Ho voglia di delirare. Metallica – i singoli post-Garage Inc. (1999)

Mentre noi stiamo a discutere se è peggio Load o ReLoad o, in alternativa, il secondo disco di cover dei Metallica, Lars Ulrich, nel segreto della sua stanzetta, stava già incominciando a pianificare il Grande Ritorno con un LP che andremo a commentare nella seconda metà di quest’anno, quindi tenetevi leggeri perché S&M vi intasa come neanche il peggior cenone di Capodanno riuscirà mai a fare. 
Ad inizio febbraio fanno uscire un primo singolo con tre cover: una “nuova” (Whiskey in the Jar) e due più attempate e rese live (The Prince Blitzkrieg). E qua ti fregano, perché mettono una cover art che fa sempre tutto un po’ “vecchiotto” e dici che, forse, dopo aver messo in mostra tutta una serie di scelte artistiche discutibili, un po’ di sobrietà ci può anche stare. 
Almeno così la penso io… 


Ma non è così, perché loro senefottono e pubblicano un secondo singolo (questa volta in giugno) e lo infarciscono di cover del nuovo corso: Die, Die My Darling, Sabra Cadabra e il lungo medley dei Mercyful Fate. Fin qua, signori miei, può anche andare bene. Le canzoni piacciono e non mi sento certo di criticarli in maniera aspra… perché il vero colpo di genio di quel diavolaccio di un Ulrich è la cover art. Una cosa che ti fa venire su il pranzo della comunione. Ideale per le serate di San Remo e/o per dischi che compra vostra nonna perché davanti c’è il faccione sorridente di Pippo Baudo che approva il disco. Una cosa che fa paura, quasi quanto lo sguardo spaventato di Kirk Hammett che, per una volta, non può far finta di essere un protagonista di un cazzo di thriller con Al Capone e si sente una scimmietta al circo; la paresi facciale di Jason Newsted che, poraccio, sta sicuramente pensando “checazzocistoafarequaioconstobrancodistronzi?”, la bullaggine alcolica di Hetfield e poi c’è lui. Voglio tenermelo per ultimo perché LUI, Lard Ulrich, è quello che ha lo sguardo di chi sa di averti messo a novanta sul tavolo e dopo essersi messo del sale grosso sul cazzo ti incula senza pietà alcuna e, ovviamente, il tutto con il sorriso steso su tutto il viso. Guardatelo e ditemi che non è così. Ha quello sguardo che ti sbeffeggia dopo che ti giri con il culo sfondato e sanguinante e, visto che adori la band, con gli occhioni lacrimanti chiedi una spiegazione. Un qualcosa che dia un senso al dolore che hai dovuto provare con Load e poi col terribile ReLoad. 
Ma Lars Ulrich è più determinato di te e, con lo sguardo beffardo, sta già mettendosi altro sale grosso sul cazzo per festeggiare quello che uscirà negli anni futuri. 
Io vi ho avvertito, se non vi siete portati la vasella da casa… son cazzi vostri. 
[Zeus]

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Primordial – Exile Amongst the Ruins (2018)

