Nomi impronunciabili e botte da orbi. Musmahhu – Reign of the Odious (2019)

Ho un grosso problema con i nomi delle persone che incontro. Mi faccio forza e lo dico subito, così se mai mi incontrerete dal vivo, sappiate che la memoria del vostro nome è a brevissimo termine (giusto il tempo della stretta di mano, forse meno). So di avere questo problema, in comune con tonnare di altre persone, quindi non mi cruccio più di tanto, ma questa “disabilità sociale” si ripercuote anche sulle band, soprattutto quelle con i nomi come i Musmahhu. Dopo averlo storpiato mille volte (Mashuhu, Mashuuu, Mushau… solo per citarne alcuni), mi sono convinto ad evitare di nominarli e scrivere la recensione di Reign of the Odious.
Anche perché i Musmahhu sono solo uno dei milleseicento progetti di Swartadauþuz, altro personaggio che non mi ricorderò mai di citare. Il musicista svedese, aiutato dal singer svedese Likpredikaren (attivo in diverse band) e da Kévin Paradis alla batteria (fra gli altri anche con i Benighted), sputa fuori 43 minuti di black/death svedese con fortissime influenze polacche – e per polacche si guarda ai Behemoth. La band di Nergal si sente molto nelle vocals e nell’utilizzo della batteria e nel comparto tastiere, nonché possiamo vedere nei dischi Pandemonic Incantation – Satanica il periodo di riferimento per il polistrumentista Swartadauþuz. Detto della componente polacca del sound, non possiamo non citare anche i molti reflussi death che filtrano in ciascuno dei brani, allontanando questo Reign of the Odious da un mero simulacro di black standard.
Arricchendo la proposta swedish black metal con le nerbature death metal, i Musmahhu formano un mix brutto, sporco e cattivo. 
Questa componente oscura che striscia sotto tutto fa in modo che le composizioni non siano “pompate e lucide” come i Dark Funeral o gli ultimi Behemoth (Apocalyptic Brigade of Forbidden), e la sottile sporcizia, il trigger furioso sulla batteria e molte altre piccole componenti esaltano lo spirito più onesto della fiamma nera. Se vogliamo trovare un riferimento esterno al mondo black/death svedese-polacco, possiamo vedere anche una certa similarità d’intenti con i Sulphur Aeon (Musmahhu, Rise!). 
Le sette tracce, pur essendo abbastanza lunghe (tutte durano sopra i sei minuti) non annoiano e neanche lo strumentale Burning Winds of Purgatory stona, visto che fornisce 2 minuti atmosferici che poi vanno in un crescendo finale tale da introdurre degnamente l’iniziale pattern cadenzato della title track
Se poi vogliamo anche parlare del lato più estetico, i Musmahhu hanno una copertina onesta e che richiama quello che si trova dentro quei solchi digitali. Piuttosto che porcate assurde, io punto a questo con assoluta convinzione. 
Pur non ricordandomi mai il nome, e facendo ancora più fatica a citare il mastermind dietro questo progetto, i Musmahhu sono una band che consiglio. Hanno tutti gli ingredienti giusti per essere una band da “top list” alla fine dell’anno solare. Credetemi, non sto sparando stronzate tanto per dirne. 
Se non finiranno nel calderone dei progetti morti sul nascere, questi svedesi hanno il potenziale per darci delle notevoli soddisfazioni. 
[Zeus]

Annunci

Dirette dal carcere: Burzum – Hliðskjálf (1999)

