Children of Bodom – Hatebreeder (1999)

From now on… we are enemies. You and I!”. Con questa dichiarazione di intenti inizia il secondo album in studio dei finlandesi Children of Bodom, arrivati all’attenzione del pubblico due anni prima con l’esordio “Something Wild”, notevole lavoro caratterizzato da rabbia giovanile, suoni glaciali, gusto nella composizione dei riff e tecnica esecutiva.

Hatebreeder” conferma quanto di buono la band aveva dimostrato di saper fare e rimane, secondo chi scrive, l’apice qualitativo della carriera dei finlandesi. La produzione migliora, i suoni si fanno più definiti, le composizioni più dirette e le tastiere di Janne Wirman si affermano, creando le melodie centrali di diversi brani e, soprattutto, i duelli con gli assoli di chitarra del leader Alexi Laiho; il mix forma definitivamente il sound che ancora oggi caratterizza la musica dei Bambini del Lago Bodom.
Emblematici sono anche i testi, incentrati per la maggior parte sulla sanguinosa storia degli omicidi avvenuti nella zona del lago Bodom, luogo da cui la band prende nome ed è l’ispirazione attorno alla quale Lahiho&Co. costruiscono un turbinio di violenza e rabbia, disperazione e morte.

Più melodico rispetto al precedente, aspetto che immagino abbia fatto storcere il naso a molti, “Hatebreeder” è composto da nove potenziali hit, tanto ogni brano si stampa immediatamente nella mente dell’ascoltatore.

La commistione fra i ritmi e la melodia del power metal con le sonorità più estreme caratteristiche della scena nord europea ed influenze classiche creano un sound che, ai tempi, aveva un certo fascino e una sua originalità (salvo poi venire inflazionato fino alla nausea) e anche i più scettici credo non possano che rimanere favorevolmente colpiti dai soli di chitarra di Laiho o farsi trascinare dai riff e dal tiro di pezzi come “Warheart”, la titletrack, “Silent Night, Bodom Night” o la ruffianissima “Bed of Razors”, fino alla song che chiude l’album, quella “Downfall” che rimane tra le migliori composizioni mai partorite dalla band.

Come suona “Hatebreeder” a vent’anni di distanza? Personalmente lo trovo ancora molto valido, un album che merita di essere inserito ogni tanto nel lettore, magari durante un viaggio in macchina, ad un volume adatto alle orecchie di ogni metalhead degno di questo nome.
In definitiva, ha superato la prova del tempo.

[Lenny Verga]