Dalla Nuova Zelanda, via Scozia, con furore. Barshasketh – Barshasketh (2019)

Dieci anni d’attività e quattro dischi e io non avevo mai sentito nominare i Barshasketh. Fortuna che ho Encyclopedia Metallum a darmi una mano e mi dice che, partiti dalla Nuova Zelanda, i quattro musicisti adesso risiedono nella terra del Mars fritto, delle interiora cotte nelle interiora e di Trainspotting, a.k.a. Edinburgo, Scozia. 
Quello che è certo, però, è che non hanno il feeling inglese al black metal, hanno un tocco particolare, qualcosa che in qualche modo richiama il black metal cascadico e poi si diverte a buttare nel calderone anche qualcosa di francese (non la Legione Nerama piuttosto Deathspell Omega / Blut Aus Nord) e un vago richiamo al mix di muscoli-spiritualità della scena polacca: soprattutto per quella capacità di mantenere il suono in bilico fra la potenza, il marasma generale e, nello stesso tempo, riuscendo a fornire un qualcosa di “esoterico”. 
Barshasketh non è né semplice né accessibile ad un ascolto distratto, perché si muove sì su coordinate conosciute (addirittura ci sono momenti in cui emerge della melodia), ma poi c’è quella capacità di creare un muro massiccio di riff black metal, così densi da essere quasi asfissianti, che si quanto band come Mgla/Kriesmachine hanno fatto tanto per la scena black metal odierna (Consciousness I).
Quello che emerge dall’ascolto è proprio questa enorme matassa sonora, un monolite black metal che, nel migliore dei casi, è fautore di una catarsi uditiva, nel peggiore si risolve in episodi un po’ sterili, in cui l’aspetto “esoterico/ipnotico” non è supportato dalla stessa capacità degli Mgla di creare riff “memorabili”. Questo, se vogliamo, è il limite più grande per dare al disco un voto alto, senza recriminazioni o i “se…” che di solito accompagnano una prestazione decisa, senza troppe ombre: quando picchiano forte gli “scozzesi” sono senza pietà e quell’intreccio fra l’anima “francese” e quella “europea dell’est” si regge su calibrati momenti di alta tensione e quelli di rilascio; quando la band si arrotola su sè stessa, cercando di ricreare un’atmosfera onirica ed esoterica, ecco che emergono delle limitazioni nel comparto emotivo.
Barshasketh è un disco che vale la pena sentire, ma non è una rivelazione in termini assoluti. La strada è ancora lunga e, al quarto disco, il processo di maturazione di questi musicisti ha ancora margini di crescita.
[Zeus]

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