Cosa fareste voi, se foste in carcere per anni? 
Ovviamente non sto parlando delle carceri italiane o americane, ma di quelle “più confortevoli” in Norvegia. Che sono sì delle carceri e luoghi che ti privano della libertà personale, ma sono distanti anni luce dal sovraffolamento, dal degrado e via dicendo che troviamo in altri Stati.
Ma non divaghiamo sul sistema penale e correzionale… buttiamoci direttamente sulla musica. Perché io, con anni e anni davanti, non so cosa avrei fatto di me stesso, il leader dei Burzum, invece, ha le idee abbastanza chiare.
Varg Vikernes prende la voglia e l’ispirazione a quattro mani e si mette a comporre dischi con l’unico strumento che il Sistema Carcerario Norvegese gli permette di usare: tastiere e sintetizzatori. Durante il suo periodo in cella, il Conte darà alle stampe tre dischi: Filosofem (disco di cui, prima o poi, dovrò parlare in maniera più approfondita), Dauði Baldrs e questo Hliðskjálf.
Tiriamo via dal conto Filosofem e questo perché il disco è stato registrato prima di essere messo in gattabuia (non certo un carcere di massima sicurezza brasiliano, ecco) e che quindi ha ancora l’attitudine nonché episodi di catarsi elettrica; quindi ci concentriamo sugli altri due che escono rispettivamente nel 1997 e nel 1999. 
La strumentazione povera, oltre ai proclami rilasciati dal carcere sulla presunta “purezza musicale”, portano la musica di Burzum in una direzione completamente differente da quanto partorito e registrato nei primi due anni di vita della band. Su Det som engang var c’era già una traccia che lasciava vedere una tendenza a far scivolare il black metal in quello che viene definito dark ambient (Han som reiste), mentre il passo successivo (Filosofem) segna il necessario compimento di un certo modo di intendere e suonare la musica della fiamma nera.
Se vogliamo puntare alto, Filosofem è una delle massime espressioni della poetica Burzum-iana del black metal. 
Hliðskjálf non è un LP estremo, siamo infatti di fronte ad un prodotto interamente ascrivibile al settore dark ambient. Varg gioca su passaggi ripetitivi (Der Tod Wuotans), puntando spesso su passaggi dilatati e “monotoni” creati con le tastiere e i synth (sentitevi i 6 minuti di Frijôs einsames Trauern per delucidazioni).
Del “mood medievale” del disco precedente rimane poco, se non nel brano Die Liebe Nerþus’, che in poco più di 2 minuti assomiglia ad una resa per MIDI e synth dei brani medievali tanto in voga in questi ultimi anni. 
La musica di Burzum era destinata ad arrivare a questo punto di rarefazione, perché questo è il termine che si può utilizzare senza problemi. Rarefazione che collega due estremi opposti: la freddezza industriale, metallica di Ansuzgaradaraiwo si posiziona distante dalla già citata Frijôs einsames Trauern che è, allo stesso tempo, basica e capace di trasmettere quella sensazione di malinconica desolazione che già abbiamo incontrato nelle opere di Varg. 
C’è un però, e questo non si può nascondere. Se il picco è stato raggiunto con Filosofem, Hliðskjálf può al massimo essere considerato un buon disco e una colonna sonora per l’assoluta immobilità dell’animo. Dentro Hliðskjálf c’è una strana sensazione di sospensione, come se la musica riflettesse in maniera minuziosa la condizione d’attesa del suo creatore. Questo disco del 1999 è fondato su un delicato equilibrio di attesa e pacata rassegnazione mentre il mondo esterno si muove e, sottilmente, fa penetrare dell’inquietudine nell’animo.
Inquietudine che, in questo frangente, non può essere esorcizzata scavando nell’elettricità furente del black metal, ma affidandosi al reiterarsi degli accordi, delle note e della freddezza dell’elettronica.
Hliðskjálf ti trasporta in un momento diverso, in una strana dimensione spazio-temporale lontana dal qui ed ora. Non è sempre interessante da sentire e, in certi momenti, la sua ossessiva ripetitività non porta a niente di più che ad un filo di noia, ma quando Varg azzecca il giro, il risultato è quello di una colonna sonora in cui le parole sarebbero un complemento di troppo rispetto alla musica. 
[Zeus]

Children of Bodom – Hatebreeder (1999)

From now on… we are enemies. You and I!”. Con questa dichiarazione di intenti inizia il secondo album in studio dei finlandesi Children of Bodom, arrivati all’attenzione del pubblico due anni prima con l’esordio “Something Wild”, notevole lavoro caratterizzato da rabbia giovanile, suoni glaciali, gusto nella composizione dei riff e tecnica esecutiva.

