Un album anonimo. In Flames – Colony (1999)

Quando mi sono trovato fra le mani questo disco, il mio primo pensiero è stato di eccitazione e felicità. A ragion veduta, sia chiaro, visto gli In Flames, prima di Colony, avevano fatto uscire cose come The Jester RaceWhoracle, quindi nella mia mente gli svedesi erano una sicurezza assoluta. 
I dubbi sono sorti praticamente subito, quasi al primo ascolto.

Possiamo discutere su molte cose, ma la produzione di Colony è buona, il sound è grosso e la batteria è stata messa in evidenza nel mixing. Le chitarre puntano sulle reminescenze Maiden-iane e limitano allo strumentale Pallar Anders visa il retroterra folk (quasi scomparso già da Whoracle). Gli svedesi ci mettono l’impegno e le chitarre sono pulite, ma sotto tutto senti che manca qualcosa: non c’è intensità. 
Non c’è proprio un cazzo da ridere, ma dove cazzo è l’assalto delle chitarre e la grinta?!

Se le chitarre ti lasciano perplesso, allora è arrivato il momento di parlare del capitano della nave: Anders Fridén. Il singer, su Colony, sta facendo le prove generali per i deragliamenti post-2000. Fridén non è mai stato un growler di razza e perde il confronto con gli altri frontman della trimurti dello swedish death metal melodico. Ma almeno, sui dischi precedenti, aveva ancora un po’ di piglio cattivo e di efficacia.
Nel 1999 Fridén sembra solo sfiatato e, per combattere questa sensazione/rivoluzione/caduta in basso, ecco che incominciano a presentarsi i trucchetti da studio: le parti malriuscite in clean e, quando si tira fuori il growl, sotto sotto c’è una linea vocale pulita per rendere tutto più consistente ed evitare di far sentire che le growling vocals sono deboli. Detto questo, capite anche voi che trovarsi di fronte ad un disco composto, per la maggior parte da piagnucolii, growl senza nerbo, mezzi scream e qualche spoken-word/clean, non è proprio il Valhalla musicale. 

Rispetto ai primi dischi della discografia degli In Flames, questo LP l’ho visto come un disperato tentativo di restare con i piedi su due staffe – fallendo in entrambe. Perchè è la sua sostanziale “anonimità” ad essere il punto peggiore: non ci sono canzoni realmente inutili, cosa che ti farebbe esclamare che Colony è un disco di merda,  ma non ci sono neanche delle ottime canzoni per equilibrare i filler/pezzi deboli del disco (canzoni che, sui precedenti dischi, invece abbondavano). Quindi ci troviamo un album che fa della mediocrità la propria necessità: fornisce molte canzoni, undici per l’esattezza, ma nessuna che sia veramente incredibile. 
Nella lista delle canzoni buone/decenti, troviamo: Ordinary StoryEmbody The Invisible o Colony, con quest’ultima che tira fuori un feeling che poi andremo a risentire sul successivo Clayman. Se le parti buone sono queste, fra i brani più deboli possiamo citare Scorn, Coerced Coexistence o anche Resin (le ultime due sono canzoni che non portano da nessuna parte). Sono degli esempi e, ironicamente, riescono nell’intento di anticipare un futuro prossimo della band composto da canzoni loffie, che di aggressivo hanno la facciata e, la cosa peggiore, sono vuote. Brani che si sgretolano come il tonno RioMare che si taglia col grissino.
Questa considerazione valeva a suo tempo e, dopo vent’anni, confermo che dentro Colony c’è il segnale d’allarme della band. Potevano intervenire per cambiare, ma la scelta è stata quella di procedere spediti verso un sound povero, ma potenzialmente più ricco di contratti, ritorni pubblicitari e molto altro. Solo che gli In Flames non sapevano che questo percorso sarebbe durato quasi vent’anni e, per la precisione, quando hanno deciso di smettere di essere svedesi e di mettere i piedi in USA.