Come si fa a recensire il nuovo album di una band che si ama alla follia fin dalla prima volta che la si è ascoltata e che non ti ha mai deluso?
Dicendo che il nuovo CD è una figata pazzesca e che dovete assolutamente ascoltarlo e, magari, anche comprarlo. Adesso che mi sono tolto questo pensiero posso parlare liberamente di “Exile Amongst the Ruins”.
I Primordial sono una band che ho sempre ritenuto particolare perché attraverso le varie fasi della carriera si sono sempre distinti per personalità. Sono ora black, ora pagan, sono doom, sono heavy ed epici, ma senza mai esserlo come gli altri. Sono irlandesi e la loro provenienza è fondamentale per determinarne la musica e i testi.
I temi affrontati in questo album sono vari, spesso ricorrenti nell’intera discografia. Si parla di storia e tradizioni pagane-celtiche, di guerra, morte, persecuzione, esecuzioni capitali, esilio, ribellione e redenzione. La band tratta la materia nel suo classico stile: i riff corposi, pieni e viscerali (cioè che si sentono con lo stomaco tanto quanto che con le orecchie) si mescolano a ritmi marziali, tribali e rallentati, sfuriate black, break acustici e melodie che emergono lentamente per poi cristallizzarsi e stamparsi nella mente dell’ascoltatore.
Ad accompagnarci in queste vicende è la voce di Alan Averill: teatrale, evocativa ed avvolgente ma capace di riversare dolore, sofferenza e odio.
Chi segue la band da un pò di tempo come me, sa che gli irlandesi hanno un loro modo di colpire l’ascoltatore. L’album inizia con un lento crescendo, come un sipario che si apre, e una volta arrivato al culmine la band sfodera un’accoppiata di pezzi agguerriti ed epici come “Nail Their Tongues” e “To Hell or The Hangman”.
Dopodiché si passa ai momenti più viscerali, quelli che ti avvolgono e ti stritolano per la loro intensità in un vortice di emozioni: si parte con la bellissima “Where Lie the Gods” e, passando dall’intensa title track, si arriva alla pazzesca “Upon Our Spiritual Death Bed”. Un trittico da strapparsi i capelli, da urlare al cielo quanto fottutamente i Primordial siano riusciti ad annientarti nel corpo e nello spirito.
Ma è proprio a questo punto che la band ti sorprende con un pezzo come “Stolen Years”, stupendo ed evocativo, con linee melodiche talmente belle che potresti ascoltarle per ore. E chissenefrega se non è una sfuriata super heavy, veloce, da pogo sfrenato. Anzi, è lento e riflessivo, strumentale per la maggior parte, ma rimane un pezzo con i controcazzi quadrati. L’album prosegue, e si conclude, ritornando sui toni più violenti, trovando la perfetta chiusura del cerchio con “Sunken Lungs” e la monumentale “Last Call” che, con i suoi oltre dieci minuti di durata, racchiude tutta l’essenza dei Primordial. Per concludere, se siete fan della band non resterete delusi, se non lo siete… che cazzo state aspettando?
[Lenny Verga]

Ascolti improbabili: Lit – A Place in the Sun (1999)

Non ho mai provato molto amore per questa band, i californiani Lit, ma in classe alle superiori andavano alla grande (insieme a loro anche altri gruppi che, oggi, reggo per sì e no una canzone). A Place in the Sun era uscito ad inizio 1999, precisamente in febbraio, quindi nei mesi precedenti l’esame di quinta superiore. Capite anche voi che qualsiasi stronzata venisse cagata dal mondo musicale in quel momento andava bene, tanto la prospettiva del futuro era il grande cambiamento
Me li ricordo sparati nel lettore della macchina (per chi aveva già fatto la patente), quindi erano una solfa incredibile che poi verrà prolungata per almeno un altro anno. Sapete come sono le superiori quando finiscono: il gruppo che si è formato rimane insieme e si continua a vivere di ricordi. 
Capite perché uno diventa alcolista? 
I Lit erano sempre su, sempre a girare con queste cazzo di canzoni in formato power-pop o pop-punk all’acqua di rose. 
Diciamocelo, questi Lit sono la colonna sonora perfetta per le serie televisive adolescenziali in cui il livello cerebrale dei protagonisti è di meno dieci e ci sono i drammoni amorosi/di vita e altre cazzate che, nella vita di tutti i giorni, non incroci neanche a cercarli. 
Quindi la musica che deve accompagnare questi “falsi drammi” deve essere altrettanto innocua, altrettanto blanda da non toccarti nel profondo. Sentitevi le prime quattro canzoni (dove i Lit hanno sicuramente sparato al massimo) e poi ecco il brano da “ricordiamoci tutti che bello era” (!?) come Miserable. Power-pop senza pretese, tenete conto che sul genere sono usciti dischi decisamente migliori, o addirittura il comeback delle Hole del 1998 è meglio
Poi ovvio, per darsi il tono da “alternativi”, ecco che riprendono a fare un po’ di punkettone in No Big Thing, un pezzo che non ti ricordi dopo 5 minuti che l’hai finito di sentire. Con Zip-Lock hanno un terzo singolo e, come potete immaginare, è di nuovo quel power-pop/punk che poi sentirete in tutte le salse negli anni successivi con band praticamente identiche fra di loro. 
Vi giuro, l’ho ascoltato anche troppe volte questo LP. Troppe volte e, rispetto a molti dischi della mia vita, l’unico ricordo che ci associo è la noia e un vago ribrezzo. So che dovrebbe farmi andare a quei ricordi felici da “filmone alla American Pie”, in cui mi vengono in mente le risate e la combriccola del 1999, ma il massimo che mi esce è un rutto al sapore di birra. 
E, a pensarci benissimo, la birra è solo il sapore superficiale… il vomito è il secondo cliente della lista.
Se volete recuperare questo disco, ve lo dico francamente, sono cazzi vostri. 
[Zeus]

