John Garcia And The Band Of Gold – s/t (2019)

Questo concetto lo avrò modo di ribadire anche nella recensione che uscirà degli Unida: l’andamento discografico di John Garcia è un’altalena fra progetti interessanti (Unida, Kyuss, Slo Burn…) e quelli meno intriganti (Hermano…). Se sui secondi non mi sono mai soffermato più di tanto, sui primi ho speso, e spenderò, parole importanti. Il fatto è che Garcia, sempre attivissimo, è incostante e quando non ha la visione d’insieme tende a buttarsi in progetti vagamente loffi o di mestiere – dove cerca, ma non sempre riesce, di salvare capra e cavoli con la sua voce. 
Il problema è che, in certe situazioni e con il passare delle primavere su questo porco mondo, anche la voce di Mr. Garcia incomincia a risentire del tempo che passa e quindi, quando anche la base musicale non va al massimo, tutto si sgonfia come un soufflè.
Con questa sua nuova uscita solista, accompagnato dalla fantomatica Band Of Gold – la “band del dopolavoro” (cit. Skan), un po’ come Phil Anselmo con gli Illegals -, ritorna a galla e ci fornisce una prova più che dignitosa.
E, vi dirò, la prima cosa che ho pensato sentendo Space Vato è stato “se anche solo la metà del disco ha questa botta, allora siamo a posto“.
Dopo numerosi ascolti posso tranquillamente dire che non ce l’ha, perché la title-track strumentale ha un tiro spazial-desertico che le altre tracce faticano a tenere, ma fortunatamente tutte si assestano su un livello più che dignitoso se non, in alcuni casi, addirittura buono. 
Dignitoso perché la Band Of Gold riesce a tenere bene la straripante presenza di Garcia, fornendo un groove a mani basse (Jim’s Whiskers) o variando copione e sparando i Led Zeppelin del 1980 nella ionosfera (Softer Side).
Lo stato di salute della band si sente proprio dalle prime canzoni del disco, quelle che andranno a settare il registro di questo LP: sentitevi in successione Chicken Delight, Kentucky II My Everything e capite cosa intendo. 
Dentro il CD ci sono le note giuste, quelle che ci piacciono, e si ha il sentore della strada che scorre sotto le ruote, che è una dei primi feeling che voglio ricevere da un disco con dentro Garcia. Se vogliamo è solo nella seconda metà che c’è un po’ di manierismo in più, anche se questa sensazione dura per un pugno di canzoni e non inficia la qualità generale. 
Sul finale, oltre alla “zeppeliniana” Softer Side si potrebbe menzionare Cheyletiella, che ha un vago retrogusto del John Garcia anni ’90 (quindi qualche sentore di Kyuss e Slo Burn) e va a formare una doppietta conclusiva di buon livello. 
Io sono convinto che Garcia sia riuscito a trovare, nella Band of Gold, lo sparring partner giusto. La band sostiene il singer in maniera adeguata (le primavere si fanno sentire anche per lui e quindi manca di alcuni spunti) e riesce a tirar fuori del groove desertico misto ad atmosfere spaziali che convince.
Cosa chiedere di più al buon John? Per me niente, anche perché John Garcia and the Band of Gold è un LP onesto e godibile. Che a quasi 50 anni sia riuscito a capire fin dove spingersi e quanto osare?
[Zeus]

3 pensieri su “John Garcia And The Band Of Gold – s/t (2019)

  1. Pingback: Unida – Copying with the Urban Coyote (1999) – The Murder Inn

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...