Dopo vent’anni dalla sua uscita, Colony è ancora quel disco “a metà”; stritolato fra un passato glorioso e defunto ed un futuro che segnerà un cambio così netto da stordire tutti i fan degli svedesi.
Gli In Flames tentano il colpo al cerchio e alla botte, ma ne esce un disco strano, senza sugo e senza vivacità. Colony avrebbe meritato di più, ma è il fratello di mezzo e la sua vita è segnata. 
[Zeus]

Doppia recensione: Adversam e Handful of Hate (1999)

Made in Italy.
Sinonimo di qualità in tutto il mondo ma quando si tratta di metal i primi a non crederci sono proprio gli italiani. Fortunatamente mi capita sempre più spesso di vedere piccoli segni di cambiamento in questa tendenza: vedo un crescente supporto alle band nostrane anche se ancora lontano dall’essere sufficiente. Come tutti, pure io sono cresciuto con i grandi nomi provenienti dall’estero ma non mi è mai mancata la voglia di esplorare e sperimentare e così, anni fa, scoprii che anche l’Italia, in campo black metal, poteva vantare formazioni con i controcazzi. Le prime due band che ascoltai, incuriosito dalle recensioni lette sulle riviste, furono Adversam e Handful of Hate con gli album Animadverte i primi e Hierarchy 1999 i secondi, entrambi pubblicati nel 1999.
Non vi dico la fortuna che ebbi nel reperire i due CD ai tempi. “Animadverte” lo trovai per caso in un negozio di Padova qualche mese dopo la sua pubblicazione, mentre “Hierarchy 1999”, lo presi direttamente dalla band ad un loro concerto in un locale.
Che cosa accomuna queste band, a parte il genere e il paese di provenienza? La qualità della loro proposta musicale sicuramente, ma il sound è molto differente. Questo basti a far pensare come due band (in realtà molte di più, come scoprii in seguito) che iniziarono la propria attività più o meno in contemporanea in una scena poco considerata come quella italiana potessero dimostrare due personalità ben distinte ed originali.
“Animadverte” è l’album d’esordio per gli Adversam, un lavoro grezzo ed oscuro, pregno di atmosfera grazie all’uso sapiente dei sinth, glaciale nel suono, veloce nell’esecuzione e con quella classica produzione da cantina. Nei pezzi si alternano sfuriate in puro stile black a rallentamenti che hanno lo scopo di preparare la successiva mazzata nei denti, e anche quando emerge il carattere più melodico della band per creare i passaggi atmosferici, la tensione non viene mai a mancare. Ci sono un sacco di idee in questo album, portate avanti con cognizione di causa. In oltre vent’anni di carriera gli Adversam hanno pubblicato solamente tre lavori, centellinando anche le apparizioni live, ma la qualità delle release ha sempre ripagato l’attesa.
“Hierarchy 1999” è la seconda pubblicazione ufficiale per gli Handful of Hate ed è un assalto sonoro dalla prima all’ultima nota. Furioso, carico di odio, caratterizzato da ritmi velocissimi, dal riffing ispirato e vario, è un album notevole anche per tecnica esecutiva. Tanto sono avari di pubblicazioni e apparizioni gli Adversam, tanto sono attivi e produttivi gli Handful of Hate che, tra l’altro, proprio in questo periodo hanno rilasciato il nuovo “Adversus”.
Qui siamo di fronte a due realtà eccellenti del panorama black metal italico, un buon punto di partenza per chi volesse tuffarsi nel passato della scena per riscoprirne alcune perle, perché questi album ancora oggi sono degni di essere ascoltati. Se poi consideriamo gli enormi passi da gigante che entrambe le band hanno fatto nei successivi lavori, ci rendiamo ancora più conto della validità della musica che esce nel nostro paese.

[Lenny Verga]

Neurosis – Times of Grace (1999)