Darkane – Rusted Angel (1999)

Sul finire degli anni ’90 il mondo del metal si arricchisce di una seconda ondata di band interessanti provenienti dalla penisola scandinava in generale e dalla Svezia in particolare. Il nome che, penso, venga in mente per primo a molti è quello dei Soilwork. Queste band cercano di dar vita ad una nuova scintilla in una scena che aveva dettato legge per tutto il decennio. Partendo dalla violenza di formazioni seminali come Unleashed, Dismember e At The Gates, e attingendo al cosiddetto “Gotheborg Sound” di In Flames, Dark Tranquillity e compagnia bella, viene creata una sonorità che vuole rendere omaggio anche al metallo degli anni ’80. Quello che ne risulta è un thrash metal dalle forti influenze swedish death.

Come sappiamo bene, qualche anno dopo questo genere subirà una svolta melodica e di più facile accesso che farà girare le palle a mezzo mondo. Ma rimaniamo col pensiero al periodo in considerazione. I Soilwork pubblicano una mattonata nei denti che porta il nome di “Steelbath Suicide” (io sono più critico del buon Lenny su questo punto, n.d.Zeus).
A pochi mesi di distanza un’altra band esordisce con un album ancora più violento e oscuro: sono i Darkane e l’album si intitola “Rusted Angel”.

I cinque svedesi sono incazzatissimi, macinano riff su riff, assaltano l’ascoltatore con ritmi furiosi, accelerazioni e assoli di chitarra ispirati, se ne sbattono dei ritornelli melodici, utilizzando solo qualche inserto atmosferico che prelude alla successiva tempesta sonora. Il singer Lawrence Macrory, presente solo su questo album, è il perfetto punto di congiunzione tra il metallo svedese e quello americano, tra At The Gates ed Exodus, se volete dei punti di riferimento.

Per quanto mi riguarda, questo CD supera di gran lunga più o meno qualsiasi cosa pubblicata dalle altre band appartenenti allo stesso genere negli anni successivi fino ad oggi. Peccato che anche i Darkane si siano poi conformati alla tendenza dei colleghi ammorbidendo il sound, forse in modo un po’ meno marcato rispetto ad altri, ma senza ritornare mai a questi livelli di cattiveria.

La band non ha mia raggiunto alti livelli di notorietà, ha avuto un’attività scostante, ha cambiato spesso singer e ha sperimentato cambi di sound, ma consiglio a chi non li ha mai ascoltati di recuperare questo piccolo gioiello, perché ancora oggi non ha perso nemmeno una briciola del suo smalto. I Darkane hanno comunque prodotto altri ottimi album come “Layer of Lies” (2005) e “Demonic Art” (2008).

