Il ritorno degli In Flames: I, The Mask (2019)

Sarò un romantico, ma ogni volta che arriva la notizia di un nuovo disco degli In Flames io, che un briciolo di credito lo fornisco sempre, mi incuriosisco e non vedo l’ora di ascoltarmelo. Nonostante che Fridén e Gelotte siano due cuori duri e da quasi vent’anni mi stiano dando, spesso e volentieri, delle enormi sofferenze. Perché qui a TMI ci stiamo leccando ancora le ferite dopo aver sentito Battles, un disco che è riuscito nell’ardua impresa di far rivalutare in maniera quasi sufficiente dischi come Sirens Charm o Sounds Of a Playground Fading. Sono sofferenze che subiamo perché questa band svedese è riuscita, nell’arco dei primi 4/5 anni di vita, a dare la luce a dischi che mi/ci hanno dato emozioni profonde.
Veder gli In Flames cercare di rincorrere le mode del momento, facendo il verso a chi, con anni di ritardo, già stava facendo la copia sbiadita del loro sound, è qualcosa che lascia perplessi. Perplessi perché, da che mondo è mondo, non è mai il modello che copia lo studente. Questo assunto non vale per il malvagio duo Fridén-Gelotte e quindi, all’alba di questo 2019, c’è un ribaltamento dei modelli.
Adesso sono gli In Flames a doversi reinventare, a cambiare il proprio sound per far breccia in un mercato enorme come quello degli USA. Un mercato discografico che è ricchissimo e, viste le sue dimensioni, percorso da mille mode che non permettono sbagli – in caso contrario si finirebbe di nuovo nella serie B degli ascolti. No, il mercato USA, così volatile e senza memoria, ha bisogno di essere coccolato sempre e, come una bella donna, ha bisogno di continui flirt.
Per raggiungere questo scopo, il malefico duo, accompagnato dal compaesano Niclas Engelin (che nel songwriting conta come il due di picche quando si gioca a scacchi), cercano nelle categorie di PornHub e trovano INTERRACIAL e quindi ecco che per I, The Mask si viene a creare un mischione musicale che vede sezione ritmica e sound americani e il resto Ikea-style.
Il tutto sotto il controllo dittatoriale dell’Commander-In-Hipster Fridén.
Nei mesi precedenti l’uscita, il disco è stato anticipato da dichiarazioni farlocche di ritorno a sonorità più heavy che, signori, non sono nelle corde degli In Flames da Come Clarity. Quindi è tutto un gioco alla Mourinho e un’attitudine da accerchiati. Ma sono stati loro a volersi spostare verso territori alternative/metal-core, quindi perché continuare a ribadire che “continueranno sulla loro strada”?
Perché I, the Mask è il prodotto di una band che brama il mercato USA, il Billboard e le top ten americane (capite perchè hanno scelto Howard Benson? Uno che nel suo CV ha anche Against dei Sepultura, non proprio da leccarsi i baffi) ma, soprattutto, deve assecondare il desiderio di Fridén-Gelotte di diventare grandi, e tanto. Per questo motivo le sonorità heavy non riescono neanche ad arrivare ad un revival dei (pur bruttini) suoni di Reroute to Remain o di Soundtrack To Your Escape. Gli In Flames 2019 guardano al massimo fino a Sounds Of a Playground Fading e quindi a neanche 8 anni fa e ad una creatività al minimo storico.
Il vero colpo di genio è la grande mascherata, il travestimento mediatico, per poter continuare a copiare band in voga dal 2010 in poi senza doverne pagar pegno in fatto di “derisione sociale”.
Come si fa a raggiungere questo scopo? Semplice, si prendono dei riff bombastici ma innocui, perché non devono urtare nessuno – e, soprattutto, non il target adorato, quindi gli adolescenti – , e li si mozza mettendoci dentro melodie vuote o passaggi risibili (i cori). Se poi si azzecca anche il mix con un riff abbastanza decente, il leit-motiv è quello di darci subito il colpo di zappa disfandolo con ritornelli spompi e senza nessuna anima (Follow Me). Perché, fra tutti i peccati capitali in cui si crogiolano i due timonieri svedesi, quello peggiore è la perseveranza nel cercare il ritornello ad effetto, quello “emozionale”.
Non è una cosa che si sono inventati con A Sense Of Purpose, sia chiaro; questo è un processo evolutivo che proviene dal passato e, precisamente, dal periodo Clayman. Da quel disco (annata 2000) si inizia a vedere la volontà pura di trovare IL ritornello catchy e farlo proprio. Non criticabile in sé, ma criticabile perché, nel corso del tempo, ha svilito il senso del riff per elevare quello di una melodia appiccicosa ma senza nerbo.
Non ha quasi neanche più senso parlare del growl/scream di Fridén, perché la questione non è più se è sfiatato o meno (la prima), la questione è che non riesce ad azzeccare un ritornello memorabile (metto In This Life, ma solo perché sta passando ora nel lettore).
Queste soluzioni sono già state fatte, e meglio, da band americane che, dalla scena svedese, ha preso tutto lo scibile per poi sputtanarlo. Gli attuali In Flames, quindi, si mettono sullo stesso terreno di gioco di chi, questa pratica, la sta maneggiando da anni. Ti batte con l’esperienza e con il fatto che sono giovani davvero e non dei quasi cinquantenni.

Non fatevi fregare dalle dichiarazioni di Fridén, da tutto il clamore del “ritorno ad un sound più heavy“, dalla copertina con il Jester e il nome la accompagna. Questo non è il disco che volete, questo è l’esibizione dell’ego del duo Fridén-Gelotte, della volontà assoluta di diventare un gruppo di punta in un mercato come quello USA, a costo di sputtanare senza via di ritorno il monicker In Flames
Non credete a niente di quello che vi dicono, ci rimarrete male.
Quello che avrete in questi 50 minuti è la solita sofferenza, il cuore pesante e la difficoltà di capire in cosa si sta trasformando questa band.
[Zeus]