Quante volte ho letto recensioni eccezionali sui Neurosis? E quante volte ho dato loro un ascolto? Entrambe le risposte possono andare nel conto del “molte volte”. Solo che c’è un però e riguarda, principalmente, la mia parte di lavoro di ascoltatore della musica del quintetto di Oakland: non sono mai diventato un loro fan. Ci ho tentato in molti modi e ho provato a entrare nelle spire di quel sound, un post-hardcore dalle fortissime tinte sludge, che nel trittico Through Silver In Blood – Times of Grace – A Sun That Never Sets infiammava le riviste di settore. Perché, al tempo, l’unico modo per capirne di più era andare a leggere e vedere di trovare un senso alla musica apocalittica che i Neurosis sputavano fuori dalle casse. E sì che la materia non mi è sconosciuta, visto che lo sludge è un genere che mi rende una persona migliore e qualche volta persino questa versione di post-hardcore mi è garbata. 
Ma se del primo ho sviluppato ben presto una dipendenza, con i Neurosis non mi sono trovato sulla stessa lunghezza d’onda. Ci stanno i riffoni possenti (sentitevi The Doorway) e anche quell’atmosfera da disastro imminente che circonda le tracce come un manto, sia quelle più sludge/doom, sia quelle più “aperte”. Non c’è una sensazione piacevole che circonda la musica e per me è un elemento estremamente positivo, ma non riesco ad entrarne in contatto. 
La produzione è ottima, frutto della mano esperta di Steve Albini che, come si sa, ha l’abitudine di registrare le band con un suono organico, registrando dal vivo così da mantenere il suono “di una batteria che suona effettivamente in un ambiente”. 
L’unione delle forze fra i Neurosis e Albini da alla luce un disco che equilibra bene tutti gli aspetti (Under The Surface) e non disdegna di alleggerire il carico sia con aperture melodiche, sia con le clean vocals. 
Delle undici tracce (quattro sono strumentali), il punto di svolta è posizionato all’altezza della quinta posizione: dicasi Belief. Questa canzone, pur possedendo il tipico trademark Neurosis, è anche la più melodica/leggera del lotto. 
Quello che emerge, dietro il grosso lavoro degli strumenti “ordinari” (batteria, chitarre, basso) è il feeling tribale che esce dai solchi di Times of Grace. Attenzione, non sto parlando di quel tribale tipo Soulfly o Sepultura annata 1996, ma è una condizione mentale, di ritmiche. 
Forse parte del lavoro “di fino” sta anche nell’utilizzo di una serie di strumenti non proprio consoni al metal (tromboni, violini, corni, tube…) e questo è un fattore da tenere in considerazione quando si parla di espandere i confini del proprio sound. Cosa che, i Neurosis, non hanno smesso di fare nel corso di quel triennio in cui, ahimè, loro producevano dischi venerati e io, capra, non riuscivo a capirli. 
Sfortunatamente sono ancora a quel livello: li sento e porto rispetto per la storia e l’abilità della band, ma io e i Neurosis non ci riusciamo ad incrociare. Non demordo, sia chiaro, ma probabilmente incomincerò ad ascoltare qualcosa in più di questa band quando tutti voi, ormai, ne avrete le palle piene. 
Pazienza. 
[Zeus]

Blackmore’s Night – Under A Violet Moon (1999)

Quanto può essere difficile recensire un album quando suscita sentimenti così contrastanti!
La voglia sarebbe quella di massacrarlo ma non si può fare perché, in fin dei conti, non se lo merita per niente. La sensazione che mi da questo disco è la stessa di quando si va in un determinato ristorante perché si ha voglia di mangiare una cosa in particolare per poi scoprire che quel piatto è finito e bisogna accontentarsi di altro. Per quanto questo “altro” possa essere buono, non soddisferà mai la voglia che si aveva. Questo è esattamente quello che mi successe ascoltando per la prima volta Under A Violet Moon vent’anni fa, seppur consapevole fin da subito che si trattasse di album di musica medioevale. 

Ci troviamo di fronte a ben sedici pezzi suonati da sua maestà Ritchie Blackmore e cantati dalla moglie Candice Night che, a onor del vero, ha una voce meravigliosa. Il disco è molto piacevole da ascoltare tra pezzi originali, rivisitazioni, traditionals e ballate ma, parere mio, questa musica trova la sua dimensione ideale suonata dal vivo in contesti appropriati, come fiere e festival, in cornici suggestive all’interno di castelli o manieri, mentre su disco, a lungo andare, può risultare noiosa e un po’ piatta, per quanto ben prodotta. 

Ma veniamo al punto della situazione: è questo ciò che vogliamo sentire suonato da Ritchie Blackmore? La mia risposta è… assolutamente no! Ci sono delle bellissime canzoni qui dentro (e anche alcune che ci fanno scendere un po’ i cosiddetti, ad essere sinceri) ma il problema è che quando Ritchie schitarra come lui sa fare, ad esempio nella title track, in “Spanish Nights” o “Self Portrait” (cover dei Rainbow), quando addirittura tira fuori la chitarra elettrica in “Gone with the Wind”, non si può fare a meno di alzare la testa ed esclamare un “puttanatroia!”, perché ci arrivano gli echi di quello che vorremmo veramente sentire suonato da lui.