[Lenny Verga]

Il gelo estremo. Immortal – At The Heart Of Winter (1999)

Uno dei più grandi assunti musicali esistenti è il seguente: la band è sempre più grande dei singoli che la compongono. L’hanno provato sulle proprie spalle tanti musicisti e, ogni volta, si è rivelata vera questa affermazione (chiedete lumi a gente come Roger Waters, Ozzy Osbourne etc). La band è un’entità superiore alla semplice somma delle persone che ci stanno dentro. 
Per gli Immortal è la stessa cosa e i norvegesi l’hanno capito per due volte: la prima in maniera mild nel 1999 e la seconda dopo All Shall Fall. Se il secondo ha visto l’uscita di Abbath, il rientro di Demonaz e la pubblicazione dell’eccellente Northern Chaos Gods, nel primo caso è l’abbandono di Demonaz come chitarrista a cambiare nettamente il corso delle cose. 
L’ultimo disco in studio con il chitarrista norvegese è stato il deludente Blizzard Beasts e, come lascito, non è stato il migliore. Dal 1999 la formazione muta e vede Abbath diventare protagonista quasi assoluto del sound degli Immortal. Il cambio si sente subito e non mi serve neanche dirvi di confrontare il sound dell’LP precedente con quello di At The Heart Of Winter, il primo è velocità e black metal in stile Demonaz, mentre il nuovo disco risente di un’influenza più vasta e, per la precisione, del thrash tedesco. Oltre a questo particolare, anche la qualità della registrazione muta e si fa più limpida e meno orientata a seguire lo stile raw. 
La pulizia sonora, attenzione, non va certo a diminuire l’impatto delle canzoni (una Solarfall, per esempio, ha la botta e la velocità), solo che riesce ad aumentarne l’aspetto epico e magniloquente. Non è certo una questione di “meglio prima vs. meglio adesso”, ma sfido chiunque a dirmi che At The Heart Of Winter non profuma di stilettate ghiacciate, di lande oscure e mitiche e, nella peggiore delle ipotesi, di fiordi congelati e di intemperie. Per me è questo, perché Tragedies Blow At Horizon mischia tutto: le parti tirate, il riffing veloce ma pulito e comprensibile, un songwriting che tiene in piedi la canzone per oltre 8 minuti (anche quando viene lasciato spazio agli arpeggi, che non diminuiscono la botta, ma che accrescono l’aggressività della ripartenza e creano il mood giusto) e poi c’è il “suono da caffettiera” del growl di Abbath – che varierà proprio in occasione di Where Dark And Light Don’t Differ -.
Poi, forse è gusto personale o mi sto rincoglionendo del tutto, ma questo è il disco con l’artwork migliore di tutta la carriera di Abbath&Co. 
Il miglior disco senza Demonaz? Probabilmente sì. O, almeno, questo è il mio parere. Sons Of Northern Darkness è figo e ha dentro dei pezzi epocali, ma è in At The Heart Of Winter che Abbath, Demonaz e Horgh trovano la dimensione perfetta, il mix ottimale di tutti gli elementi black-thrash-epici (sentitevi l’intro della title-track e poi come si evolve in un pezzo magnifico) che caratterizzeranno i dischi degli Immortal per una decina d’anni. 
[Zeus]

Il debutto dei Lacuna Coil – In a Reverie (1999)

