666. Rotting Christ – The Heretics (2019)

The Heretics, tredicesimo disco di una carriera lunga 30 anni, segna il raggiungimento di un percorso iniziato con Aealo nel 2010. Con questo disco sono nati i “nuovi Rotting Christ”, una formazione che più che il riffing, basava tutto su due fattori principali: la percussività/ripetitività dei pattern e un’aura di grandeur data dall’ampio uso delle orchestrazioni, cori e quant’altro. In un certo senso i Rotting Christ hanno “smesso” (nota per i cagacazzi: si fa per dire, uso figurato del termine smettere) di suonare black metal e hanno incominciato a studiare il modo per trasferire una sensazione “teatrale” nel contesto musicale, facendola poi risultare “estrema e metallica” e quindi, in senso lato, black metal.
Quindi ecco che le chitarre vengono snellite e messe in secondo piano, mentre tutto il reparto ritmico (batteria in primis) sembra prendere il sopravvento. Questa attitudine è anche la conseguenza naturale dall’aver tradotto il proprio sound in una forma più sciamanica rispetto al precedente black metal. Quindi ecco che si fa largo una prima sensazione: Sakis&Co. hanno allentato la presa sulla “forma canzone” e si sono concentrati su una particolare forma di narrazione orale.

Da questo punto si parte per valutare The Heretics. Il disco è la naturale prosecuzione del percorso compiuto negli anni precedenti ed è una summa fra lo sciamanesimo cupo di Rituals e il sound più chitarristico di Κατά τον δαίμονα του εαυτού. Un lavoro che sembra chiudere il discorso relativo alle religioni/esoterismo del mondo e che adesso deve portare ad un rinnovamento necessario.
Sono ormai molti anni che Sakis, mainman e unico compositore della band, confeziona riff che sanno di riciclo e i testi (ma chi cazzo se ne incula dei testi nel black metal? come direbbe il buon Skan, ma oh, io ci provo a fare il professionale per una volta) sono quanto di più ripetitivo e banale possibile. Non si riesce a contare quante volte vengano ripetute certe parole (heaven, hell, fire, pyre, death…) all’interno di The Heretics. Bisogna però dire una cosa: quanto sono realmente importanti, ai fini del disco, i testi? Servono come necessario complemento o vengono messi insieme solo per le proprietà ritmiche delle parole?

Questo LP è, senza ombra di dubbio, uno dei più, se non il più, discusso della storia della compagine greca. L’abbondanza di orchestrazioni e parti recitate mette in secondo piano le composizioni e fa sospettare di un calo di capacità compositiva. Questo lo si capirebbe, visto che i Rotting Christ sono “forzatamente in giro per ripagare il debito greco” e Sakis è un leader dispotico in fatto di songwriting, ma ascoltandolo bene si nota che, pur denotando una certa stanchezza, il disco svela un’anima semplice, epica ed enfatica. I brani più diretti sono perfettamente riproponibili sul palco (e cantabili dai presenti) e più che catturare la rabbia del black metal ne fotografa la grandeur. Sentitevi la doppietta iniziale (Ветры злые è una delle migliori del lotto) e si capisce che è questo l’obiettivo finale.
Non tutto il disco vive di guizzi, ma la semplicità “conosciuta” di Heaven and Hell and Fire e Fire God and Fear, così come l’altrettanto basilare e monocorde Hallowed Be Thy Name, è volta a raggiungere un compendio epico, dove il black metal va in secondo piano a favore di un’impostazione teatrale che, in qualche modo, funziona.
Hallowed Be Thy Name è paradossalmente una traccia che non parte mai (ha lo stesso ritmo solenne di Ze Nigmar), sembra essere un grande filler ma poi ha un feeling epico che mi piace – e, con buona probabilità, sono l’unico a pensarla così. Dies Irae e I Believe (Πιστεύω) sono fra le canzoni più vicine al black metal di The Heretics ma sembrano quasi fuori posto, con I Believe (Πιστεύω) che mischia velocità e riffing ad un recitato dando una strana sensazione finale.
Il terzetto finale è in crescendo, tanto che The Raven è fra le migliori del lotto grazie ad un songwriting quantomeno originale. 
La versione deluxe contiene due episodi di The Sons Of Hell: la prima ha un riffing più ficcante e vive sull’esuberanza delle chitarre, mentre la seconda (intitolata Phobos) è meno intrigante e dopo un po’ si finisce per dimenticarla.

The Heretics non è certamente il miglior album dei Rotting Christ e mostra una progressiva stanchezza esecutiva, ma è tutt’altro quello schifo di disco che leggo in giro. Concepito come grandioso e teatrale, sviluppa molta della sua forza grazie ai chorus e al riffing immediato, quello che bisogna capire è quanto sarà longevo.
Riprendo un concetto già espresso: questo LP, come punto d’arrivo, va bene ma lancia un segnale d’allarme che la band non può ignorare. Sakis è in riserva e, sottoposto ad un iperlavoro a causa del trentennale della band (mille uscite, singoli, partecipazioni, concerti), non ha fatto in tempo a ricaricare le batterie. Tutto questo, in The Heretics, si sente. Dopo 9 anni di religioni e credenze popolari è ora e tempo di reinventarsi anche per i Rotting Christ; sarà difficile, ma è un passo da fare. 
[Zeus]

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2 pensieri su “666. Rotting Christ – The Heretics (2019)

  1. Pingback: Il Nome della Fossa: Black Metal Compendium (Tsunami Edizioni) – The Murder Inn

  2. Pingback: Rituali di profanazione. Ravencult – Force of Profanation (2016) – The Murder Inn

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