Ormai sono quasi venticinque anni che Blackmore porta avanti questo progetto, con circa una ventina di pubblicazioni tra album, live e raccolte e non dubito che ne vada orgoglioso, che gli abbia dato la possibilità di esplorare nuovi territori musicali e di fare contenta la moglie, ma noi forse ci siamo rotti un pochino le palle.
Ritchie, la chitarra elettrica! La chitarra elettrica!
Sta prendendo polvere!
[Lenny Verga]

Philip H. Anselmo & The Illegals – Choosing Mental Illness as a Virtue (2018)

Dopo “l’incidente del vino bianco” che ha fatto fallire i Down (almeno fino a prova contraria), Phil Anselmo è entrato in modalità composizione automatica.
Prima un momento di stand-by e poi ecco gli Scour, i Superjoint e, infine, un secondo capitolo con gli Illegals. Lasciato per strada Marzi Montazeri, partito per altri lidi (Exhorder e il suo progetto solista), Phil Anselmo rimescola le carte e fa uscire Choosing Mental Illness As A Virtue.
Rispetto al precedente Walk Through Exits Only lo scarto è in avanti. E questo è innegabile, visto che solo cinque anni prima il singer americano aveva prodotto un disco che era l’equivalente di un ragazzino prepuberale che andava fuori di matto davanti al PC per una stronzata.
Fortunatamente nel 2018 questo ragazzino è cresciuto e la rabbia la riesce ad esprimere meglio; forse non in maniera adeguata, ma le canzoni hanno almeno compiuto, non come quelle su Walk Through Exits Only.
Dopo un breve lasso di tempo in cui il cut-up era la forma lirica più usata dall’ex Pantera, negli ultimi anni Phil sembra essere ritornato a buttare nelle lyrics molte delle cose che lo colpiscono o lo tormentano. Quindi in Choosing Mental Illness As A Virtue (da ora CMIAAV) ecco che ritornno temi già trattati nell’ultimo dei Superjoint e, ovvio, anche nel precedente disco solista. Una sorta di Phil 2.0, sembrerebbe. 
Il fatto è che il progetto con gli Illegals permette di far uscire una combo fra le tipiche tirate sludgy del periodo The Great Southern Trendkill (la title track di questo disco o anche Little Fucking Hero) e poi quella miscela di death/black che sembra essere componente importante nelle produzioni di Anselmo nel post-2000 (Utopian o Finger Me). Questa componente era ovviamente già stata provata con gli Scour e in maniera più puntuale, ma con gli Illegals riesce a fornirne una versione aggiornata secondo il modo di vedere del Phil solista. 
Perché, per qualche motivo, si sente che dentro questo CMIAAV c’è il singer di New Orleans come compositore principale, mentre negli Scour c’è un lavoro diverso. Sbaglierò sicuramente e tutto esce dalla penna di Anselmo anche in quello, ma il tocco del singer sugli Illegals è inconfondibile. 
Ed ecco quindi che partono gli stop’n’go, le accelerazioni che sanno di Superjoint ma finiscono per flirtare molto di più con il death (The Ignorant Point) o delle mazzate sludge con brani zuppi d’adrenalina come IndividualDelinquent. Non c’è niente di innovativo, niente che sia capace di rivoluzionare il senso delle musica – ma rispetto a Walk Through Exits Only qualcosa è cambiato e quel “qualcosa” è la capacità di composizione. Perché nessuno può negare che Phil sia capace di scrivere grandi canzoni (ricordiamoci le canzoni che ha firmato nei Down); il suo problema è l’essere erratico e incapace di dare vera continuità alla musa della scrittura mentre il gioco dei rimandi a sound passati, quando trattati in maniera troppo didascalica, mina la qualità generale della scrittura del singer di New Orleans. 
Il risultato è quindi una generale incostanza nei dischi. 
Choosing Mental Illness As A Virtue non è un capolavoro e soffre degli stessi problemi di fondo, ma il songwriting abbastanza costante ci può far ben sperare per un terzo episodio. 
Io spero che non siate fra la moltitudine di gente che sta aspettando con ansia un disco live di Phil Anselmo & The Illegals che interpretano le canzoni dei Pantera. Lo spero perché è una cosa da lasciare nel passato, un pezzo di storia: le canzoni dei Pantera possono essere interpretate sul palco ma poi tutti a casa a bersi una birra e STOP. Non giochiamo con i sentimenti delle persone. 
Per il momento godiamoci questo Choosing Mental Illness As A Virtue che non ambisce certo a lasciare un segno indelebile nel mondo della musica, ma almeno è la cartina tornasole di quello che è Phil Anselmo all’alba del 2020. 
[Zeus]

La svolta Depeche Mode. Paradise Lost – Host (1999)