Dopo un EP pubblicato nel 1998 e un contratto con la Century Media Records, esce il primo disco degli italiani Lacuna Coil. Mi ricordo che, in qualche modo, qualche anno dopo mi era arrivò in mano Comalies e, a parte qualche canzone (una o due?), non mi ricordo assolutamente niente di quel disco. Questo perché dall’ambito gothic-rock/metal con doppia voce sono uscito presto e, quando ci sono rimasto dentro, ho continuato a seguire due band: Theater Of Tragedy e The Gathering. Quindi sono o il peggiore dei recensori o il migliore, vedete voi. 
Se è innegabile che i Lacuna Coil abbiano fatto molto per il marchio italiano in territorio metal visto il numero di copie vendute ed esposizione mediatica, pur non ritenendoli io realmente metal, quello che bisogna capire è quanto siano interessanti per il lettore medio di questa webzine. Ognuno, ahimè, parla al pubblico che lo segue e io, che di pubblico ho 3 persone (quando gira bene), parlo per loro. E per me, che mi leggo, e sopporto, a stento. 
Musicalmente, In a Reverie non eccelle, è lo studente da 6/6,5; non ci sono pezzi brutti (solo qualche brano noioso, ad es. Cold), ma neanche qualcosa di così incredibile da farti smettere quello che stai facendo. Quindi stiamo parlando di un debutto che si getta nel filone gothic (grazie Waldemar!) e lo fa assimilando tutto quello che stava andando bene in quel momento e riproponendolo in 9 canzoni. Senza essere esageratamente e ingiustamente cattivi, si può dire che il songwriting è buono, ma non è ancora così personale come il loro miglior disco ad oggi (Comalies) – questo, però, lo si scusa visto che è il debutto. 
Dopo quasi 300 battute posso anche dire quello che tutti stanno pensando: il vero jolly della formazione milanese è Cristina Scabbia. Le sue linee vocali sono puntuali e ammantano di un’aura perfetta le canzoni. Tanto sono “scontate”  le lodi a Cristina, quanto mi dispiace essere l’ennesimo recensore che si accanisce su Andrea Ferro, ma non riesco a trovare l’utilità di un secondo vocalist (anche se probabilmente volevano ricreare la formula Beauty & The Beast) e, spesso, le sue performance mi sembrano un po’ anonime.
Solo in Honeymoon Suite la voce di Ferro si avvicina a Nick Holmes del periodo Icon e l’interscambio funziona, anche se il punto focale rimane sempre la voce della singer italiana. 
Tutto sommato, In a Reverie non è un brutto debutto e fa intravvedere le potenzialità dei Lacuna Coil nel comporre canzoni gothic-rock mainstream e appetibili da una fascia di ascoltatori abbastanza ampia. Rispetto ad altri dischi, però, gli manca ancora un po’ di furbizia e/o di reale decadenza gotica che altre band già dimostravano. 
[Zeus]

L’ennesimo lyric video dei Rotting Christ: Sons Of Hell (2019)

La recensione del disco The Heretics uscirà fra un po’, voglio ascoltarmelo ancora per poter dare un giudizio sincero sulla nuova fatica in studio di Sakis.
Nel frattempo eccovi il lyric video (ormai Sakis fa solo questo) della bonus track del nuovo LP The Heretics – The Sons Of Hell.
Paradossalmente, questa è la traccia con più chitarre di tutto il disco, anche se, come sempre, o la melodia o il riffing o il testo ti fa esclamare: ma io, questo/a [* inserite parte a scelta] l’ho già sentito/a!!! 
[Zeus]

Dalla Nuova Zelanda, via Scozia, con furore. Barshasketh – Barshasketh (2019)

