Slowtorch + Vu Garde (minitour austriaco – marzo 2019) – Part 2

[ITALIAN and GERMAN version]

[GERMAN VERSION]

Der zweite Teil eines Tourtagebuchs könnte kaum besser beginnen als mit Bob Segers unsterblichen Lyrics zu Turn The Page:

On a long and lonesome highway, east of Omaha Graz
You can listen to the engines moanin’ out his one old song
Think about the woman or the girl you knew the night before
But your thoughts will soon be wanderin’, the way they always do
When you’re ridin’ sixteen hours and there’s nothin’ much to do
And you don’t feel much like ridin’, you wish the trip was through
Here I am, on the road again, here I am, up on the stage
Here I go, playin’ star again, there I go, turn the page

Genau so fühlt man sich nach einer adrenalingetränkten, durchfeierten Nacht…man sitzt im Bus, Kilometer um Kilometer, Stunde um Stunde, die Musik ist gerade mal ein Hintergrundgeräusch – leise genug, um den von gestern noch brummenden Schädel nicht noch weiter zu lädieren. Und genau so beginnt unsere Fahrt in Richtung Klagenfurt nach einem ordentlichen Frühstück. Klagenfurt ist die Heimatstadt von VU GARDE,
und wir freuen uns schon riesig darauf, gewissermaßen bei unseren Freunden zuhause zu spielen. Jeder hat sein Lieblingslokal/-pub mit seinen Lieblingsmenschen und seiner Lieblingsmusik – und die Mammut Bar ist für VU GARDE eben das: Wenngleich es von außen klein wirkt, ist das Lokal durchaus geräumig und wartet sowohl vom Sound, als auch von den  Besuchern her mit einigen angenehmen Überraschungen auf – die Stimmung ist richtig gemütlich. Der Soundcheck läuft super, wir essen und machen’s uns bequem.


Diesmal haben wir keine Support Band, aber VU GARDE fackeln nicht lange: Sobald sich die Mammut Bar einigermaßen gefüllt hat, legen sie los, als gäbe es kein Morgen. Das Set klingt super, Svens Stoner-Doom-Riffs mit unverkennbaren Southern-Einflüssen und Stephans wuchtige Drums unterlegen Melas Stimme auch heute wieder souverän.

Out there in the spotlight, you’re a million miles away
Every ounce of energy, you try and give away
As the sweat pours out your body, like the music that you play


Nach einer kurzen Umbaupause sind SLOWTORCH an der Reihe. Der Sound wirkt zwar etwas anders als gestern (das ist wohl auf die Größe der Mammut Bar und das Publikum zurückzuführen), der Bass etwas verzerrter, aber die Wucht der Band ist wie immer deutlich spürbar. Gerade mal einen Song weit kommen die Jungs, bevor die Gurthalterung an Skans Bass bricht…aber von solchen Kleinigkeiten lässt sich die Band nicht lange aufhalten – mit ordentlich viel Klebeband und ein paar markigen  Kraftausdrücken wird die Sache repariert, und es geht weiter. Die Setlist mehr oder weniger jene von gestern Abend, also Material aus bisherigen Alben und ein paar neue Songs aus der kommenden EP im Live-Test. Mela wirft sich wieder ins Publikum, die Band gibt alles und das Publikum tanzt (hin und wieder hauen SLOWTORCH tatsächlich auch den einen oder anderen „tanzbaren“ Song raus!). Zum Ende der Minitour bedankt sich die Band herzlichst bei Zuschauern und Fans, vor allem aber bei VU GARDE und der MAMMUT BAR, dann geht’s ans Feiern – man merkt, dass die beiden Bands auf derselben Wellenlänge sind: Noch bis lange nachdem sich
die Bar geleert hat wird getrunken und gelacht…a family on the road.

Later in the evenin’, as you lie awake in bed
With the echoes of the amplifiers, ringin’ in your head
You smoke the day’s last cigarette, rememberin’ what she said
What she said

Oh, here I am, on the road again, here I am, up on that stage

[Zeus – translated by Bruno Slowtorch]


[ITALIAN VERSION]

Come potrebbe iniziare la seconda parte di un report sul minitour degli Slowtorch + VU GARDE se non citando le immortali parole di Bob Seger in Turn The Page?

On a long and lonesome highway, east of Omaha Graz
You can listen to the engines moanin’ out his one old song
Think about the woman or the girl you knew the night before
But your thoughts will soon be wanderin’, the way they always do
When you’re ridin’ sixteen hours and there’s nothin’ much to do
And you don’t feel much like ridin’, you wish the trip was through
Here I am, on the road again, here I am, up on the stage
Here I go, playin’ star again, there I go, turn the page

Perché questo è il sentimento che ti prende quando, dopo una notte di party e concerti a mille all’ora, ti rimetti sui sedili del furgone e macini chilometri e ore come niente fosse e la musica è un sottofondo delicato, adatto a non urtarti i nervi di una testa ancora appesantita dall’hangover della sera precedente.
Così saliamo noi sul furgone, dopo aver fatto colazione e aver rimesso in piedi tutto l’armamentario della band. Di nuovo sulla strada e si va in direzione Klagenfurt. Per chi non se lo ricordasse, Klagenfurt è la roccaforte dei nostri amici VU GARDE, quindi si gioca a casa loro e siamo entusiasti di suonare in un locale che i nostri compagni di viaggio chiamano CASA.
Tutti abbiamo un bar/pub/locale a cui siamo affezionati, dove andiamo perché c’è bella musica, bella gente e tutto funziona.
Abbiamo scoperto, una volta arrivati al Mammut Bar, che questo è uno di quei posti per i VU GARDE.
Il Mammut Bar, da fuori, sembra piccolo, ma dentro rivela molto più spazio del previsto e ci riserva delle sorprese sia per quanto riguarda il sound sia per la gente – tutti molto calorosi e gentili nei nostri confronti.
Il soundcheck va alla grande, mangiamo qualcosa e poi aspettiamo il nostro turno.