Hatebreeder” conferma quanto di buono la band aveva dimostrato di saper fare e rimane, secondo chi scrive, l’apice qualitativo della carriera dei finlandesi. La produzione migliora, i suoni si fanno più definiti, le composizioni più dirette e le tastiere di Janne Wirman si affermano, creando le melodie centrali di diversi brani e, soprattutto, i duelli con gli assoli di chitarra del leader Alexi Laiho; il mix forma definitivamente il sound che ancora oggi caratterizza la musica dei Bambini del Lago Bodom.
Emblematici sono anche i testi, incentrati per la maggior parte sulla sanguinosa storia degli omicidi avvenuti nella zona del lago Bodom, luogo da cui la band prende nome ed è l’ispirazione attorno alla quale Lahiho&Co. costruiscono un turbinio di violenza e rabbia, disperazione e morte.

Più melodico rispetto al precedente, aspetto che immagino abbia fatto storcere il naso a molti, “Hatebreeder” è composto da nove potenziali hit, tanto ogni brano si stampa immediatamente nella mente dell’ascoltatore.

La commistione fra i ritmi e la melodia del power metal con le sonorità più estreme caratteristiche della scena nord europea ed influenze classiche creano un sound che, ai tempi, aveva un certo fascino e una sua originalità (salvo poi venire inflazionato fino alla nausea) e anche i più scettici credo non possano che rimanere favorevolmente colpiti dai soli di chitarra di Laiho o farsi trascinare dai riff e dal tiro di pezzi come “Warheart”, la titletrack, “Silent Night, Bodom Night” o la ruffianissima “Bed of Razors”, fino alla song che chiude l’album, quella “Downfall” che rimane tra le migliori composizioni mai partorite dalla band.

Come suona “Hatebreeder” a vent’anni di distanza? Personalmente lo trovo ancora molto valido, un album che merita di essere inserito ogni tanto nel lettore, magari durante un viaggio in macchina, ad un volume adatto alle orecchie di ogni metalhead degno di questo nome.
In definitiva, ha superato la prova del tempo.

[Lenny Verga]

From Padua to Hell: i Porcupine Tree di Stupid Dream (1999)

Come sapete benissimo, io non sono un grande fan del progressive. Non lo reggo, a meno che non incominciamo a parlare dei Rush – l’unico gruppo che avrei voluto vedere dal vivo, nonostante le lunghissime suite.
Se ve lo stavate chiedendo (!), ecco il motivo per cui non sarò certo io a recensire il nuovo dei Dream Theater et similia. Nonostante questa mia ritrosia, nel 2009 sono partito in macchina con un amico d’Università (nonché musicista, attualmente impegnato nei preparativi del prossimo LP) e un amico in comune per vedere i Porcupine Tree dal vivo. Il concerto è stato godibile, ovverosia mi è piaciuto, mentre il viaggio è stato fra il travagliato e l’eroico a causa di due fattori concomitanti: a) veniva giù acqua a palate dal cielo e salivano bestemmie a badilate dalla macchina; b) il suddetto amico musicista era completamente disfatto dall’influenza e dalla febbre e quindi, per tutto il tragitto, è riuscito a ripetere in maniera molto Rat Man-iana la seguente parola: Padua.
Quindi non posso certo ricordare questo termine con emoticon o altre cose ggiovani, visto che dopo la decima ripetizione, la voglia di prendere macchina, amico e compagnia cantante e dirigerci verso un muro era alto.
Ovviamente non l’ho fatto, ma il binomio “Porcupine Tree – Padua” è saldo nella mia mente come poche cose a questo mondo.
All’epoca, Steve Wilson&Co. stavano viaggiano sull’onda di un riconoscimento generale dato da mille collaborazioni (più o meno nell’ambito metal) e da una serie di dischi (fra tutti In Absentia), che li aveva trasportati in alto nelle classifiche e nei gradimenti della chiunque. Ovviamente non potevamo sapere che il disco del 2009 sarebbe stato l’ultimo e che poi, pian piano, Steve Wilson avrebbe decretato morte e distruzione della sua creatura e tanti saluti al secchio.
Quello che invece sapevamo è che Stupid Dream del 1999 era un LP di passaggio. Nel senso vero del termine: questo disco era un punto di collegamento, coadiuvato dal successivo Lighbulb Sun (del 2000), fra l’iniziale periodo psichedelico/strumentale, più accessibile e “quasi pop” e quello successivo, dove i Porcupine Tree avrebbero appesantito sì il sound ma avrebbero messo in cantiere una virata prog che non ha mai incontrato al 100% i miei gusti.
Stupid Dream, invece, suona più fresco e accessibile. Meno snob, attitudine di cui Steven Wilson si è ammantato senza troppa difficoltà diventando  pedante, e più godibile. Ecco che questo termine ritorna. Non penso di riuscire a dare un giudizio migliore su questa band, bravissimi di sicuro, ma non riuscirò mai ad appassionarmene in maniera totale.
Questione di chiusura mentale (come direbbe il mio buon socio dell’Università) o di gusti musicali differenti, i Porcupine Tree sono una band che può essere il trampolino per i neofiti del prog, come un gruppo da tenere in serbo per i momenti in cui i vari King Crimson, Gentle Giant etc. sono decisamente troppo complessi e cerebrali.
Vedete un po’ voi a che punto siete, ma intanto sentitevi Even Less che, parere mio, è realmente bella.