Dieci anni d’attività e quattro dischi e io non avevo mai sentito nominare i Barshasketh. Fortuna che ho Encyclopedia Metallum a darmi una mano e mi dice che, partiti dalla Nuova Zelanda, i quattro musicisti adesso risiedono nella terra del Mars fritto, delle interiora cotte nelle interiora e di Trainspotting, a.k.a. Edinburgo, Scozia. 
Quello che è certo, però, è che non hanno il feeling inglese al black metal, hanno un tocco particolare, qualcosa che in qualche modo richiama il black metal cascadico e poi si diverte a buttare nel calderone anche qualcosa di francese (non la Legione Nerama piuttosto Deathspell Omega / Blut Aus Nord) e un vago richiamo al mix di muscoli-spiritualità della scena polacca: soprattutto per quella capacità di mantenere il suono in bilico fra la potenza, il marasma generale e, nello stesso tempo, riuscendo a fornire un qualcosa di “esoterico”. 
Barshasketh non è né semplice né accessibile ad un ascolto distratto, perché si muove sì su coordinate conosciute (addirittura ci sono momenti in cui emerge della melodia), ma poi c’è quella capacità di creare un muro massiccio di riff black metal, così densi da essere quasi asfissianti, che si quanto band come Mgla/Kriesmachine hanno fatto tanto per la scena black metal odierna (Consciousness I).
Quello che emerge dall’ascolto è proprio questa enorme matassa sonora, un monolite black metal che, nel migliore dei casi, è fautore di una catarsi uditiva, nel peggiore si risolve in episodi un po’ sterili, in cui l’aspetto “esoterico/ipnotico” non è supportato dalla stessa capacità degli Mgla di creare riff “memorabili”. Questo, se vogliamo, è il limite più grande per dare al disco un voto alto, senza recriminazioni o i “se…” che di solito accompagnano una prestazione decisa, senza troppe ombre: quando picchiano forte gli “scozzesi” sono senza pietà e quell’intreccio fra l’anima “francese” e quella “europea dell’est” si regge su calibrati momenti di alta tensione e quelli di rilascio; quando la band si arrotola su sè stessa, cercando di ricreare un’atmosfera onirica ed esoterica, ecco che emergono delle limitazioni nel comparto emotivo.
Barshasketh è un disco che vale la pena sentire, ma non è una rivelazione in termini assoluti. La strada è ancora lunga e, al quarto disco, il processo di maturazione di questi musicisti ha ancora margini di crescita.
[Zeus]

I bei tempi andati. Pig Destroyer – Head Cage (2018)

Non posso parlare del nuovo disco dei Pig Destroyer senza nominare Myspace almeno una volta. Quei tempi da pionieri dei social, tanto che quando è arrivato Facebook io l’ho guardato con diffidenza – troppo glamour e con troppa gente sopra e, inoltre, FB è/era privo di quella possibilità di personalizzare Myspace che rendeva questo mezzo qualcosa di intrigante. Pieno di difetti fino al buco del culo, ma intrigante. Tanto che proprio su questo mezzo ho incontrato molta gente che ancora oggi frequento o con cui sono rimasto in contatto in qualche modo. 
Su Myspace ero in contatto con una band, i Pig Destroyer, e ancora oggi mi ricordo la gentilezza con cui si interfacciavano con il pubblico. Mi ricordo i saluti, qualche battuta, gli auguri ai compleanni e poi, ovvio, la musica. Non mi ricordo che disco fosse uscito, giuro, la memoria sta facendo sempre più cilecca negli ultimi anni. 
In compenso mi è tornato in mente questo particolare (Myspace) proprio in occasione dell’uscita di Head Cage, ultimo disco del quintetto di Alexander, in Virginia (USA). Rispetto a Book Burner del 2012, la formazione si è arricchita del bassista John Jarvis (fratello di Adam Jarvis, batterista di Misery Index e Scour, giusto per citarne alcuni). 
Il grindcore degli americani viene spinto sul territorio del groove, innestando riffoni quadrati e qualche mid tempo, il tutto mantenendo brevi i brani. Il fatto è che c’è una strana distinzione nelle canzoni: si sente l’intento di cambiare registro, che sia aggiungendo un mid tempo, un tocco anthemico o giocando sui pattern ritmici (The Last Song, abbastanza sotto tono), ma è proprio nel cambiamento che i Pig Destroyer perdono quell’efficacia che gli è propria (Army Of Cop non è male, ma tirata 3 minuti è troppo).
Un esempio lampante di questa difficoltà lo possiamo trovare in Concrete Beast, canzone che non convince pur muovendosi su diversi cambi di tempo e azzoppata, forse ma non ne sono sicuro, dal trovarsi in mezzo a Terminal Itch – The Adventures of Jason and JR, brani veloci e d’impatto. Piace anche il tiro thrash/groove della breve Circle River – il cui riff ti si attacca alla testa peggio delle piattole sulle palle. Se togliamo dal conto l’ultima, e contorta, House Of Snake, si vede che sono proprio i brani più deliranti e veloci ad essere quelli più convincenti. 
Con Head Cage i Pig Destroyer tentano la carta della piccola rivoluzione, ma la azzeccano solo a metà. Non saprei dire se il nuovo corso sarà sui brani “nuovi” o se faranno un 180° e ritorneranno a produrre solo sberle grindcore, vedremo nei prossimi mesi/anni.
Io intanto cerco di ricordarmi la password d’entrata per Myspace, ma non me la ricorderò mai.
[Zeus]