Lo avete letto nel precedente articolo dedicato a One Second, non sono uno dei puristi assoluti dei Paradise Lost, di quelli che li voleva solo ai tempi di Gothic. Quel disco del 1997 era una collezione di singoli che, ancora, manteneva un appiglio “metal”: almeno nelle intenzioni e nelle sonorità di base. Il 1999 segna il completo cambio di traiettoria. Sia chiara una cosa, i Paradise Lost non sono gli unici a ripudiare il metal per gettarsi verso il mainstream più commerciale e/o verso sonorità più gothic-rock/synthpop. Il fatto è che dove One Second è buon disco, Host non riesce a tenere bene i piedi nelle due staffe ed ecco che i Paradise Lost perdono identità e diventano una delle tante versioni dei Depeche Mode
Nei primi ascolti, quelli che ti servono per riprendere contatto con un CD che per molti anni hai lasciato in disparte, l’impressione è quella di trovarsi di fronte ad un tuo vecchio amico che, dopo essere stato un metallaro per moltissimi anni (quindi cappellone, chiodo, maglia dei Cannibal Corpse e birra da mezzo libro come estensione del proprio corpo), si presenta al pub vestito con i jeans attillati, il risvoltino, la maglia legata intorno al collo, la voglia di farsi degli sbiancamenti anali e i capelli corti col gel.
La cosa non funziona, c’è qualcosa di profondamente sbagliato in tutto quello che stai vedendo. 
La sensibilità artistica ha portato i Paradise Lost lontano dal circuito metal e, probabilmente, pensavano di sprofondare in un grande circolo di dollari e figa. A posteriori, vista 20 anni dopo (e celebrata con il ritorno al death metal), la cornucopia non dev’essere stata di grandi dimensioni.
E vi dirò una cosa: non punto il dito contro Holmes&Co..
Siamo tutti capaci di sparlare di rigore morale, ma quando ci sono i conti da pagare può succedere di tradire qualche principio (ed ecco la firma con la EMI, dopo anni sotto etichette minori). Non punto il dito, ma posso permettermi di dire che, cercando una nuova strada, hanno perso quella su cui mi muovo io e, di conseguenza, “saluti e buona fortuna”.
Se togliamo le prime due canzoni, So Much Is Lost e Nothing Sacred, che sono piacevoli da sentire, Host ce la mette tutta a tirarti fuori lo skip dalle dita. Ordinary Days cerca di fare il verso a quanto scritto in One Second, ma gli manca qualcosa o è la tastierina sotto che urta un po’ i coglioni. 
Questa condizione di insofferenza, pur non trovando niente di formalmente sbagliato (gli inglesi suonano bene e le composizioni, nel genere, sarebbero perfette per discoteche alternative e/o passaggi in radio), permane anche nella seconda parte del disco. Che vadano più ritmati (dove almeno l’attenzione rimane perché hanno un po’ di tiro) o che rallentino (prendendo dei granchi enormi, come ad esempio le noiose Wreck e Deep), gli spunti di interesse sono pochi e, sempre più spesso, si viene colti dall’irrefrenabile voglia di passare oltre. 
Host segna il mio primo grande momento di disaffezione verso questa band e questo stato durerà fino al disco Paradise Lost del 2005 – LP che, a quanto ricordo, non mi è mai piaciuto particolarmente.  
[Zeus]

Mayhem – Mediolanum Capta Est (1999)