Questa volta non ci sono band di supporto, quindi appena il locale è abbastanza pieno, salgono sul palco i tre moschettieri e ci danno dentro come i matti. Il sound esce bene e il set dei Vu Garde, collaudato da diverse prove sul palco, è una garanzia. La chitarra di Sven è in fiamme, continua a macinare riff su riff e il sound mischia stoner-doom e qualcosa di southern senza soluzione di continuità, mentre la batteria di Stephan tuoneggia e la voce di Mela imbastisce la tela su cui tutti noi scivoliamo sereni.

Out there in the spotlight, you’re a million miles away
Every ounce of energy, you try and give away
As the sweat pours out your body, like the music that you play

Cambio palco veloce ed ecco che ritornano a suonare gli Slowtorch. Rispetto a ieri, il sound è leggermente diverso, meno avvolgente (ma questo è anche dovuto alle dimensioni del locale e dalla quantità di gente accalcata davanti al palco), con un basso più distorto, ma la potenza esce dalle casse e investe tutti quelli che sono presenti.
Poche note e la mano pesante di Skan disfa il supporto della cinghia del basso. Visto che non ci sono strumentazioni di riserva, si va sulla versione DIY e quindi nastro argentato e il basso tenuto su a forza di bestemmie al Creatore e potenza della musica. Il set è simile a quello della sera prima, quindi non ci sono novità da presentare: sempre estratti dai dischi precedenti e qualche chicca nuova, giusto per testare i brani del nuovo EP dal vivo. Mela torna in mezzo al pubblico e la band suona con l’anima, molti incominciano a ballare (certi brani dei ‘Torch si prestano ad essere “ballati”… se così possiamo dire). Il concerto finisce in crescendo, con la band che continua a macinare note su note, finchè non è ora di chiudere il sipario e salutare tutti i fan e, soprattutto, ringraziare di cuore i VU GARDE e il MAMMUT BAR.

 

Per festeggiare la fine del concerto, si incomincia il grande festeggiamento e qua si vede perché Slowtorch e Vu Garde vanno bene insieme. Si beve, si ride e si ascolta musica in un locale ormai quasi vuoto e che risuona ancora delle note delle due band e delle risate di persone che, ormai, formano una famiglia on-the-road.

Later in the evenin’, as you lie awake in bed
With the echoes of the amplifiers, ringin’ in your head
You smoke the day’s last cigarette, rememberin’ what she said
What she said
Oh, here I am, on the road again, here I am, up on that stage

[Zeus]

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L’album rock degli Amorphis – Tuonela (1999)

Il 1999 porta alcune novità nel mondo della musica pesante: guardate per esempio cosa è successo agli Amorphis (e cosa succederà poi anche ai Dark Tranquillity). La band finnica non è mai stata un campione assoluto di linearità nel suo processo musicale (sentitevi i tre dischi dal 1992 al 1996 e capite di cosa sto parlando: la progressione sonora, la crescita nel songwriting e l’ampliarsi dello spettro delle influenze è incredibile), ma con Tuonela Esa Holopainen&Co. cambiano non solo le regole del proprio sound, ma proprio l’intero tavolo da gioco.
Fino ad Elegy (compreso), gli Amorphis si potevano legare strettamente al termine death metal e a tutta la scena “evoluta” che circonda quel determinato genere sonoro. In Tuonela, il metal viene al secondo posto. Il primo riferimento sonoro che possiamo cercare è quello del rock, spesso dalle derive malinconiche, e l’anima più anni ’70 di Holopainen/Koivusaari esce in maniera profonda e pregnante.
Il metal, in senso stretto, si manifesta solo nella traccia Greed. Questa è, e rimarrà, l’unica canzone in growl interpretata su disco dall’ex singer Pasi Koskinen, nonché l’unica canzone legata in maniera stretta al death metal fino al ritorno delle sonorità più dure del 2006 (quindi un lasso di tempo di 7 anni).
Già da tempo la band aveva ampliato il bagaglio musicale utilizzando anche strumentazioni esterne al metal come sitar elettrici, fisarmoniche o il sintetizzatore analogico Moog, ma è in Tuonela che questo percorso sonoro comprensivo di flauti, il sitar o lo stesso sassofono diventa caratterizzante e ne arricchisce l’atmosfera (non per niente la title-track è una delle tracce più malinconiche e brumose del disco).
Il passaggio ad una forma classica rock (verse-chorus-verse) e l’aver lasciato da parte la riproposizione delle tematiche del Kalevala in senso stretto, consente a Pasi Koskinen una più ampia libertà sia come stesura dei testi, sia come possibilità vocali (quindi il già citato utilizzo massiccio del clean).
Su Tuonela si verifica lo spostamento di Tomi Koivusaari alle sole chitarre, cosa che ha lasciato Pasi come unico singer della band. L’aver concentrato tutto sulle spalle di Pasi ci permette di “scoprire” le qualità del singer finnico, soprattutto nell’ambito growl.
Sottolineo questo aspetto perché, a mio parere, il solo punto negativo sta proprio nelle vocals di Pasi Koskinen. Ma questo non è neanche un giudizio tranciante e vi spiego perché: se da un lato il suo clean è importante per fornire quella sensazione di “spettralità/malinconia” alla canzone (anche se in Divinity tira fuori la voce), dall’altro lato è proprio il suo essere atonale il suo principale difetto. Le canzoni sono bellissime, ma quel timbro monocorde, senza sussulti, che tanto bene dialogava con il growl di Tomi, adesso è troppo fragile per sostenere tutto e non incide mai in maniera significativa. Ecco che su Greed Pasi esplode un growl profondo e cavernoso (e lo stesso fa dal vivo), ma poi manifesta un range vocale troppo piatto per essere definito un gran cantante. Tanto che, signori miei, appena la musica diventa meno eccelsa (Far From The Sun), la svogliatezza di Pasi mista alle ritmiche poco efficaci fa inabissare il primo disco degli Amorphis per una major.
Detto questo, non possiamo che applaudire al risultato finale di Tuonela. Uno dei miei dischi preferiti della band e che riserva sempre grandi dosi di malinconia e “sapori autunnali” ogni volta che lo si ascolta. A riprova di questo, sentitevi il trittico finale: un crescendo di malinconico distaccamento dall vita (Tuonela è il regno dei morti nella tradizione finnica) e, comunque, non c’è distacco più bello di questo, vista la forma perfetta che gli viene cucita addosso.
Tuonela è il primo step verso una mutazione nella forma degli Amorphis, una forma che non durerà molto ma che farà a tempo a fornire due dischi importanti (il qui presente disco del 1999 e il successivo Am Universum) per poi finire per schiantarsi contro il muro delle aspettative e delle responsabilità di Far From The Sun.
Ma questo, cari miei, è materiale per il post-duemila.
[Zeus]

