Dirette dal carcere: Burzum – Hliðskjálf (1999)

Cosa fareste voi, se foste in carcere per anni? 
Ovviamente non sto parlando delle carceri italiane o americane, ma di quelle “più confortevoli” in Norvegia. Che sono sì delle carceri e luoghi che ti privano della libertà personale, ma sono distanti anni luce dal sovraffolamento, dal degrado e via dicendo che troviamo in altri Stati.
Ma non divaghiamo sul sistema penale e correzionale… buttiamoci direttamente sulla musica. Perché io, con anni e anni davanti, non so cosa avrei fatto di me stesso, il leader dei Burzum, invece, ha le idee abbastanza chiare.
Varg Vikernes prende la voglia e l’ispirazione a quattro mani e si mette a comporre dischi con l’unico strumento che il Sistema Carcerario Norvegese gli permette di usare: tastiere e sintetizzatori. Durante il suo periodo in cella, il Conte darà alle stampe tre dischi: Filosofem (disco di cui, prima o poi, dovrò parlare in maniera più approfondita), Dauði Baldrs e questo Hliðskjálf.
Tiriamo via dal conto Filosofem e questo perché il disco è stato registrato prima di essere messo in gattabuia (non certo un carcere di massima sicurezza brasiliano, ecco) e che quindi ha ancora l’attitudine nonché episodi di catarsi elettrica; quindi ci concentriamo sugli altri due che escono rispettivamente nel 1997 e nel 1999. 
La strumentazione povera, oltre ai proclami rilasciati dal carcere sulla presunta “purezza musicale”, portano la musica di Burzum in una direzione completamente differente da quanto partorito e registrato nei primi due anni di vita della band. Su Det som engang var c’era già una traccia che lasciava vedere una tendenza a far scivolare il black metal in quello che viene definito dark ambient (Han som reiste), mentre il passo successivo (Filosofem) segna il necessario compimento di un certo modo di intendere e suonare la musica della fiamma nera.
Se vogliamo puntare alto, Filosofem è una delle massime espressioni della poetica Burzum-iana del black metal. 
Hliðskjálf non è un LP estremo, siamo infatti di fronte ad un prodotto interamente ascrivibile al settore dark ambient. Varg gioca su passaggi ripetitivi (Der Tod Wuotans), puntando spesso su passaggi dilatati e “monotoni” creati con le tastiere e i synth (sentitevi i 6 minuti di Frijôs einsames Trauern per delucidazioni).
Del “mood medievale” del disco precedente rimane poco, se non nel brano Die Liebe Nerþus’, che in poco più di 2 minuti assomiglia ad una resa per MIDI e synth dei brani medievali tanto in voga in questi ultimi anni. 
La musica di Burzum era destinata ad arrivare a questo punto di rarefazione, perché questo è il termine che si può utilizzare senza problemi. Rarefazione che collega due estremi opposti: la freddezza industriale, metallica di Ansuzgaradaraiwo si posiziona distante dalla già citata Frijôs einsames Trauern che è, allo stesso tempo, basica e capace di trasmettere quella sensazione di malinconica desolazione che già abbiamo incontrato nelle opere di Varg. 
C’è un però, e questo non si può nascondere. Se il picco è stato raggiunto con Filosofem, Hliðskjálf può al massimo essere considerato un buon disco e una colonna sonora per l’assoluta immobilità dell’animo. Dentro Hliðskjálf c’è una strana sensazione di sospensione, come se la musica riflettesse in maniera minuziosa la condizione d’attesa del suo creatore. Questo disco del 1999 è fondato su un delicato equilibrio di attesa e pacata rassegnazione mentre il mondo esterno si muove e, sottilmente, fa penetrare dell’inquietudine nell’animo.
Inquietudine che, in questo frangente, non può essere esorcizzata scavando nell’elettricità furente del black metal, ma affidandosi al reiterarsi degli accordi, delle note e della freddezza dell’elettronica.
Hliðskjálf ti trasporta in un momento diverso, in una strana dimensione spazio-temporale lontana dal qui ed ora. Non è sempre interessante da sentire e, in certi momenti, la sua ossessiva ripetitività non porta a niente di più che ad un filo di noia, ma quando Varg azzecca il giro, il risultato è quello di una colonna sonora in cui le parole sarebbero un complemento di troppo rispetto alla musica. 
[Zeus]

5 pensieri su “Dirette dal carcere: Burzum – Hliðskjálf (1999)

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