Dopo anni di inattività, sbronze micidiali, droghe assunte in quantità fuori dalla norma e la capacità di vivere della propria leggenda come poche band sono riuscite a fare, i Mayhem si riuniscono a corte e fanno uscire un EP (Wolf’s Lair Abyss) e, con la stessa formazione, tornano a fare concerti in giro per l’Europa. Uno di questi, precisamente nell’anno domini 1999, è a Milano. 
Mediolanum Capta Est, sempre sia lodata l’incapacità nordica di mettere insieme un titolo latino corretto, è la testimonianza su disco di quello che la band era e che, da lì a poco, diventerà mutando evolvendo il suo classico black metal: Grand Declaration of War sarà il primo passo verso il cambio di pelle e sonorità.
Di tutti i presenti, bisogna tessere le lodi di Blasphemer che riesce a prendere il posto di Euronymous, impone agli altri tre il suo stile e la sua versatilità e, nel tempo libero, fa risorgere il cadavere-Mayhem. Insieme a lui ci sono Hellhammer, Necrobutcher (rientrato post-De Mysteriis Dom Sathanas) e anche Maniac – singer originale (presente sull’EP Deathcrush e poi saluti e baci e dentro Attila Csihar per il debutto su LP nel 1994, la vita è così). Per chi pensava che l’EP del ’97 fosse un fuoco di paglia, questo live fa capire che i norvegesi ci sono ancora e hanno qualcosa da dire. Ovviamente il materiale da cui attingere non è tantissimo (due EP e un LP), ma quando hai in saccoccia pezzi come Carnage, Freezing Moon o anche la più recente Ancient Skin o Symbols Of Bloodswords, puoi permetterti quasi tutto – anche intervallare le canzoni con rantoli ignorantissimi che, riascoltati adesso, più che essere trve kvlt grim suonano come l’alcolista del rione che va in giro a raccontar stronzate.
Ma tant’è, quello che era il 1999 e c’era ancora un po’ di sana “innocenza” nel popolo metal: impronta naif che internet e wikipedia contribuiranno a distruggere facendo vedere in maniera chiara che, dietro tutto l’immaginario, c’erano spesso degli adolescenti ubriaconi e deliranti. Talentuosi, sia chiaro, ma puttanatroia se bevevano/drogavano.
Quindi, cari miei, misurate bene il mito… spesso si infrange sulla realtà dei fatti [finisce l’editoriale da Giornale Cuore, n.d.A.].
Fortunatamente, però, nella musica sopravvive una questione ed è l’aura di leggenda e i Mayhem, questa leggenda, la portano in giro come orgoglio.
Se vogliamo trovare anche il momento “C’è Posta per te“, al concerto è presente anche, per puro caso, Attila Csihar e la band coglie l’occasione per invitarlo sul palco ad eseguire From The Dark Past, prima di ritornare a blaterare cose senza senso (seppur dedicando il giusto al tizio in bianco in Vaticano) e passare a Chainsaw Gutsfuck.
La chiusura è affidata ad una doppietta che abbraccia virtualmente tutta l’epica dei Mayhem: quelli che sono (I Am Thy Labyrinth) e quelli che erano (Pure Fucking Armageddon).

mayhem21

Ripeto un concetto già espresso nella recensione di De Mysteriis Dom Sathanas: ad Attila preferisco Dead (prima o poi recensirò anche Live In Leipzig) e, mio malgrado, gli preferisco anche Maniac. Il problema è che la prova del buon Maniac (sproloqui a parte) non si può certo definire esente da dubbi: lo scream è al vetriolo, malato, ma non raggiunge appieno quella follia manifesta presente sull’EP Wolf’s Lair Abyss. L’unico che eccelle veramente è Hellhammer, anche perché il duo Blasphemer – Necrobutcher è sommerso nel mix ed emerge poco rispetto al turbinio ritmico tirato fuori dal batterista.
Non aggiungo altro, perchè fra poco mi sembra di essere una di quelle webzine che vi raccontano tutto del disco e spaccano il cazzo senza pietà.
Quindi vi dico: recuperatelo e fatevi un viaggio in un’epoca pre-internet. Il resto è, come si dice spesso, storia.
[Zeus]

Rituali di profanazione. Ravencult – Force of Profanation (2016)