SLOWTORCH + VU GARDE (Minitour – März 2019) – Teil 1

[German Version]

Es gibt nicht viel auf dieser Welt, was zugleich so aufregend und fad sein kann, wie die Zeit im Van zwischen einem und dem nächsten Gig einer Tour. Oder die Fahrt zur ersten Show.
Das Aufladen, die Vorfreude auf die Reise und die Mischung aus Adrenalin und Müdigkeit nachdem man viel zu früh aus dem Schlaf gerissen wurde – all das mischt sich nach 3 oder 4 Stunden Fahrt mit tödlicher Langeweile.
Das ist keineswegs schlimm, man muss bloß das richtige Gleichgewicht finden. Die goldene Regel lautet seit eh und je: Ein Ausgleich muss her – und ab und zu ein Zwischenstopp, damit sich alle die Beine vertreten können, wieder in Schwung kommen und sich etwas vom ewig gleichen Ausblick erholen.
SLOWTORCH spielen zwei Gigs in Österreich: Den ersten am 22.03. in Graz und den zweiten am 23.03. in Klagenfurt. Unsere Gefährten sind VU GARDE, die wir in Innsbruck beim Noise Ritual kennen gelernt haben.
Obwohl es sich für die Klagenfurter gewissermaßen um ein Heimspiel handelt, hat die Band netterweise angeboten, bei beiden Konzerten als Opener aufzutreten – eine verdammt nette Geste.
Vielen Dank, VU GARDE!
So etwas passiert nicht oft – aber wenn zwei Bands so gut zusammenpassen, weiß man: Die Tour wird ein Erfolg.
Nach fast 6 Stunden Fahrtzeit inklusive Zwischenstopp kommen wir am Music-House in Graz an. Der Club weckt Erinnerungen an Konzerte in England: Über steile Treppen geht’s in eine Parallelwelt mit der typischen Mischung aus Kellergeruch, Schweiß, Adrenalin und Dreck, die den coolsten Hard Rock-/Metal-Clubs in aller Welt innewohnt.
Über Jahre angesammelte Schmutzschichten, Schimmel, Fett, Bier und Aufkleber an den Wänden…die Stimmung ist vielversprechend.
Heute gibt’s mit Inspector Fuzzjet auch lokalen Support.
Nach einem Chili con Carne, das es in sich hat (die Luft im Bandbus später ist nichts für schwache Mägen), füllt sich das Lokal langsam, und Inspector Fuzzjet entern die Bühne und heizen ordentlich auf.
Die Band spielt zum Teil Covers und erweist sich als typischer, aber guter Opener und zieht offensichtlich genügend Leute ins Music-House – und das, meine Damen und Herren, sagt einiges über den Spürsinn des Veranstalters aus (oder sein glückliches Händchen).
Nach einem schnellen Umbau sind unsere Freunde VU GARDE an der Reihe. Im Unterschied zu unserem ersten Treffen weiß ich diesmal schon, was die Truppe draufhat. Sven ist ein wirklich brillanter Gitarrist und schafft es, den fehlenden Bass mit exzellenten Riffs und Einlagen nahtlos zu ersetzen, während Stephan wie der Leibhaftige auf seine Drums einprügelt.
Am Steuer steht Mela als Sängerin/Hohepriesterin drei österreichischen Musketiere. Sie steckt Leib und Seele in ihre Show: Ihre ausgezeichneten Gesangslinien explodieren förmlich aus der Anlage und ergänzen das Duo Sven-Stephan perfekt.
Das Publikum ist begeistert, spendet entsprechend Applaus und feuert das Trio während des fast einstündigen Sets gehörig an.

