Darkthrone – Arctic Thunder (2016)

Mi faccio quasi ridere da solo. Mi son detto, un po’ di tempo fa, che dovevo recensire il nuovo disco dei Darkthrone, quel Arctic Thunder che ha riportato il duo norvegese sul radar delle composizioni “più metal e meno cazzeggio-style”. Scrivo oggi la recensione e, come è giusto che sia, sono passati 2 anni e, vi giuro, ne sono successe di ogni tipo in questo piccolo angolo di terra. Due anni e adesso esce la notizia che fra un mese verrà dato in pasto ai fan il 18° disco in studio della band (Old Star) e che, quest’anno, si festeggia il compleanno di Ravishing Grimness. Che poi, ArcticThunder, qualche piccola assonanza con i dischi del periodo intermedio ce l’ha, quegli anni in cui la musica dei norvegesi non aveva ancora la connotazione sardonica del periodo “vi spaccio l’heavy metal underground in ogni sua forma nella materia Darkthrone e lo rigiro come mi pare” e non è più quel norwegian black metal che Fenriz/Nocturno Culto hanno contribuito a creare. 
Arctic Thunder è un disco che ti affascina con la veste (la cover art rimanda, almeno sotto l’aspetto dell’atmosfera, ad un periodo d’oro per l’estremo) e poi ti convince subito con un paio di brani realmente forti (Tundra Leech, Burial BlissBoreal Fiends) e accenna cose interessanti nel riffing della title track o nelle sensazioni sabbathiane di Throw Me Through The Marshes.
Il resto non è allo stesso livello, risultando un po’ anonimo pur mantenendo la centralità del riffing come soluzione base per ogni traccia. Però il riff, o forse il songwriting in generale, scarseggia di soluzioni veramente killer e così troviamo brani come Inbred Vermin che, nel bene o nel male, non sono certo delle canzoni che vorresti trovare in ogni playlist sul tuo telefono. 

Questo elemento centrale, il riff, è un graditissimo punto di merito per il songwriting e mi fa scivolare la mente alle sfuriate che imperversavano sia sul festeggiando Ravishing Grimness sia su episodi del periodo black’n’roll come The Cult Is Alive. Pur non centrando sempre al 100% l’obiettivo, il duo Fenriz – Nocturno Culto ci si mette d’impegno e, mettendo da parte quella cazzoneria dimostrata su Circle The Wagon The Underground Resistance, tira fuori alcune ottime atmosfere. Che, con il dubbio di non prendere l’ennesima badilata nei denti da una band fondamentale per la creazione di un tuo bagaglio cultural-musicale, potrebbe essere la volta buona che i Darkthrone smettano di cazzeggiare con la materia dell’estremo e ritornino a suonare quello che sanno far meglio, seppur aggiornato ad una “nuova” sensibilità musicale. 
Al duo Fenriz – Nocturno Culto non gli si chiede di risuonare di nuovo Under A Funeral Moon o Transilvanian Hunger, sarebbero fuori tempo e, a mio parere, anche ridicoli. Ci sono dischi che devono essere suonati in un preciso momento e hanno un senso proprio perché sono immersi in un contesto storico-musicale. Rifatti, o semplicemente riprendere in mano la materia con oltre 20 anni di più sul groppone, suona forzato e poco onesto. 
Ai Darkthrone gli si chiede di evitare troppe stronzate ed andare dritti al punto: suonare musica cattiva, nordica e piena di due elementi fondamentali come i riff e le atmosfere. 
Non voglio niente di più, giuro. Mi accontento di sentirmi bene come quando ho messo su questo disco e ho capito che c’è materiale interessante e coinvolgente.
Ed è quello che spero per Old Star. Starò chiedendo troppo? 
[Zeus]

9 pensieri su “Darkthrone – Arctic Thunder (2016)

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