Ah, logico: PADUA.

[Zeus]

Dopo il mito. Mayhem – Wolf’s Lair Abyss (1997)

A me, questo EP, piace.
C’è chi è rimasto fossilizzato su De Mysteriis Dom Sathanas e chi invece, fra una cosa e l’altra, ha capito che dopo quel capitolo magistrale di black metal norvegese c’erano altri territori da esplorare. Nella prima categoria ci cadono dentro molti fan, alcuni indomiti cultori di un singolo disco (non c’è niente di sbagliato, sia chiaro); nella seconda ci sono i Mayhem di Blasphemer che, preso il coraggio a quattro mani, prende il posto di un certo Euronymous e tira fuori un disco che i Mayhem, all’epoca, non sapevano di poter registrare. Perché tutto va bene, ma tirar fuori un EP così nuovo, evoluto e foriero di anticipazioni di quello che sarebbe venuto, non era nelle corde dei tre superstiti delle prime ore.
Tre, non due, perché per l’occasione viene riesumato dalla tomba anche il buon Maniac (primo, vero, singer della compagine norvegese ai tempi di Deathcrush – EP su cui suonava anche Manheim, rimpiazzato poi da Hellhammer). Il singer è la ciliegina sulla torta e, vi dirò, oltre al riffing e al songwriting di Blasphemer, il deus ex machina di Wolf’s Lair Abyss è proprio la voce del singer norvegese. Sentitevelo su Deathcrush e poi godetevi le sue interpretazioni da qui in avanti: secondo me non c’è storia, si è evoluto e ha incominciato a fornire anche una giustificazione musicale al suo nickname.
Le vocals che escono da Wolf’s Lair Abyss sono incredibili e, visto che siamo in tema, posso già dire che le replicherà, mutando forse un po’ l’approccio, anche su Grand Declaration of War. Lo so, sembro avercela con Attila Csihar, ma non è vero. Solo che il mio “ideale” di scream black ha certe caratteristiche (variabili a seconda della tipologia di musica sottostante) e Attila non è mai nei miei top. Succede, fatevene una ragione.
Se poi unite una prestazione maiuscola di Hellhammer e una serie di canzoni, fra cui l’eccellente Symbols Of Bloodswords, che spaccano, voi capite bene che il ritorno sulle scene dei veterani norvegesi può considerarsi un successo. Soprattutto perché, come è stato detto meglio da altri prima di me, in Wolf’s Lair Abyss i Mayhem non tentano di essere nel 1994 e non vogliono forzare Blasphemer ad essere Euronymous (situazione che avevano passato anche gli Iron Maiden periodo Blaze Bayley) e, mi permetto di aggiungere, per fortuna l’hanno lasciato libero di scrivere e suonare come si sentiva.
[Zeus]

John Garcia And The Band Of Gold – s/t (2019)