Liebe Leser, freut auch auf das erste Album von VU GARDE. Die Band scheint auf dem richtigen Weg zu sein, scheut keine langen Fahrten und gibt auf der Bühne alles – wenn sie ihre Karten gut ausspielen, wird man hoffentlich noch viel von VU GARDE hören.
Noch ein schneller Wechsel, dann sind endlich SLOWTORCH an der Reihe. Wie gewohnt vermeide ich hier überschwängliche Rezensionen, da ich die Band als Roadie/Mädchen für alles begleite, aber eins kann ich euch sagen: Man spürt’s, wenn ein Konzert gut wird. Die Band kommt gut an, es ist genügend Publikum da, die Leute tanzen, bangen und machen mit, während die vier Jungs aus Bozen mit einer guten Mischung alter und neuer Songs (die voraussichtlich noch heuer auf EPs erscheinen sollen) die Bühne in Brand stecken.
Der Sound ist perfekt, er kommt warm und kraftvoll aus der Anlage und reißt das Publikum nach vorne…das ist die große Stoner/Metal-Community, „die dafür sorgt, dass man sich in Österreich wie in Italien oder sonstwo in Europa zu Hause fühlt“: Leute bringen Bier auf die Bühne, umarmen die Musiker und feuern die Band an. Sänger Mela mischt sich unter das Publikum und hebt die Entfernung zwischen Zuschauern und Band auf. In solchen Momenten werden alle zur Band und alle zu Zuschauern…. was bleibt, sind Brunos Riffs und die treibenden Rhythmen von Skan und Fabio. Und Mela, der plötzlich wieder einsetzt und wieder alles zum Tanzen und Headbangen bringt.
So sind SLOWTORCH live. Und genau das haben die Zuschauer erwartet und bekommen.
Als das Konzert vorbei ist, kann man im Club nicht mehr atmen. Amazonasartige Feuchtigkeit und kein bisschen Frischluft. Aber das spielt keine Rolle, der Abend war großartig, und das Duo SLOWTORCH – VU GARDE kann sich ausruhen und auf den morgigen Gig vorbereiten.
Aber zuerst wird ordentlich gefeiert.
Und: What happens in Vegas, stays in Vegas!

[Written by Zeus – Translated by Bruno – Slowtorch, thank you very much]

[TO BE CONTINUED…]

Slowtorch + Vu Garde (minitour austriaco – marzo 2019) – Part 1

Ci sono poche cose a questo mondo che sono eccitanti e noiose allo stesso tempo, una di queste è il tempo passato in furgone durante lo spostamento da una data all’altra del tour. O anche solo per avvicinarsi alla prima data.
Caricare gli strumenti, assaporare il viaggio che si andrà a fare e sentire il misto di adrenalina e sonno dovuto all’alzataccia mattutina sono componenti che si vanno a mischiare alla suprema noia che ti prende dopo che sono passate 3/4 ore di viaggio.
Sia chiaro, non è spiacevole, basta trovare un equilibrio e tutto funziona (più o meno). La regola d’oro è sempre quella: equilibrio e capacità di fermarsi a prendere una boccata d’aria quando serve. Giusto per far riprendere consistenza al culo e smettere di guardare lo stesso identico panorama dal finestrino.
Il minitour austriaco degli SLOWTORCH è suddiviso su due date: la prima, il 22.03, a Graz; la seconda, il 23.03, a Klagenfurt. I nostri compagni d’avventura sono gli austriaci VU GARDE, band che abbiamo conosciuto a Innsbruck in occasione del Noise Ritual. La female-fronted band si è offerta di aprire entrambi i concerti nonostante giocassero in casa e, vi posso assicurare, è un gesto estremamente bello da parte di un gruppo.
Quindi, grazie VU GARDE!
Succede poche volte, ma quando vedi questo grado di affinità fra le band, allora capisci che il tour funzionerà bene.

Dopo quasi 6 ore di viaggio, comprensive anche della sosta per mangiare, arriviamo a Graz e, precisamente, alla Music House di Graz. Il locale ci ricorda subito certi concerti del lontano passato, quelli in Inghilterra dove scendevi le scale e arrivavi in una dimensione parallela fatta di un misto di odore d’umido, di sudore, di adrenalina e, come contorno, quella sacra sporcizia che mai e poi mai abbandonerà i locali hard rock/metal negli scantinati.
Come potete immaginare, il Music House è sottoterra, immerso in una coltre di sporcizia sedimentata da anni, con le pareti ricoperte di muffe, unto, bitume e adesivi… ma l’atmosfera è carica.
Per questa prima data abbiamo anche un supporto locale (i VU GARDE sono di Klagenfurt): gli Inspector Fuzzjet.
Dopo esserci distrutti l’apparato digerente con un chili osceno e foriero della peggior morte possibile (vi posso assicurare che non ho mai mangiato un chili così terribile come quello, dentro galleggiavano cose che non si sapeva se fossero teste d’aglio, morti, calzini triturati o cosa – qualità che logicamente ha avuto ripercussioni sulle emissioni gassose della band) e atteso che il locale fosse abbastanza pieno, parte il primo gruppo di supporto e c’è subito una bella vibrazione nell’aria.
Quello che gli Inspector Fuzzjet propongono non è niente di innovativo e affondano le mani anche nelle cover, quindi diciamo che è il gruppo d’apertura classico, ma è abbastanza conosciuto da portare un bel po’ di gente al Music House e questo, signore e signori, dice tanto sul fiuto del promoter locale (o il culo che ha avuto n.d.A.).

Dopo un rapido cambio palco, partono i nostri compagni di viaggio VU GARDE. Rispetto alla prima data in loro compagnia, parto decisamente più convinto sulle loro capacità. Sven è un chitarrista realmente brillante e riesce a sopperire alla mancanza del basso con una serie di riff e giochi di chitarra di ottimo livello, mentre Stephan si danna dietro le pelli e ci mette realmente l’anima – sembra abbia un conto in sospeso con la batteria.
A comandare le operazioni c’è Mela, la singer/sacerdotessa dei tre moschettieri austriaci. In questa data si sente che ci sta mettendo l’anima e le vocals esplodono dalle casse mentre tira fuori ottime linee melodiche che ben si accompagnano alle ritmiche del duo Sven-Stephan.
Il pubblico reagisce benissimo e molta gente li applaude e incoraggia il trio austriaco mentre questo spara un set da quasi un’ora di durata.
Ve lo dico: aspettatevi il primo CD di questa band. Se gioca le sue carte bene, e vista la volontà di far chilometri e sbattersi sul palco son già sulla buona via, ho la sensazione che li sentirete nominare spesso.

