Craft – White Noise and Black Metal (2018)

Un mio preciso intento da recensore è schifare, almeno in primis, ogni forma di hype che percepisco nell’aria. Perché? Perché fondamentalmente sono un coglione, ma questo è un discorso che potrebbe portare via molto tempo e annoiare i più. Questa diffidenza verso il tamburo mediatico mi aveva colto nei confronti degli Mgla, di cui ho cambiato radicalmente idea e che sono diventati la colonna sonora delle mie tediose giornate, dei Batushka, di cui non mi pento della mezza stroncatura, e di altre gloriose novità o presunte tali. Nei tempi recenti, il gruppo che mi ha insospettito è stato quello dei Craft. Svedesi, attivi da un po’ (primo disco ufficiale nel 2000) e con dentro membri o ex membri di Bloodbath e Shining, giusto per citarne alcuni. 
Da fine giugno in poi, il disco “da sentire” è stato il qui presente White Noise and Black Metal. All’inizio l’ho evitato, lo ammetto, le testate “maggiori” lo recensivano e facevano promozione a questo quartetto svedese, ma non mi fidavo. Solo qualche mese fa mi sono concesso il primo ascolto di Fuck The Universe e l’ho trovato di mio gradimento, quindi mi sono gettato sul nuovo LP. Nel mezzo hanno fatto uscire, a distanza di sei anni da Fuck…, un altro disco (Void), ma l’ho saltato e dovrò recuperarlo. 
In White Noise and Black Metal trovo una band meno arrembante, meno “diretto” di Fuck The Universe (in quel disco, a mio parere, il tiro era maggiore), ma compensa migrando parte della furia esecutiva in un black metal compatto, a volte dissonante, e che non si limita a vedere nell’oscura Svezia il proprio perimetro musicale, ma fonde anche la lezione norvegese di gente come Emperor o Darkthrone nei solchi del CD. Se vogliamo, sono proprio le prime due tracce a far sentire l’aroma dell’Imperatore, ma poi sono i richiami ai Carpathian Forest – non quelli caciaroni, ma quelli più groovy – o alla musica di Fenriz ad emergere. 
Come potete notare, però, gli Shining non sono contemplati nello spettro sonoro. L’attitudine dei Craft si distanzia da quanto proposto da Niklas e, per me, questo è un sollievo visto che c’è bisogno di linfa nuova nel sound black metal. 
Dei Craft, oltre al rimando ideale ai nomi storici, piace quella capacità di condensare negli otto brani (sette, più lo strumentale Crimson) sia l’ossessività, quella ricerca del riff circolare ripetuto ad nauseam per creare l’effetto straniante e ipnotico, sia la volontà di non arrotolarsi su sé stessi minando ogni forma di ascolto piacevole o interessante. Quindi ecco le improvvise accelerate e i riff che diventano più diretti, più ficcanti e, come nella doppietta finale, approfondiscono il lato più classicamente black metal  (White Noise) e lo filtrano secondo lo stile Craft (YHVH’s Shadow). 
Pur essendo un compendio migliore delle varie anime black metal che convergono nel sound degli svedesi, White Noise and Black Metal non è il miglior disco dei Craft. Pur essendo dissonante, rivolto ad una maggiore ripetitività e con un grado di ossessività forse maggiore di Fuck The Universe, WNaBM non ha quel fascino così morboso che aveva il disco del 2005. 
[Zeus]

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