Ci si può ancora stupire per una band black uscita con il primo disco nel 2007? Questo significa dopo la seconda ondata del black metal originario e lontana anni luce da quanto proposto da Mayhem, Darkthrone, Emperor e affini agli albori della musica del demonio? 
Per i greci Ravencult apro però un credito ampio, visto che nel loro breve percorso musicale (dal 2007 ad oggi solo tre dischi) hanno capito cosa serve per farci sentire Satana: velocità, onestà, pochi fronzoli e badilate di un black-thrash che niente a che spartire con le melodie dei padri del black metal greco:i Rotting Christ. O anche, se vogliamo, del riffing ficcante ma melodico dei greci Varathorn. Nel sound di S. (unico membro storico della band) e compari non ci sono le influenze mediterranee, ma piuttosto quella furia iconoclasta di band come i Goatwhore, ma con maggiore e più puntuale qualità. I Ravencult sono partiti flirtando con il black metal, ma è stata proprio l’aggiunta del thrash a donare quella spinta necessaria al sound della band. Il riffing circolare, le scudisciate costanti e taglienti fanno da contraltare ad un lavoro di batteria incredibile. JV (passato in mille band e anche nei Thou Art Lord e negli Embrace of Thorns, prima o poi su queste pagine) è una macchina da guerra, non smette di picchiare sulla batteria neanche a fermarlo a badilate. Quello che piace è che, pur picchiando come un Tyson incazzato, riesce a trasmettere un groove incredibile e senza dubbio è il vero outsider della band. Perché il lavoro di chitarra è furente e i riff sono definiti e ben architettati, ma è quel muro là dietro ad essere il fiore all’occhiello. 
Non penso sia necessario mettersi a fare un track by track, perché tanto, in Force Of Profanation, non trovate una canzone debole che sia una. 32 minuti di pura rabbia espressa, in cui Satana balza fuori dalle casse ed è pure furente come un dobermann che ha leccato il proprio piscio dalle ortiche. Accelerazioni brucianti (Doom Oracle) che poi rallentano mezzo secondo, giusto per evitare che la testa ti si stacchi dal collo, e poi di nuovo giù di nuovo verso gli inferi. 
Quello che piace o, almeno, quello che mi piace è la capacità di catalizzare tutto il fervore, il “cazzodurosenzafuturo” della loro musica nei classici 3/4 minuti di tempo. Quella durata necessaria per tirar fuori un maglio metallico, senza incorrere nelle lungaggini tipiche di chi vuole aggiungere parti solo perché deve raggiungere un certo minutaggio o far vedere che è capace di produrre mille riff semi-interessanti nel corso di una canzone.
No, i Ravencult sparano fuori rasoiate affilate e finiscono nei tempi consoni, tanto che le velocità brutali di Altar Of Impurity non stonerebbero su un disco della scena svedese più intransigente. 
Quando si cerca un disco di un certo tipo, le stronzate non sono ammesse. Un po’ come quando cerchi il quinto per giocare a calcetto e, per una volta, vuoi anche fare una prestazione decente: non cerchi chi parla, chi si presenta con la divisa della squadra del cuore tanto “per farsi vedere”; vuoi quello che zitto zitto mette in mostra i numeri e ti dimostra che ci sa fare. 
I Ravencult, signore e signori, rientrano in quel genere di categoria: poche stronzate e un sound che ti spazzola orecchie e cervello senza neanche preoccuparsi di metterti la vaselina. 
[Zeus]

La tromba del diavolo. Devathorn – Vritra (2015)

Da quando i Behemoth sono diventati come la regina madre di Alien, c’è una cucciolata di band che hanno preso come spunto quel modo di suonare il tanto celebrato blackned death metal. Tantissimi gruppi che, mischiando in soluzioni non sempre eguali black e death metal, hanno deciso che il black metal del XXI secolo deve avere le stigmati e l’imprimatur della compagine polacca.
I Devathorn, gruppo greco che ha fra le sue fila anche alcuni membri degli Acheronatas, non nascondono questa fascinazione per quelle sonorità e in Vritra buttano giù il carico pesante.
In un’ora di tempo e 11 brani in scaletta, Vritra è un macigno sonoro in cui si sente distintamente l’influenza di Nergal&Co. sui greci. Quindi suoni possenti e plumbei, un buon lavoro di batteria e un riffing di chitarra che spazia fra partiture quadrate – marziali e accenni più melodici, così che la canzone possa respirare abbandonandosi alle pesantezze testosteroniche di un sound muscolare e cattivo o immergendosi nelle classiche atmosfere black metal. 
Mentre i rimandi ai Behemoth sono subito udibili e sono anche di buon livello, e non ci perdo altro tempo a ripetere la cosa, tutti gli altri componenti del suono Devathorn non stupiscono più di tanto, rimanendo nell’alveo di un certo tipo di suono death-black metal.
Il mio errore base, mi sa, lo faccio risalire a due valutazioni pre-ascolto:
a) la presenza di membri degli Acherontas mi ha indotto a pensare ad un maggior ritualismo nella musica e,
b) la copertina firmata Holy Poison Design richiama sempre un substrato religioso-blasfemo.
Persino Nergal&Co. negli ultimi due dischi (The Satanist e ILYAYD) hanno immesso una componente ritualistica-religiosa maggiore nella loro musica. Elemento che, almeno per The Satanist, ha permesso al disco di essere un pugno nei denti.
Il fatto che non siano attivissimi, due LP in 17 anni di attività non li cataloga proprio come stakanovisti dello studio di registrazione, non è un minus in sé. Il disco in questione è infatti un prodotto finito, completo e ben confezionato, con una registrazione di livello e quell’energia capace di tirarti addosso una secchiata di cemento e putrelle.
Il problema dei Devathorn, però, sta tutto nella noia di fondo che ti aggredisce quando meno te lo aspetti; quindi arrivare alla fine di queste undici tracce provoca un dispendio d’energie enorme. I greci sono talmente quadrati e asfissianti nel loro incedere, che dopo aver tenuto duro per sette/otto tracce (fra cui inserisco anche i 4 minuti e passa di strumentale), l’attenzione scivola verso chi schierare al Fantacalcio, cosa cucinare da cena e valutare se mettere su la lavatrice o tirar dritto al giorno dopo.
Dopo oltre metà della durata, ti ritrovi ina situazione imbarazzante: come trovarsi a letto con una tizia che, pur piacente, dopo un po’ incomincia a tirarti un pippone astronomico su finanza, terra piatta, orti e vestiti della Ferragni. Per un po’ lo spirito indomito regge, poi anche i porno mentali si spengono in desolanti visioni di rettiliani che curano il giardino e quindi: saluti e arrivederci.
Questa sensazione di depressione esistenziale, pur non trovando niente di formalmente brutto (!!), mi assale quando arriva The Venomous Advent / Promethean Descent.
Questa è la boa, il turning point, in cui io mi chiedo: ma quando cazzo finisce sto Vritra?
[Zeus