Rapido cambio palco e finalmente è il turno dei bolzanini SLOWTORCH. Come sempre, non posso gettarmi in grandi recensioni visto che accompagno la band come roadie/tuttofare, ma vi posso dire che si respira l’aria dei concerti che funzionano. La gente risponde bene, c’è un bel po’ di pubblico e molti ballano e si scatenano mentre i quattro bolzanini infiammano le assi del palco con pezzi di repertorio e alcune novità che andranno a finire in una serie di EP previsti per quest’anno.
Il suono è perfetto, esce caldo e potente dalle casse, cosa che ti fa rimbalzare sulle assi (scusate, sui sassi… scusate, sui vetri… non ho osato guardare bene cosa ci fosse per terra) e ti spinge ad avvicinarti e creare quella grande comunità stoner/metal che “ti fa sentire a casa in Austria come in Italia o come da altre parti d’Europa“. Quindi ecco che la gente porta le birre sul palco, che abbraccia i musicisti e inneggia agli Slowtorch. Ecco quindi Mela, il singer degli SLOWTORCH, muoversi in mezzo al pubblico e danzare con loro e così la distanza fra spettatori e band viene annullata. E in quei momenti tutto diventa gruppo, tutto diventa spettatori… l’unica cosa che rimane è il riffing di Bruno e la sezione ritmica formata da Skan e Fabio. E Mela che, di punto in bianco, fa partire la traccia vocale e si ritorna a ballare e fare headbanging.
Questo è uno show degli SLOWTORCH. Questo è quello che la gente si aspettava e ha ricevuto.

Finito il concerto non si respira più dentro il locale. C’è un’umidità da foresta amazzonica e non c’è una sola apertura verso l’esterno. Ma non importa, il concerto è andato alla grande e il duo SLOWTORCH – VU GARDE può andare a riposare e prepararsi per la seconda data austriaca.

Ovviamente non prima di aver festeggiato come si deve.
Come da tradizione, quello che succede ai concerti, rimane ai concerti!

[Zeus]

[To Be Continued]

Witchburner dei Witchery è l’esempio del cazzeggio (1999)

I primi due anni di vita dei Witchery sono energetici: dopo aver buttato fuori il primo disco, Restless & Dead, la band svedese fa uscire nell’arco del 1999 due CD: l’EP Witchburner e l’LP Dead, Hot & Ready. Del secondo parleremo più avanti, mentre il primo è un EP cazzeggione con quattro cover e tre pezzi originali per un totale di 25 minuti di musica. 
La tripletta iniziale è talmente onta (= unta) ed ignorante che, mentre le ascoltate, il vostro Q.I. scende di almeno mezzo punto ogni 30 secondi. Le versioni thrash-black degli Accept (Fast As A Shark), dei W.A.S.P (I Wanna Be Somebody) e dei Judas Priest (Riding on the Wind) sono elettricità e puro svago. Lo sentite quando una band si sta divertendo e in Witchburner gli svedesi stanno facendo il gruppo garage e la buttano sul ridere. Non posso pensare che siano rimasti impassibili come mummie mentre scartavetravano canzoni epocali e le risputavano imbruttite e zozze. 
Neon Nights, che è anche una delle più veloci dei Black Sabbath fino al 1980, passa nel tritatutto dei Witchery e, pur senza troppi stravolgimenti, ne esce una buona cover da gruppo da pub (la capacità di suonare non è proprio quella di cinque cazzoni che hanno preso in mano le chitarre da 2 mesi). Se dovessi scegliere fra le quattro è la cover dei W.A.S.P. quella che mi fa divertire di più e quindi la mia preferita [perdonatemi Sabbath se potete], ma stiamo parlando di piccolezze e, forse, dell’effetto karaoke che questo brano provoca. 
I brani originali sono tre arrembanti canzoni thrash-black che puntano tutto su velocità e schiettezza, come una vodka senza ghiaccio. Se vogliamo citarne una, giusto per dovere di cronaca, io menzionerei The Executioner che è una fucilata ed è forse la traccia che più si distacca da quanto proposto nel primo CD. 
Witchburner continua a farci vedere una band in palla e con ancora delle buone idee da gettare nel piatto, voglia di suonare senza prendersi troppo sul serio e far divertire chi ascolta. Non hanno pretese di ridefinire il sound e neanche di inventarsi una hit schiacciasassi, quindi possono suonare pensando solo a quello. 
E, signori miei, grazie al cazzo se è poco.
[Zeus]

Il ritorno degli In Flames: I, The Mask (2019)