Questo concetto lo avrò modo di ribadire anche nella recensione che uscirà degli Unida: l’andamento discografico di John Garcia è un’altalena fra progetti interessanti (Unida, Kyuss, Slo Burn…) e quelli meno intriganti (Hermano…). Se sui secondi non mi sono mai soffermato più di tanto, sui primi ho speso, e spenderò, parole importanti. Il fatto è che Garcia, sempre attivissimo, è incostante e quando non ha la visione d’insieme tende a buttarsi in progetti vagamente loffi o di mestiere – dove cerca, ma non sempre riesce, di salvare capra e cavoli con la sua voce. 
Il problema è che, in certe situazioni e con il passare delle primavere su questo porco mondo, anche la voce di Mr. Garcia incomincia a risentire del tempo che passa e quindi, quando anche la base musicale non va al massimo, tutto si sgonfia come un soufflè.
Con questa sua nuova uscita solista, accompagnato dalla fantomatica Band Of Gold – la “band del dopolavoro” (cit. Skan), un po’ come Phil Anselmo con gli Illegals -, ritorna a galla e ci fornisce una prova più che dignitosa.
E, vi dirò, la prima cosa che ho pensato sentendo Space Vato è stato “se anche solo la metà del disco ha questa botta, allora siamo a posto“.
Dopo numerosi ascolti posso tranquillamente dire che non ce l’ha, perché la title-track strumentale ha un tiro spazial-desertico che le altre tracce faticano a tenere, ma fortunatamente tutte si assestano su un livello più che dignitoso se non, in alcuni casi, addirittura buono. 
Dignitoso perché la Band Of Gold riesce a tenere bene la straripante presenza di Garcia, fornendo un groove a mani basse (Jim’s Whiskers) o variando copione e sparando i Led Zeppelin del 1980 nella ionosfera (Softer Side).
Lo stato di salute della band si sente proprio dalle prime canzoni del disco, quelle che andranno a settare il registro di questo LP: sentitevi in successione Chicken Delight, Kentucky II My Everything e capite cosa intendo. 
Dentro il CD ci sono le note giuste, quelle che ci piacciono, e si ha il sentore della strada che scorre sotto le ruote, che è una dei primi feeling che voglio ricevere da un disco con dentro Garcia. Se vogliamo è solo nella seconda metà che c’è un po’ di manierismo in più, anche se questa sensazione dura per un pugno di canzoni e non inficia la qualità generale. 
Sul finale, oltre alla “zeppeliniana” Softer Side si potrebbe menzionare Cheyletiella, che ha un vago retrogusto del John Garcia anni ’90 (quindi qualche sentore di Kyuss e Slo Burn) e va a formare una doppietta conclusiva di buon livello. 
Io sono convinto che Garcia sia riuscito a trovare, nella Band of Gold, lo sparring partner giusto. La band sostiene il singer in maniera adeguata (le primavere si fanno sentire anche per lui e quindi manca di alcuni spunti) e riesce a tirar fuori del groove desertico misto ad atmosfere spaziali che convince.
Cosa chiedere di più al buon John? Per me niente, anche perché John Garcia and the Band of Gold è un LP onesto e godibile. Che a quasi 50 anni sia riuscito a capire fin dove spingersi e quanto osare?
[Zeus]

Meglio di poi, ma sempre prescindibili: Burn The Priest – s/t (1999)

