Nomi impronunciabili e botte da orbi. Musmahhu – Reign of the Odious (2019)

Ho un grosso problema con i nomi delle persone che incontro. Mi faccio forza e lo dico subito, così se mai mi incontrerete dal vivo, sappiate che la memoria del vostro nome è a brevissimo termine (giusto il tempo della stretta di mano, forse meno). So di avere questo problema, in comune con tonnare di altre persone, quindi non mi cruccio più di tanto, ma questa “disabilità sociale” si ripercuote anche sulle band, soprattutto quelle con i nomi come i Musmahhu. Dopo averlo storpiato mille volte (Mashuhu, Mashuuu, Mushau… solo per citarne alcuni), mi sono convinto ad evitare di nominarli e scrivere la recensione di Reign of the Odious.
Anche perché i Musmahhu sono solo uno dei milleseicento progetti di Swartadauþuz, altro personaggio che non mi ricorderò mai di citare. Il musicista svedese, aiutato dal singer svedese Likpredikaren (attivo in diverse band) e da Kévin Paradis alla batteria (fra gli altri anche con i Benighted), sputa fuori 43 minuti di black/death svedese con fortissime influenze polacche – e per polacche si guarda ai Behemoth. La band di Nergal si sente molto nelle vocals e nell’utilizzo della batteria e nel comparto tastiere, nonché possiamo vedere nei dischi Pandemonic Incantation – Satanica il periodo di riferimento per il polistrumentista Swartadauþuz. Detto della componente polacca del sound, non possiamo non citare anche i molti reflussi death che filtrano in ciascuno dei brani, allontanando questo Reign of the Odious da un mero simulacro di black standard.
Arricchendo la proposta swedish black metal con le nerbature death metal, i Musmahhu formano un mix brutto, sporco e cattivo. 
Questa componente oscura che striscia sotto tutto fa in modo che le composizioni non siano “pompate e lucide” come i Dark Funeral o gli ultimi Behemoth (Apocalyptic Brigade of Forbidden), e la sottile sporcizia, il trigger furioso sulla batteria e molte altre piccole componenti esaltano lo spirito più onesto della fiamma nera. Se vogliamo trovare un riferimento esterno al mondo black/death svedese-polacco, possiamo vedere anche una certa similarità d’intenti con i Sulphur Aeon (Musmahhu, Rise!). 
Le sette tracce, pur essendo abbastanza lunghe (tutte durano sopra i sei minuti) non annoiano e neanche lo strumentale Burning Winds of Purgatory stona, visto che fornisce 2 minuti atmosferici che poi vanno in un crescendo finale tale da introdurre degnamente l’iniziale pattern cadenzato della title track
Se poi vogliamo anche parlare del lato più estetico, i Musmahhu hanno una copertina onesta e che richiama quello che si trova dentro quei solchi digitali. Piuttosto che porcate assurde, io punto a questo con assoluta convinzione. 
Pur non ricordandomi mai il nome, e facendo ancora più fatica a citare il mastermind dietro questo progetto, i Musmahhu sono una band che consiglio. Hanno tutti gli ingredienti giusti per essere una band da “top list” alla fine dell’anno solare. Credetemi, non sto sparando stronzate tanto per dirne. 
Se non finiranno nel calderone dei progetti morti sul nascere, questi svedesi hanno il potenziale per darci delle notevoli soddisfazioni. 
[Zeus]

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