Sarò un romantico, ma ogni volta che arriva la notizia di un nuovo disco degli In Flames io, che un briciolo di credito lo fornisco sempre, mi incuriosisco e non vedo l’ora di ascoltarmelo. Nonostante che Fridén e Gelotte siano due cuori duri e da quasi vent’anni mi stiano dando, spesso e volentieri, delle enormi sofferenze. Perché qui a TMI ci stiamo leccando ancora le ferite dopo aver sentito Battles, un disco che è riuscito nell’ardua impresa di far rivalutare in maniera quasi sufficiente dischi come Sirens Charm o Sounds Of a Playground Fading. Sono sofferenze che subiamo perché questa band svedese è riuscita, nell’arco dei primi 4/5 anni di vita, a dare la luce a dischi che mi/ci hanno dato emozioni profonde.
Veder gli In Flames cercare di rincorrere le mode del momento, facendo il verso a chi, con anni di ritardo, già stava facendo la copia sbiadita del loro sound, è qualcosa che lascia perplessi. Perplessi perché, da che mondo è mondo, non è mai il modello che copia lo studente. Questo assunto non vale per il malvagio duo Fridén-Gelotte e quindi, all’alba di questo 2019, c’è un ribaltamento dei modelli.
Adesso sono gli In Flames a doversi reinventare, a cambiare il proprio sound per far breccia in un mercato enorme come quello degli USA. Un mercato discografico che è ricchissimo e, viste le sue dimensioni, percorso da mille mode che non permettono sbagli – in caso contrario si finirebbe di nuovo nella serie B degli ascolti. No, il mercato USA, così volatile e senza memoria, ha bisogno di essere coccolato sempre e, come una bella donna, ha bisogno di continui flirt.
Per raggiungere questo scopo, il malefico duo, accompagnato dal compaesano Niclas Engelin (che nel songwriting conta come il due di picche quando si gioca a scacchi), cercano nelle categorie di PornHub e trovano INTERRACIAL e quindi ecco che per I, The Mask si viene a creare un mischione musicale che vede sezione ritmica e sound americani e il resto Ikea-style.
Il tutto sotto il controllo dittatoriale dell’Commander-In-Hipster Fridén.
Nei mesi precedenti l’uscita, il disco è stato anticipato da dichiarazioni farlocche di ritorno a sonorità più heavy che, signori, non sono nelle corde degli In Flames da Come Clarity. Quindi è tutto un gioco alla Mourinho e un’attitudine da accerchiati. Ma sono stati loro a volersi spostare verso territori alternative/metal-core, quindi perché continuare a ribadire che “continueranno sulla loro strada”?
Perché I, the Mask è il prodotto di una band che brama il mercato USA, il Billboard e le top ten americane (capite perchè hanno scelto Howard Benson? Uno che nel suo CV ha anche Against dei Sepultura, non proprio da leccarsi i baffi) ma, soprattutto, deve assecondare il desiderio di Fridén-Gelotte di diventare grandi, e tanto. Per questo motivo le sonorità heavy non riescono neanche ad arrivare ad un revival dei (pur bruttini) suoni di Reroute to Remain o di Soundtrack To Your Escape. Gli In Flames 2019 guardano al massimo fino a Sounds Of a Playground Fading e quindi a neanche 8 anni fa e ad una creatività al minimo storico.
Il vero colpo di genio è la grande mascherata, il travestimento mediatico, per poter continuare a copiare band in voga dal 2010 in poi senza doverne pagar pegno in fatto di “derisione sociale”.
Come si fa a raggiungere questo scopo? Semplice, si prendono dei riff bombastici ma innocui, perché non devono urtare nessuno – e, soprattutto, non il target adorato, quindi gli adolescenti – , e li si mozza mettendoci dentro melodie vuote o passaggi risibili (i cori). Se poi si azzecca anche il mix con un riff abbastanza decente, il leit-motiv è quello di darci subito il colpo di zappa disfandolo con ritornelli spompi e senza nessuna anima (Follow Me). Perché, fra tutti i peccati capitali in cui si crogiolano i due timonieri svedesi, quello peggiore è la perseveranza nel cercare il ritornello ad effetto, quello “emozionale”.
Non è una cosa che si sono inventati con A Sense Of Purpose, sia chiaro; questo è un processo evolutivo che proviene dal passato e, precisamente, dal periodo Clayman. Da quel disco (annata 2000) si inizia a vedere la volontà pura di trovare IL ritornello catchy e farlo proprio. Non criticabile in sé, ma criticabile perché, nel corso del tempo, ha svilito il senso del riff per elevare quello di una melodia appiccicosa ma senza nerbo.
Non ha quasi neanche più senso parlare del growl/scream di Fridén, perché la questione non è più se è sfiatato o meno (la prima), la questione è che non riesce ad azzeccare un ritornello memorabile (metto In This Life, ma solo perché sta passando ora nel lettore).
Queste soluzioni sono già state fatte, e meglio, da band americane che, dalla scena svedese, ha preso tutto lo scibile per poi sputtanarlo. Gli attuali In Flames, quindi, si mettono sullo stesso terreno di gioco di chi, questa pratica, la sta maneggiando da anni. Ti batte con l’esperienza e con il fatto che sono giovani davvero e non dei quasi cinquantenni.

Non fatevi fregare dalle dichiarazioni di Fridén, da tutto il clamore del “ritorno ad un sound più heavy“, dalla copertina con il Jester e il nome la accompagna. Questo non è il disco che volete, questo è l’esibizione dell’ego del duo Fridén-Gelotte, della volontà assoluta di diventare un gruppo di punta in un mercato come quello USA, a costo di sputtanare senza via di ritorno il monicker In Flames
Non credete a niente di quello che vi dicono, ci rimarrete male.
Quello che avrete in questi 50 minuti è la solita sofferenza, il cuore pesante e la difficoltà di capire in cosa si sta trasformando questa band.
[Zeus]

Hypocrisy Destroys Wacken (1999)