Si può dire senza la paura di essere scambiati per ottuse teste di cazzo che i Lamb Of God sono una band senza troppo senso? Forse negli USA un senso ce l’hanno, un po’ come i Five Finger Death Punch, ma in generale il senso compiuto non c’è. Gruppi come mille altri che, grazie ad un trend e senza inventare assolutamente niente, riescono a riempire palazzetti. Parlo dei Lamb Of God perché, come tutti sapete, sono la seconda incarnazione di questi Burn The Priest. Dopo aver visto che con questo nome, in America, non fai strada neanche a volerlo, allora hanno cambiato e incominciato a fiutare l’aria che tirava in quel momento. Certo, l’abbandono di Abe Spear potrebbe aver influenzato la decisione, dato che Willie Adler, il suo sostituto alla chitarra, è ora il maggiore compositore dei Lamb Of God, chi lo sa?
Sta di fatto che la mossa scientifica di voler vendersi meglio è sotto gli occhi di tutti. E se non c’è niente di male nel voler guadagnare, in fin dei conti è anche il loro lavoro, ma ripudiare il vecchio sound è stata una mossa calcolata e, a mio avviso, neanche delle migliori. 
Perché questi Burn The Priest, almeno, dimostravano di avere ancora delle radici nella musica estrema: qualcosa di grind, sicuramente il death e il resto è mutuato dall’hardcore e dal groove metal (Resurrection #9).
Ci sono i passaggi veloci, le rasoiate (l’iniziale Bloodletting, ad esempio) e poi i brani più lenti e cadenzati (molti dei quali, dopo un po’, sono di una noia rara… su Buckeye ho controllato almeno 7 volte a che punto fosse ed è una traccia di 4 minuti!).
Le menzioni d’onore sono due: la prima è per Chris Adler, il cui lavoro dietro la batteria è di buona fattura, e poi c’è Randy Blythe. Il singer americano non mi ha mai entusiasmato, mi annoia spesso e volentieri, ma nei Burn The Priest almeno variava su più stili vocali estremi e quindi eccolo alle prese con un high-pitch scream quasi grind e con il classico growling death. 
Quello che fa sorridere, e che è una delle noie assolute di questo disco, è la ripetitività della scaletta: al pezzo veloce segue sempre il pezzo lento. L’effetto è quello nefasto di quando ti stai eccitando come un cane davanti ad un video porno e, inavvertitamente, schiacci il tasto sbagliato del telecomando andando su Porta a Porta (per chi guarda ancora i porno su DVD). Se non ti si smoscia in mezzo secondo è solo perché ti sei fatto saltare le cervella e sei entrato in rigor mortis alla velocità del suono. 
Questo è l’effetto che ha Burn The Priest: un disco che ti blandisce con pezzi veloci e cattivi e poi ti spinge alla narcolessia con quelli lenti e cadenzati. I pezzi veloci però non sono certo eccellenti, sono solo un po’ meglio di quelli lenti, tutto qua. Questo è dovuto al fatto che, probabilmente, all’epoca i cinque di Richmond non sembravano capaci di maneggiare decentemente i vari registri: veloce – lento e, quando li mischiavano, ecco che tiravano fuori brani né carne né pesce. 
Immaginate voi questo andazzo per 50 minuti e capite perché questa band non è mai entrata nei miei ascolti e non lo rientrerà mai. E neanche i Lamb Of God che, nonostante alcuni cambi strutturali (fra cui la voce di Blythe ed un più marcato utilizzo di tutte le dinamiche -core e groove), non saranno mai quel gruppo che mi fa saltare dalla sedia e per cui aspetto con ansia le uscite – anche quando tenderanno a non convincermi perché sotto lo standard a cui ci aveva abituato la band
[Zeus]

Linkin Park – Hybrid Theory EP (1999)

Se bisogna trovare un termometro della crisi del metal sulla finire del 1999, basta guardare all’ascesa di gruppi come i Linkin Park e tutto il “fenomeno” nu metal. Ovvio, i precursori del genere, quelli che hanno mischiato estetiche hip hop/rap al metal erano già emersi, ad esempio i Korn, ma il processo di diluizione della ferocia del metal per rincorrere un trend come quello del nu metal e del passaggio in radio ha trovato combustibile proprio a partire dalla fine degli anni ’90. I grandi vecchi sono in crisi, spesso alle prese con una crisi di coscienza data dall’arrivo dei quarant’anni, di guadagni enormi o solo a causa dei colpi forniti dall’ormai defunto movimento grunge o dalle droghe, quindi le nuove leve hanno incominciato a farsi largo occupando settori ancora scoperti della contaminazione e/o delle possibilità radiofoniche. Il metal smette di essere pericoloso e incomincia a lasciare spazio ad un’apprezzamento più generale, ad essere usufruito fuori dal ghetto di giubbotti in pelle, catene e cristi invertiti. 
Il pubblico generalista, quello che ascolta i Linkin Park, è anche quello che spazia sull’AOR, sul rap o su altre proposte alternative che il mercato sta riversando, come un cazzo di ubriaco che sbocca, sugli ascoltatori. 
Quindi ecco i pattern elettronici, le ritmiche rap di Shinoda e le vocals “torturate” di Chester Bennington e un impianto musicale che definirlo metal è realmente fare un salto enorme. Per me, questo, non è metal, non è niente di assimilabile al metal e, sinceramente, anche poco avvicinabile al rock. Non rientreranno mai nei miei ascolti e continuo a preferire una canzone come Lethe dei Dark Tranquillity rispetto ad una In The End (non presente su questo EP, ma sul CD che uscirà un anno dopo). Lethe ha tutta un’altra portata emotiva. Lo so, sticazzi, ma c’è da sottolineare la cosa per far capire a chi arriva adesso al metallo che cosa significa venire investiti da un’ansia esistenziale mentre si ascolta una canzone. 
Non so cosa dire, questo genere di EP non è proprio il mio pane e secondo me non avrebbe mai dovuto essere associato al metal in nessun caso. Ma l’industria americana, pur di vendere, ti farebbe passare per oro anche la merda più puzzolente. 
Quindi ecco un po’ di merda catalogata come rock. Vi farà piacere sapere che grazie al supporto ricevuto e a quelle melodie zuccherose e i passaggi “iper-emotivi”, questa band ha avuto la possibilità di registrare anche un seguito e poi di continuare. 
Complimenti, veramente. Prendetevi le vostre responsabilità e non fate come alle elezioni che poi tutti dicono “io non l’ho votato” e il tizio al governo ha la maggioranza dei voti. 
Non fate gli stronzi e prendetevi delle responsabilità. 
[Zeus]

