L’inizio della fine: Dimmu Borgir – Spiritual Black Dimensions (1999)

L’inizio della fine dei Dimmu Borgir ha una data e un disco preciso: Spirital Black Dimensions – Data: 02.03.1999.
Dopo aver dato alla luce un disco che oserei dire essere definitivo per il sound dei norvegesi, Enthrone Darkness Triumphant, Shagrath, Silenoz e compagnia decidono di darsi una martellata sui coglioni da soli e incominciare a sputtanare il giocattolo. 
A parte la malsana abitudine delle tre parole nel titolo (abitudine perpetrata anche nel sud dell’Europa, come si può vedere da qua) che segue la saggia regola: “non dire un cazzo, per non dire un cazzo, tanto vale riempirsi la bocca con mille parole“, c’è molto di più.
Quindi, ecco a voi Spiritual Black Dimensions
Forse sono uno dei tanti, ma l’aggiunta di ICS Vortex è stata una malattia incurabile per la band norvegese: non sono mai riuscito a sopportare il suo clean nei pezzi dei Dimmu Borgir. Non ce la faccio, mi dispiace. Mi sembrano sempre attaccati a cazzo di cane, tanto per buttare un po’ di altre cose nel mischione – attitudine, questa, che contraddistingue il modo di comporre di Shagrath&Silenoz. 
Detto questo e l’aver tirato via Satana dalla musica (incomincia qua l’attitudine paracula della band del “detto/non detto”), cosa che ovviamente non gioca a loro favore (e mi fa piacere riportare le parole di Mortuus/Arioch in merito all’essere black metal: “a band that claims to play Black Metal must always have Satanism and nothing but Satanism as the highest priority in their music and concept as well as in their personal lives” and that neither the voice, nor the sound and musical style make a black metal band”. (cit. dal Fanzine Slayer)), c’è da ammettere che far tirar fuori un successore degno a Enthrone era operazione ardua. 
Io, ovviamente, non mi sarei mai aspettato un disco grim&frostbitten dai Dimmu Borgir. Shagrath&Co. non lo sono mai stati e il symphonic black metal è il loro territorio naturale, quindi dentro questo recinto si dovevano muovere. Tanto che, quando hanno tentato di diminuire qualcosa in termini di barocchismi, ecco che è uscito In Sorte Diaboli e li hanno presi a mazzate fino a rincoglionirli e fargli produrre Abrahadabra o il temibile Eonian. Quello che non mi sarei aspettato, ma ero (!?) scemo io, è l’utilizzo esagerato delle tastiere e, in SBD, Mustis (il new kid della band) sembra imperversare come un forsennato in ogni buco lasciato libero dagli altri strumenti.
Il delirio musicale che ne esce è sicuramente voluto (Reptile o Arcane Lifeforce Mysteria, che è un mix di tutto lo scibile dei Dimmu Borgir nel 1999), e, volendo descriverlo bene, non lascia spazio ad un minimo di respiro. C’è il pienone, come quando mangi la carne del pollo arrosto e non hai l’accortezza di avere una birra o salse da alleggerire il mappazzone che si ricompone in gola.
Quello che mi fa piacere sottolineare, però, è che la proposta non si è alleggerita. In termini di pesantezza generale, Spiritual Black Dimensions è molto più heavy dei precedenti due: sono sì aumentate le tastiere e hanno aggiunto le clean vocals, ma il songwriting si è fatto più veloce e abbondando anche i blast-beat, ma…
Ovviamente c’è un ma, signore&signori: perché la velocità e i blast beat, nel sound dei Dimmu Borgir, funzionano fino ad un certo punto; quello che si vuole da loro o, almeno, quello che si cercava era la capacità di creare un senso di grandeur senza sfociare nel pacchiano e nel troppo. 
Stormblast è melodico, ma sa di freddo e norvegia, mentre ETD ha i PEZZI e questo, cari miei, trascende il fatto che si sentano gli stacchi, che i riff siano alquanto scontati o che altra critica da “puristi” possiate rivolgere a questo disco. ETD ha i pezzi, tanto che Mourning Palace è in apertura e setta il mood per tutto il disco. 
Spiritual Black Dimensions è privo del grande brano e, pur avendolo ascoltato molte volte, faccio realmente fatica a ricordarmi un brano dall’altro.
Non facciamo i puristi del cazzo però, quelli che sputtanano tanto per sputtanare: dentro SBD ci sono alcune cose interessanti e, secondo me, non ha senso schifarsi in assoluto per tutto quello che ci troviamo dentro. Mustis si fa in quattro e le sue linee melodiche sono, in alcuni momenti, assolutamente azzeccate (The Insight And The Catharsis o United In Unhallowed Grace) e anche alcune accelerazioni sono funzionali allo stile symphonic black metal che hanno in mente i Dimmu Borgir. 
Il problema sta tutto nell’essere un disco senza guizzi, pesantissimo da ascoltare e l’aver aggiunto altri elementi alla già tanto ricca proposta è un grosso handicap, a mio parere. Avessero fatto un paio di pezzi forti, dei brani realmente interessanti, il giudizio avrebbe potuto essere meno severo, ma in questo disco del 1999 vedo i primi germi di una malattia che continua a marcire fino ad oggi. 
[Zeus]

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