Vent’anni fa veniva pubblicato il primo live degli Hypocrisy, registrato a Wacken nell’agosto dell’anno precedente. Oltre a festeggiare il ventennio, c’è qualche particolare ragione per parlare di questo album?
In realtà no.
E’ un live come ce ne sono tanti (nel senso buono), ben suonato, registrato discretamente bene, probabilmente più adatto ad essere ascoltato su CD che guardato in DVD (le due versioni vengono vendute insieme, il CD ha quattro brani in più). 
Il motivo che mi spinge a rispolverare questo lavoro è puramente nostalgico: grazie a lui ho scoperto gli Hypocrisy, band che adoro. Nonostante all’epoca avessero già pubblicato disconi come Abducted o The Final Chapter io non li avevo proprio mai sentiti. Il nome non mi era nuovo, perché leggevo le riviste, ma non mi era mai capitato fra le mani uno dei loro CD. Nessuno dei miei amici ne aveva uno e nel negozio di dischi più vicino a casa mia (circa 100 km, non sto esagerando), quando
esisteva ancora, probabilmente non ne avevo mai trovati.
Poi arrivò la possibilità di fare acquisti per corrispondenza attraverso internet o cataloghi che, grazie ad amici, giunsero anche nelle mani di questo metalhead che viveva e vive ancora in un paese sulle cime delle Dolomiti trentine.
Così gli Hypocrisy approdarono a casa mia con questo “… Destroys Wacken”, live sanguigno che parte alla grande con uno dei loro pezzi più noti, Rosewell 47, con quel riff ormai famosissimo che una volta entrato in testa non ti lascia mai più. Il concerto prosegue alla massima potenza con brani tratti da tutta la produzione della band, il pubblico risponde alla grande e probabilmente nessuno degli spettatori è stato costretto a guardarselo attraverso lo schermo dello smartphone del tizio davanti a lui, perché ai tempi non esistevano ancora. 
Che altro vi posso dire? Ascoltate gli Hypocrisy che sono grandi, andate ai concerti delle band che vi piacciono ogni volta che potete e cercate di non rompere troppo il cazzo agli altri con i vostri telefoni. Anche io sparo un paio di foto ogni tanto, perché come tutti voglio il ricordo della serata, ma non passo l’intero concerto con l’attrezzo in mano.
I concerti vanno vissuti sul momento, le emozioni che provate saranno il vero ricordo che vi porterete a casa (magari insieme ad una maglietta), 
non un video gracchiante e sgranato dalle luci colorate del palco.
Se proprio volete allenare le braccia, fatelo alzando le corna.
[Lenny Verga]

666. Rotting Christ – The Heretics (2019)

The Heretics, tredicesimo disco di una carriera lunga 30 anni, segna il raggiungimento di un percorso iniziato con Aealo nel 2010. Con questo disco sono nati i “nuovi Rotting Christ”, una formazione che più che il riffing, basava tutto su due fattori principali: la percussività/ripetitività dei pattern e un’aura di grandeur data dall’ampio uso delle orchestrazioni, cori e quant’altro. In un certo senso i Rotting Christ hanno “smesso” (nota per i cagacazzi: si fa per dire, uso figurato del termine smettere) di suonare black metal e hanno incominciato a studiare il modo per trasferire una sensazione “teatrale” nel contesto musicale, facendola poi risultare “estrema e metallica” e quindi, in senso lato, black metal.
Quindi ecco che le chitarre vengono snellite e messe in secondo piano, mentre tutto il reparto ritmico (batteria in primis) sembra prendere il sopravvento. Questa attitudine è anche la conseguenza naturale dall’aver tradotto il proprio sound in una forma più sciamanica rispetto al precedente black metal. Quindi ecco che si fa largo una prima sensazione: Sakis&Co. hanno allentato la presa sulla “forma canzone” e si sono concentrati su una particolare forma di narrazione orale.

Da questo punto si parte per valutare The Heretics. Il disco è la naturale prosecuzione del percorso compiuto negli anni precedenti ed è una summa fra lo sciamanesimo cupo di Rituals e il sound più chitarristico di Κατά τον δαίμονα του εαυτού. Un lavoro che sembra chiudere il discorso relativo alle religioni/esoterismo del mondo e che adesso deve portare ad un rinnovamento necessario.
Sono ormai molti anni che Sakis, mainman e unico compositore della band, confeziona riff che sanno di riciclo e i testi (ma chi cazzo se ne incula dei testi nel black metal? come direbbe il buon Skan, ma oh, io ci provo a fare il professionale per una volta) sono quanto di più ripetitivo e banale possibile. Non si riesce a contare quante volte vengano ripetute certe parole (heaven, hell, fire, pyre, death…) all’interno di The Heretics. Bisogna però dire una cosa: quanto sono realmente importanti, ai fini del disco, i testi? Servono come necessario complemento o vengono messi insieme solo per le proprietà ritmiche delle parole?

Questo LP è, senza ombra di dubbio, uno dei più, se non il più, discusso della storia della compagine greca. L’abbondanza di orchestrazioni e parti recitate mette in secondo piano le composizioni e fa sospettare di un calo di capacità compositiva. Questo lo si capirebbe, visto che i Rotting Christ sono “forzatamente in giro per ripagare il debito greco” e Sakis è un leader dispotico in fatto di songwriting, ma ascoltandolo bene si nota che, pur denotando una certa stanchezza, il disco svela un’anima semplice, epica ed enfatica. I brani più diretti sono perfettamente riproponibili sul palco (e cantabili dai presenti) e più che catturare la rabbia del black metal ne fotografa la grandeur. Sentitevi la doppietta iniziale (Ветры злые è una delle migliori del lotto) e si capisce che è questo l’obiettivo finale.
Non tutto il disco vive di guizzi, ma la semplicità “conosciuta” di Heaven and Hell and Fire e Fire God and Fear, così come l’altrettanto basilare e monocorde Hallowed Be Thy Name, è volta a raggiungere un compendio epico, dove il black metal va in secondo piano a favore di un’impostazione teatrale che, in qualche modo, funziona.
Hallowed Be Thy Name è paradossalmente una traccia che non parte mai (ha lo stesso ritmo solenne di Ze Nigmar), sembra essere un grande filler ma poi ha un feeling epico che mi piace – e, con buona probabilità, sono l’unico a pensarla così. Dies Irae e I Believe (Πιστεύω) sono fra le canzoni più vicine al black metal di The Heretics ma sembrano quasi fuori posto, con I Believe (Πιστεύω) che mischia velocità e riffing ad un recitato dando una strana sensazione finale.
Il terzetto finale è in crescendo, tanto che The Raven è fra le migliori del lotto grazie ad un songwriting quantomeno originale. 
La versione deluxe contiene due episodi di The Sons Of Hell: la prima ha un riffing più ficcante e vive sull’esuberanza delle chitarre, mentre la seconda (intitolata Phobos) è meno intrigante e dopo un po’ si finisce per dimenticarla.