Germania satanista: Mallevs Maleficarvm – Homo Homini Lupus (2017)

La Germania ha una tradizione estrema della fiamma nera che spazia da crudeli rigurgiti NSBM (Absurd, Moonblood...) al black metal dei Nargaroth, abbraccia il viking con i Falkenbach (gruppo che prima o poi devo ritornare a recensire) e poi tira fuori, nel 2017, questi Mallevs Maleficarvm. Non li conoscevo e mi sono stati suggeriti (grazie!), quindi per sapere chi sono e cosa facevano prima di fondare questo progetto black metal ho dovuto guardare un po’ su Encyclopedia Metallum. Praticamente tutti i membri, o ex-membri, di questo progetto fanno parte di band death/thrash metal, cosa che, nel sound di Homo Homini Lupus, esce in diverse circostanze.
La produzione cristallina, e il fatto che tutti gli strumenti che si sentono in maniera perfetta, tiene lontana questa creatura dalle cacofonie sonore dei padri norvegesi, così come le velocità mai troppo sostenute e le molte aperture melodiche non la avvicinano neanche ai “turpi” genitori svedesi
I richiami generali ci sono, ma Homo Homini Lupus, nelle 10 tracce, è un esempio lampante di un nuovo corso del black metal: più accessibile rispetto alle precedenti ondate, suonato bene e influenzato da ampie dosi melodiche (A Blaze At Dawn).
Credo che, senza troppe lungaggini, si possa parlare di melodic black metal, ma uso questa definizione solo per far capire di cosa stiamo parlando. 
In certi momenti sembra addirittura di sentire estratti (brevi) dei Dimmu Borgir  intorno a Stormblast MMV, o certi passaggi black-thrash degli Immortal post-2000 (Event Horizon – sono solo rimandi a quel tipo di suono), ma la band sfrutta senza riserve quel mix di black & death metal misto a melodia. 
La durata media delle canzoni è abbastanza lunga e non è raro trovare minutaggi superiori ai 4/5 minuti, e questo permette ai tedeschi di sfruttare appieno il riffing (efficace nel creare il giusto mood) e, quando serve, pestare duro sugli strumenti. 
Il brano più corto, il singolo War, è quello che definisce il sound della band: inizio cattivo e dispiego di tupa-tupa e poi si passa ad un efficace riff cadenzato. Questa canzone, pur descrivendo il lato più aggressivo del gruppo, non è la mia preferita, visto che le preferisco i brani più strutturati, dove i pattern melodici ma sempre black metal sono meglio evidenziati. Homo Homini Lupus è un delicato equilibrio fra “il tiro” delle ritmiche, le atmosfere nordiche e l’appiglio black melodico. 
Chi la musica della fiamma nera la segue da anni, nei Mallevs Maleficarvum troverà un buono svago e una band giovane intenzionata a portare avanti il sound metallico. Per tutti gli altri, non può che essere un ottimo portale d’entrata alla musica estrema. Come erano i Watain a suo tempo, i tedeschi si possono ritagliare un ruolo nell’introdurre i giovani odierni alle estremità musicali e, da qui, risalire la corrente per giungere agli inizi degli anni ’90, epoca in cui la Norvegia e la Svezia (senza dimenticarci la Finlandia) stavano facendo uscire delle perle di malvagità sul mercato europeo. 
Un esordio convincente, che non può e non deve essere messo in relazione con le prime ondate di black europeo. I Mallevs Maleficarvm iniziano la loro avventura con Homo Homini Lupus e noi ascoltiamo volentieri.
Vediamo se nei prossimi dischi continueranno con questo trend o se il sound verrà sottoposto ad ulteriori evoluzioni sonore. 
[Zeus]