Heads for the Dead – Serpent’s Curse (2018)

Parte il disco e, ahimé, mi sembra di trovarmi sul set del 13° Guerriero. Ve lo ricordate, vero? Quello dove dei vichinghi vanno a raccattare un arabo (che in realtà è spagnolo e vive in America e si fa chiamare Antonio Banderas) e lo portano nei fiordi a prendere il fresco per sconfiggere il nemico. A parte che la storia inizia e capisci subito che la trama è stata creata da uno che non aveva voglia di pensarci troppo, alla trama, il film risulta anche divertente. A parte Banderas che è irritante oltre ogni possibile concezione e, quando non deve fare l’insostenibile arabo illuminato che cita poeti ad minchiam canis, te lo immagini nascosto dietro a qualche palo a inchiappettarsi la gallina. O viceversa.
Fortuna che Serpent’s Curse, primo e attualmente unico disco dei Heads for the Dead, non è della pasta del 13° Guerriero. Inizia così, ma poi si rivela un LP di solidissimo death metal creato dall’accoppiata Jonny PetterssonRalf Hauber. Il primo presente in x-mila progetti, dischi etc, il secondo impegnato nei Revel in Flesh.
Il risultato, e mi fa strano dirlo in maniera così diretta, è quello di un disco onesto, ben concepito, ben suonato e interessante. Senza troppi fronzoli e stronzate, Serpent’s Curse porta a casa il risultato proprio perché non si fa prendere dalla smania di essere chissà che cosa. Il duo è smaliziato e sa come gestire la materia, tanto che i richiami sono accenati e, per qualche strano motivo, mi ricordano i Belphegor (periodo Blood Magick Necromance) per il sound che ne esce (quadrato, pulito e grosso) e per quel sottile accento che filtra dietro il growl di Hauber. Ma niente di più. Del delirio blackned death metal di Helmuth&Co. non si sente altro, essendo Serpent’s Cult un disco di death metal, seppur oscuro e plumbeo quanto basta. 
Per me è una ventata di freschezza questo ritrovare nel death metal quella capacità di arrivare a produrre un disco buono, senza dover per forza finire a inserire milioni di note per suonare “iper-tecnici” o sgorgare nei territori dello slam o, ed è l’ultimo esempio, dover per forza contaminare il sound con il “-core” per poter essere appetibili ad un pubblico giovane.
In Serpent’s Cult ci sono le parti con più groove, quelle dove si picchia, le atmosfere e il growl, marcio quanto basta. Questo mi aspetto da un disco death e questo, nell’LP d’esordio della band, ho trovato.
Ci sarà un seguito? Non so cosa dire, questi sono progetti “usa-e-getta” per soddisfare la voglia di un certo sound, di collaborare, di pagare gli alimenti alla ex-moglie o chi più ne ha più ne metta e spesso rimangono tali.
Se poi ci sarà un secondo disco, io spero che il buon Satana guidi questo duo raffinando/inzozzando/modificando quanto creato nell’esordio, ma rimanendo sempre su questa linea “semplice ed efficace”.
[Zeus]