The Heretics non è certamente il miglior album dei Rotting Christ e mostra una progressiva stanchezza esecutiva, ma è tutt’altro quello schifo di disco che leggo in giro. Concepito come grandioso e teatrale, sviluppa molta della sua forza grazie ai chorus e al riffing immediato, quello che bisogna capire è quanto sarà longevo.
Riprendo un concetto già espresso: questo LP, come punto d’arrivo, va bene ma lancia un segnale d’allarme che la band non può ignorare. Sakis è in riserva e, sottoposto ad un iperlavoro a causa del trentennale della band (mille uscite, singoli, partecipazioni, concerti), non ha fatto in tempo a ricaricare le batterie. Tutto questo, in The Heretics, si sente. Dopo 9 anni di religioni e credenze popolari è ora e tempo di reinventarsi anche per i Rotting Christ; sarà difficile, ma è un passo da fare. 
[Zeus]

Che il delirio abbia inizio. Anal Nathrakh – Anaal Nathrakh (Demo – 1999)

Quattro tracce. Tre originali e una cover dei Mayhem più beceri (Carnage) ed ecco che la bestia Anaal Nathrakh esce allo scoperto.
Un aspetto interessante di alcuni esponenti della nuova corrente del black metal, almeno quella più innovativa, è stato prendere il black metal originario e arricchirlo con altre sonorità più o meno estreme. Per il duo inglese formato da Irrumator e V.I.T.R.I.O.L., l’idea era quella di mantenere la ferocia, e le atmosfere malsane del black metal, e mischiarle con il grindcore. Da questo connubio nascono gli Anaal Nathrakh.
Sentitevi il demo d’esordio e capite perfettamente cosa intendo: il suono è quello sporco, brutale e minaccioso del black, ma filtrato sotto un’ottica industrial/grind che ne amplifica la violenza.
Ecco quindi che nei 20 minuti scarsi che caratterizzano questo demo, la band brutalizza la materia del suono norvegese e partorisce fuori un figlio deforme, cattivo come il peccato e capace di spazzolarti le tempie con la dinamite. 
Solo con Iceblasting Stormwinds (dove risuonano gli Immortal triturati in una segheria industriale) si rallenta per un brevissimo momento, per il resto è pedale a tavoletta e macello. 
Gli Anaal Nathrakh nascono qua ed è un esordio che ti tira via tartaro e voglia di sorridere. 
[Zeus]

Varathron – The Lament of Gods (1999)

Se un ottimo complimento (se ti piacciono i Rotting Christ, dovresti provare i Varathron…) non rende giustizia alla band, rimanere indifferenti di fronte a quanto prodotto da questi greci è colpevole ipocrisia. 
I Varathron sono una realtà consolidata, seppur non molto prolifica (6 dischi in 30 anni di attività – festeggiati proprio in questo 2019), e di dischi interessanti ne hanno prodotti nel loro lungo peregrinare nel black metal ellenico. Questo EP, The Lament of Gods, esce proprio in occasione dei 10 anni di attività della band. 
Non ci sono grosse scosse nel sound generale del gruppo: siamo sempre nell’alveo del black metal “tzatziki&pita” e seppur lo scream di Necroabyssious sia meno aggressivo di quanto proposto nel passato e le tastiere siano state accentuate in sede di registrazione (ad esempio, The World through Ancient Eyes o lo strabordante inizio melodico di Beyond The Grave), i cinque brani (compresa la cover dei Mercyful Fate), sono buoni. Quello che ne castra il giudizio finale, però, è proprio quella sovraesposizione delle tastiere che determina la conseguente vittoria ai punti degli illustri compaesani
La differenza maggiore sta nell’approccio alla materia del black metal greco nel 1999: Sakis&Co. sono in piena sbornia “gotica”, germinata con Triarchy… ma poi portata a compimento con la doppietta di dischi A Dead PoemSleep Of The Angels, mentre i Varathron cercano di portare il loro black metal nell’epoca moderna e, facendo questo, sembra quasi che prendano spunto dai più giovani Children Of Bodom
Paradossi della vita musicale delle band. 
Vorrei però sottolineare che, quando Magus Wampyr Daoloth (ex tastierista degli stessi Rotting Christ) non affossa le chitarre sotto mille tastiere, quello che si sente è un riffing interessante e, almeno in Warrior’s Nightmare, decisamente di buon livello. 
Non c’è molto da dire su questo EP di passaggio: The Lament of Gods ha spunti interessanti e brani ben concepiti, le pecche (a mio avviso) ci sono e le ho menzionate sopra, ma per il resto funziona. A mio gusto personale preferisco i Varathron più guitar-driven (l’ultimo disco ha dentro dei riff efficacissimi), ma non è detto che ci siano lettori più votati ad una maggiore presenza di tastiere e orchestrazioni e che, in questo EP, si trovino realmente a loro agio.
[Zeus]