano troppo i miei gusti, o forse sono i 7 minuti di All I Am a fare il salto di qualità tale rispetto le altre da farle sembrare meno intriganti, o che Red Giant non mi prenda nonostante i suoi echi metallici e così neanche la pesante Drone.
Questo fattore, i miei dubbi riguardo alle canzoni prodotte quando gli Alice in Chains flirtano pesantemente con il genere che amo, mi lascia perplesso. Avrei puntato tutto su questi brani, ma non è così. Forse è una questione di sapere da dove provengono o sono io che ho delle aspettative enormi/ricordi di un grunge che fu (anche se gli AIC, grunge al 100%, non lo sono mai stati), che non mi permettono di apprezzare interamente questi lucidi episodi più metallici.
Rainer Fog cresce con l’ascolto e molte delle canzoni meno immediate crescono con il passare del tempo (la già citata All I Am), ma in un disco solido e ben suonato (ottime le registrazioni), quel “buco” centrale, con brani meno soddisfacenti o, per lo meno, meno intriganti di quelli posti in apertura-chiusura, mi fa posizionare questo CD dietro al debutto della nuova formazione. E The Devil Put The Dinosaurs Here lo lascio al terzo posto, con la promessa di riascoltarlo.
[Zeus]

Mayhem – De Mysteriis Dom Sathanas (1994)

Mayhem demysteriisdomsathanas.jpg

Se dovessi pensare ad un momento “Mayhem”, che non coincide esattamente con la prima volta che ho sentito De Mysteriis Dom Sathanas (puttana miseria i nordici e i loro cazzo di titoli in latino), potrei tornare a quelle sere in cui, preso dalla noia della città in cui sarei andato a vivere, scappavo verso il più “esotico” Trentino per trovare distrazione e qualcosa di nuovo rispetto alla classica tappa al pub dove ci si alcolizzava di brutto.
Per venire a patti sulla possibilità di bere qualcosa ed evitare delle temibili serate analcoliche, il patto era semplicissimo e scritto su pietra: una volta pigliavo io la macchina e quindi il socio poteva sfasciarsi di alcol, il weekend successivo ero io al posto del passeggero e mi potevo concedere le tanto meritate birre del fine settimana. Come potete capire, al tempo i piani erano particolarmente importanti.
Quando si andava in giro con la sua auto, nel tentativo di rompere il cazzo alla gente, trovare bar infimi dove fermarsi e importunare le ragazze di turno, il genere per eccellenza (anzi, l’unico genere consentito) era il black metal di stampo norvegese. Non c’era modo di scardinare questa fede per la fiamma nera, al massimo c’era qualche deviazione sulla scena francese, ma in generale gli artisti erano Burzum, Gorgoroth, Satyricon, Darkthrone, Emperor o, per l’appunto, i Mayhem.
Attenzione: non tutto dei Mayhem, ma solo i primi dischi (non penso di aver mai sentito Chimera sull’autoradio).
Come potete immaginare, De Mysteriis Dom Sathanas girava spesso. Ma io, che sono un po’ choosy gli ho sempre preferito un disco dal vivo dell’anno prima: Live In Leipzig. Per me (disclaimer per cagacazzi: sì, sto mettendo un parere personalissimo in una recensione personale, quindi non cacate il cazzo dicendo banalità, grazie) in quel live, nell’interpretazione incredibile di Dead, c’è tutto il black metal dei Mayhem; dentro Live In Leipzig c’è tutto il gelo, la morte e molta dell’essenza del black metal norvegese.
Non si gira intorno a cazzate esoteriche o fantasy, dentro i suoi solchi c’è Satana e tu lo senti che sarebbe scoppiato qualcosa nel giro di poco tempo (e così fu, lo sapete benissimo). Il fatto è che D.M.D.S. è un disco fantastico, ma a me Attila Csihar non è mai piaciuto particolarmente come cantante, gli ho sempre preferito Dead o, addirittura, la psicopatia dichiarata di Maniac nei successivi dischi (Wolf’s Lair Abyss e Grand Declaration of War). Non si può negare il valore storico fondamentale di questo disco, non ci provo neanche. Quello che però sottolineo è l’enorme differenza nell’interpretazione fra Dead e Attila: c’è una diversa capacità di scagliarti in faccia violenza, odio e sofferenza. A mio parere, Dead ti soverchia con la sensazione di morte, Attila, per quanto sia capace di mille vocalizzi e/o momenti di psicopatia pura, non riesce a trasmettermi la stessa cosa.
Fortunatamente ci sarà gente che penserà che mi sono rincoglionito; dico fortunatamente perché è così che va avanti la musica e, ne sono certo, per moltissimi ascoltatori questa versione di De Mysteriis Dom Sathanas è quella definitiva (oltre perché, su questo CD, ci suona anche Varg Vikernes e ha quasi il feeling di super-gruppo black metal).
Vi rendete conto? Una band con dentro Euronymous, Vikernes, Hellhammer e Attila/Dead. Praticamente la cornucopia per tutti quelli che adorano il sound norwegian black metal.
Ma lo sanno tutti, anche i muri: questa formazione leggendaria non poteva durare neanche un minuto di più di quello che è durata. Troppi galli in un pollaio e quindi troppe personalità estreme/dominanti da gestire. Non poteva reggere questa situazione, doveva esplodere in qualche atto scellerato (come è successo, ovvio).
Per poter diventare una band di culto, i Mayhem hanno contribuito a creare un genere musicale e, quel genere, non è nient’altro che il norwegian black metal e tutti gli stilemi che conosciamo/conoscete. Per poter diventare una band leggendaria, i norvegesi si sono dovuti nutrire di ben due morti (Euronymous e Dead) e una incarcerazione (Vikernes). La leggenda dei Mayhem è una marcia di sangue, morte, decadenza e black metal.
Da quel momento in avanti, i Mayhem hanno si sono avvolti le spalle con la loro stessa leggenda, continuando ad alimentare il loro stesso mito mentre producevano LP più sperimentali e lontani dai dogmi citati da Euronymous.
Ironicamente è proprio il mito Mayhem a permettere ai Mayhem veri di continuare a vivere con i loro LP e non il contrario.

De Mysteriis Dom Sathanas era la colonna sonora delle fughe dalla noia, con quel riscaldamento che funzionava a strappi e tossiva qualche particella tiepida, un freddo bastardo che ghiacciava le campagne trentine e che ti faceva riascoltare canzoni come Freezing Moon o Funeral Fog sperando (o pregando) in un bar accogliente, una birra fredda e delle ragazze calde.
[Zeus]