Meglio di poi, ma sempre prescindibili: Burn The Priest – s/t (1999)

Si può dire senza la paura di essere scambiati per ottuse teste di cazzo che i Lamb Of God sono una band senza troppo senso? Forse negli USA un senso ce l’hanno, un po’ come i Five Finger Death Punch, ma in generale il senso compiuto non c’è. Gruppi come mille altri che, grazie ad un trend e senza inventare assolutamente niente, riescono a riempire palazzetti. Parlo dei Lamb Of God perché, come tutti sapete, sono la seconda incarnazione di questi Burn The Priest. Dopo aver visto che con questo nome, in America, non fai strada neanche a volerlo, allora hanno cambiato e incominciato a fiutare l’aria che tirava in quel momento. Certo, l’abbandono di Abe Spear potrebbe aver influenzato la decisione, dato che Willie Adler, il suo sostituto alla chitarra, è ora il maggiore compositore dei Lamb Of God, chi lo sa?
Sta di fatto che la mossa scientifica di voler vendersi meglio è sotto gli occhi di tutti. E se non c’è niente di male nel voler guadagnare, in fin dei conti è anche il loro lavoro, ma ripudiare il vecchio sound è stata una mossa calcolata e, a mio avviso, neanche delle migliori. 
Perché questi Burn The Priest, almeno, dimostravano di avere ancora delle radici nella musica estrema: qualcosa di grind, sicuramente il death e il resto è mutuato dall’hardcore e dal groove metal (Resurrection #9).
Ci sono i passaggi veloci, le rasoiate (l’iniziale Bloodletting, ad esempio) e poi i brani più lenti e cadenzati (molti dei quali, dopo un po’, sono di una noia rara… su Buckeye ho controllato almeno 7 volte a che punto fosse ed è una traccia di 4 minuti!).
Le menzioni d’onore sono due: la prima è per Chris Adler, il cui lavoro dietro la batteria è di buona fattura, e poi c’è Randy Blythe. Il singer americano non mi ha mai entusiasmato, mi annoia spesso e volentieri, ma nei Burn The Priest almeno variava su più stili vocali estremi e quindi eccolo alle prese con un high-pitch scream quasi grind e con il classico growling death. 
Quello che fa sorridere, e che è una delle noie assolute di questo disco, è la ripetitività della scaletta: al pezzo veloce segue sempre il pezzo lento. L’effetto è quello nefasto di quando ti stai eccitando come un cane davanti ad un video porno e, inavvertitamente, schiacci il tasto sbagliato del telecomando andando su Porta a Porta (per chi guarda ancora i porno su DVD). Se non ti si smoscia in mezzo secondo è solo perché ti sei fatto saltare le cervella e sei entrato in rigor mortis alla velocità del suono. 
Questo è l’effetto che ha Burn The Priest: un disco che ti blandisce con pezzi veloci e cattivi e poi ti spinge alla narcolessia con quelli lenti e cadenzati. I pezzi veloci però non sono certo eccellenti, sono solo un po’ meglio di quelli lenti, tutto qua. Questo è dovuto al fatto che, probabilmente, all’epoca i cinque di Richmond non sembravano capaci di maneggiare decentemente i vari registri: veloce – lento e, quando li mischiavano, ecco che tiravano fuori brani né carne né pesce. 
Immaginate voi questo andazzo per 50 minuti e capite perché questa band non è mai entrata nei miei ascolti e non lo rientrerà mai. E neanche i Lamb Of God che, nonostante alcuni cambi strutturali (fra cui la voce di Blythe ed un più marcato utilizzo di tutte le dinamiche -core e groove), non saranno mai quel gruppo che mi fa saltare dalla sedia e per cui aspetto con ansia le uscite – anche quando tenderanno a non convincermi perché sotto lo standard a cui ci aveva abituato la band
[Zeus]

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