Nevermore – Dreaming Neon Black (1999)

Ho incominciato ad apprezzare i Nevermore molto tardi.
Quando parlo di musica, in generale, cerco sempre di spiegare alle persone che c’è un momento giusto per sentire un determinato tipo di musica o una band. Non c’è ritardo, c’è solo il momento corretto, quello in cui eri “destinato” (perdonatemi il concetto ad minchiam) a sentire quella canzone.
Per me, è stato così con i Nevermore. Li ho visti tanti anni fa dal vivo, era un Gods of Metal (stavano girando a supporto del disco This Godless Endeavor del 2005) e non mi hanno preso molto, sarà che al tempo ero impegnato a fare delle interviste imbarazzanti con i Sodom (me ne vergogno ancora) ed ero arrivato già ad un livello di brasatura che faceva schifo. Tant’è che mentre i Nevermore suonavano sul palco, io, colpevolmente, non sono riuscito ad apprezzarli.
Il vecchio batterista degli Slowtorch e anche l’attuale bassista, nonché co-autore qua a TMI Skan, sono dei fan di Warrel Dane&Co. e insieme all’insana volontà di “convertire” gli altri membri dei ‘torch con sonorità “poco frequentate” (es. il power metal), si dilungavano a tessere le lodi di una band come i Nevermore.
Dai una volta, dai una seconda, alla fine anche io ascoltato anzi, realmente sentito, Dreaming Neon Black del 1999.
Solo dopo l’ennesima conversazione sullo stile vocale di Warrel Dane (RIP) o lo stile chitarristico di Loomis (adesso nei noiosissimi Arch Enemy) mi sono messo di buona lena e ho incominciato a frequentare l’universo sonoro dei quattro di Seattle. Ci ho messo anni a capire che questo Dreaming Neon Black è un capolavoro e che The Lotus Eaters mi avrebbe tormentato più di quanto avessi mai pensato.
Ma non è solo questa canzone ad essere eccezionale, perché di questo si tratta a mio avviso (non sarà la migliore, non sarà la canzone definitiva dei Nevermore, ma puttanamiseria che impatto emozionale che ha), ma è tutto il disco ad avere una marcia in più, ad aprire uno spiraglio nero nelle composizioni power-thrash metal degli americani. In D.N.B. si legge il marchio di fabbrica di Loomis&Co., ma ci sono delle aperture teatrali, spazi in cui Warrel Dane riesce ad esprimere un mix di emozioni complesse, sentite (dato che il concept-album è una trasposizione delle esperienze reali del singer) e quindi si mischiano registri vocali più tipicamente metal a rallentamenti simil-ballad in cui la band tocca emozioni complesse e stratificate.
Se non l’avete mai sentito, errore che ho fatto io per molti anni e ancora me ne pento, fatelo. Sono passati vent’anni (il disco è uscito proprio il 06 gennaio 1999) e ancora adesso riesce a strapparti l’anima, a trasmettere quella disperazione, quell’intensità/angst/rabbia che ti scagliava addosso dieci anni fa o al momento della sua uscita.
[Zeus]

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