Alabama Thunderpussy – River City Revival (1999)

Parte Dry Spell e mi sento ancora giovane e pronto per saltare sul furgone degli Slowtorch in vista di una data lercissima in qualche provincia sconosciuta della Germania del Sud.
Premetto una considerazione, così mi tolgo i rompicoglioni dalle palle e posso proseguire sull’onda dei ricordi: gli Alabama Thunderpussy non propongono niente di nuovo, niente di realmente eccezionale o epocale, ma cazzo se sanno fare bene il loro sporchissimo lavoro. L’anno prima erano usciti con Rise Again e lo sentivi che cantavano le storie che la mamma-sorella raccontava a proposito del padre-fratello e, quando non erano intenti a suonare nel fienile, aumentavano il fatturato della band distillando moonshine nella vasca da bagno del nonno ubriacone e sudista. In River City Revival si puliscono un po’ di polvere di dosso, mettono il cappello delle feste e rattoppano i vestiti lisi, ma sotto sotto ci sono ancora dei redneck ignoranti come zappe… e così ci piacciono. O, almeno, così mi piace pensarli.
Rise Again era sporco, ma in River City Revival ci sono i pezzi bomba, quelli che li metti su e ti fanno salire il sorriso del compiacimento: la già citata Dry Spell, Heathen o Mosquito… giusto per citarne alcune.
Giving Up on Living inizia con un riff che mi fa esaltare sempre, poi si quieta e, ancora oggi, non so se la preferisco così, pregna di umori sudisti come le mutande di una Miss Maglietta Bagnata alla fiera della pannocchia, o l’avrei voluta con più ottani, più dinamismo e non solo quello scoppio finale.
Se la cover dei The Four Horsemen (California) di Rockin’ Is Ma’ Business mi rimette in sesto come energia, Own Worst Enemy ha tutto l’occorrente per essere un inno southern dei poveri: delle sensazioni che ti prendono quando ti svegli con le palle girate e triste per aver perso la donna dei tuoi sogni e queste si mescolano al sapore di moquette da albergo di infimo ordine che hai in bocca grazie alla sbronza tonante che ti fa vomitare la prima comunione nel cesso.
Quando voglio nutrirmi di un po’ di mood da bayou, allora faccio partire questa canzone degli Alabama Thunderpussy e sto bene. Perché nei solchi di questo disco convivono tante anime, dal rock sudista dei Lynyrd Skynyrd a seguire. Quindi c’è di che perdersi e, permettetemi, non faccio la primadonna pensando che solo il primo disco fosse “eccezionale”.
Per me no, in River City Revival ci sono quelle grandi canzoni che solo saltuariamente emergeranno nei dischi successivi.

Nel 2005 fanno uscire una nuova edizione del disco con copertina diversa (più glamour e meno da “fiera dell’est”) e con tre canzoni in più.
Ripeto un concetto espresso all’inizio dell’articolo: le Fighe di Tuono dell’Alabama non suoneranno niente di nuovo, non sono i nuovi messia del southern metal/sludge/southern rock, ma cristo se ti fanno divertire, sentire un vagabondo redneck e ti fanno venir voglia di berti una pinta di moonshine mentre stai importunando la reginetta della minchia fritta.
[Zeus]

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