Il gelo estremo. Immortal – At The Heart Of Winter (1999)

Uno dei più grandi assunti musicali esistenti è il seguente: la band è sempre più grande dei singoli che la compongono. L’hanno provato sulle proprie spalle tanti musicisti e, ogni volta, si è rivelata vera questa affermazione (chiedete lumi a gente come Roger Waters, Ozzy Osbourne etc). La band è un’entità superiore alla semplice somma delle persone che ci stanno dentro. 
Per gli Immortal è la stessa cosa e i norvegesi l’hanno capito per due volte: la prima in maniera mild nel 1999 e la seconda dopo All Shall Fall. Se il secondo ha visto l’uscita di Abbath, il rientro di Demonaz e la pubblicazione dell’eccellente Northern Chaos Gods, nel primo caso è l’abbandono di Demonaz come chitarrista a cambiare nettamente il corso delle cose. 
L’ultimo disco in studio con il chitarrista norvegese è stato il deludente Blizzard Beasts e, come lascito, non è stato il migliore. Dal 1999 la formazione muta e vede Abbath diventare protagonista quasi assoluto del sound degli Immortal. Il cambio si sente subito e non mi serve neanche dirvi di confrontare il sound dell’LP precedente con quello di At The Heart Of Winter, il primo è velocità e black metal in stile Demonaz, mentre il nuovo disco risente di un’influenza più vasta e, per la precisione, del thrash tedesco. Oltre a questo particolare, anche la qualità della registrazione muta e si fa più limpida e meno orientata a seguire lo stile raw. 
La pulizia sonora, attenzione, non va certo a diminuire l’impatto delle canzoni (una Solarfall, per esempio, ha la botta e la velocità), solo che riesce ad aumentarne l’aspetto epico e magniloquente. Non è certo una questione di “meglio prima vs. meglio adesso”, ma sfido chiunque a dirmi che At The Heart Of Winter non profuma di stilettate ghiacciate, di lande oscure e mitiche e, nella peggiore delle ipotesi, di fiordi congelati e di intemperie. Per me è questo, perché Tragedies Blow At Horizon mischia tutto: le parti tirate, il riffing veloce ma pulito e comprensibile, un songwriting che tiene in piedi la canzone per oltre 8 minuti (anche quando viene lasciato spazio agli arpeggi, che non diminuiscono la botta, ma che accrescono l’aggressività della ripartenza e creano il mood giusto) e poi c’è il “suono da caffettiera” del growl di Abbath – che varierà proprio in occasione di Where Dark And Light Don’t Differ -.
Poi, forse è gusto personale o mi sto rincoglionendo del tutto, ma questo è il disco con l’artwork migliore di tutta la carriera di Abbath&Co. 
Il miglior disco senza Demonaz? Probabilmente sì. O, almeno, questo è il mio parere. Sons Of Northern Darkness è figo e ha dentro dei pezzi epocali, ma è in At The Heart Of Winter che Abbath, Demonaz e Horgh trovano la dimensione perfetta, il mix ottimale di tutti gli elementi black-thrash-epici (sentitevi l’intro della title-track e poi come si evolve in un pezzo magnifico) che caratterizzeranno i dischi degli Immortal per una decina d’anni. 
[Zeus]

4 pensieri su “Il gelo estremo. Immortal – At The Heart Of Winter (1999)

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