Nuove Info

Abbiamo rinnovato il nostro impegno e lo abbiamo messo per iscritto, perché è un punto di vanto essere riusciti a mantenerlo per 18 lunghi, e bellissimi, anni.

Noi andiamo avanti caparbi e senza paura e ve lo diciamo chiaramente nelle INFO, voi continuate a darci il vostro supporto!

Grazie di tutto, a tutti voi.

Zeus, per conto di tutto Lo Staff

Il Nome della Fossa: Valerio Evangelisti – Metallo Urlante [Einaudi]

Valerio Evangelisti, classe 1952, è un autore bolognese noto ben oltre i confini nazionali, soprattutto per il ciclo di romanzi che vedono come protagonista l’Inquisitore Nicholas Eymerich. Oltre ad essere un grande scrittore, ha anche ottimi gusti musicali.
Nel 1998 ebbe un’idea geniale: scelse quattro band storiche dell’heavy metal e, ascoltando la loro musica, prese l’ispirazione per scrivere quattro romanzi brevi (o racconti lunghi, se preferite). Il risultato è questo libro che già dal titolo, Metallo Urlante, dovrebbe far accendere una lampadina nella mente di ogni metalhead.
Prima di continuare vorrei fare una precisazione: i quattro romanzi non si ispirano ai testi delle canzoni, ma alle sensazioni e alle immagini che l’ascolto della musica provocava nella mente dell’autore.
Il primo si intitola Venom e la fonte d’ispirazione è Black Metal: è diviso in otto capitoli ognuno dei quali ha come titolo quello di una canzone dell’album. Il genere è uno fantascientifico post-apocalittico alternato allo storico medioevale, caratteristica comune a molti romanzi sull’Inquisitore Eymerich.
Il secondo porta il titolo di Pantera, che è anche il nome del protagonista, e si ispira all’album Cowboys from Hell. Il genere è western con incursioni nell’horror. Pantera sarà in seguito il protagonista di due romanzi lunghi interamente dedicati a lui: Black Flag (e anche qui dovrebbe suonarvi un campanello) e Antracite.
Il terzo romanzo si chiama Sepultura ed è ambientato in un carcere di massima sicurezza brasiliano dove i detenuti, invece che nelle celle, vengono rinchiusi tutti insieme in un pozzo ed immersi fino alla vita in una sostanza organica collosa che li tiene a bada e gli impedisce di muoversi.
Il quarto ed ultimo lavoro porta il nome di Metallica ed è stato ispirato dall’ascolto di Kill ‘em All. Anche in questo caso sono i titoli delle canzoni a dare il nome ai capitoli. Il genere è guerresco, con un’ambientazione imprecisata nel futuro prossimo.
Dato il contenuto del volume, non posso che consigliarlo a chiunque ami il metallo e la narrativa di intrattenimento. Non sarà il libro che cambierà la vostra vita ma è un sincero ed appassionato tributo all’heavy metal da parte di un’autore che non è di certo l’ultimo arrivato.
Quindi, cosa non da poco, è anche ben scritto.
[Lenny Verga]