La perfezione di Blackmore. Rainbow – Rising (1976 / 1999)

Mentre il mondo del metal stava soffocando in una paradossale asfissia-autoerotica, l’operazione commerciale “remastering” andava a pescare nel grande lago dell’hard rock di classe e tirava fuori dal cassetto Rainbow Rising e lo faceva ascoltare a chi, i Rainbow, non li aveva mai conosciuti.
Sbagliando perché imbe(ci)lle, ma tant’è… la vita non sempre è buona e gentile.
Rainbow Rising è l’espressione più riuscita del sound di Blackmore, quella in cui il chitarrista inglese riesce, con perizia e tenacia, a tirar fuori un sound granitico e nello stesso tempo accessibile e “fantasy”.
Come sapete già (o avete avuto modo di leggere nella recensione di Ritchie Blackmore’s Rainbow) su questo LP del 1976 sono rimasti solo il corvino chitarrista e Ronnie James Dio, l’unico musicista ex-Elf ad essere sopravvissuto alle purghe Blackmore-iane. Al posto dell’allegra combriccola ritrovatasi nel giro di un anno con la prospettiva concreta di servire panini al fast-food, l’estroso-e-fastidioso chitarrista inglese recluta Jimmy Bain al basso (poi nei DIO), l’esperto batterista Cozy Powell (poi nei Black Sabbath, fra gli altri) e Tony Carey alle tastiere  (poi boh!?).
Ovviamente anche questa formazione non sopravviverà, visto che Ritchie cambia più musicisti che io mutande, ma nel momento di splendore i cinque dei Rainbow tirano fuori una perla hard rock difficilmente replicabile e per diversi, validi, motivi.
Prima di tutto perché non c’è più una formazione capace di fare un disco di questo tipo. Diversi, migliori/peggiori, o chissà cosa… ma un Rising non lo rifanno. In secondo luogo, perché non è più abitudine fare LP di sei tracce senza neanche mezzo fill o puttanata: questi sono 33:35 minuti di puro godimento sonoro dall’iniziale Tarot Woman (sentitevi la tastiera iniziale che poi fa partire il riff, poi la voce etc) fino a raggiungere gli otto minuti cadauna di Stargazer e A Light In The Black.
Queste sono sei canzoni da portarsi sull’isola deserta e tenere strette, metterle nella bottiglietta di vetro e buttarla a mare… affinché qualcuno la prenda e, come un prolifico Rocco Siffredi, ingravidi la mente della gente con musica decente invece che la merda fumante che ti rifilano i programmi televisivi odierni.

Ma c’è poco da stupirsi di questo momento di forma ed eccellenza: il 1976 è l’anno in cui, fra una Dancing Queen degli ABBA e If You Leave Me Now dei Chigago, uscivano cose come The Boys Are Back in Town o (Don’t Fear) The Reaper, quindi il grande cammello del karma ha fatto il suo dovere. Ok, esce anche Techical Ecstasy dei Black Sabbath (uno dei dischi che meno apprezzo dei quattro ragazzacci di Birmingham) ma comunque questo LP da la polvere a certi escrementi mutogeni che escono ora.
Lo so, nell’altra recensione ho detto che quello è il mio disco preferito per imprinting, ma come hard rock, in Rising, c’è di che leccarsi i baffi. Non credo ci possa essere forma di vita senziente capace di screditare un LP di questo tipo, forse forse qualche imbecille che ascolta la Trap o che finisce per credere alle teorie più insulse come la terra piatta. Solo gente con poca sensibilità, che non conosce la storia e che ha un bidone della spazzatura al posto del cuore non ha sentito questo disco e non lo apprezza.
Non posso pensare che un essere senziente e capace di ragionamenti decenti non possa essere trascinato dalla cadenza Run with the Wolf o che non si senta bene sentendo il riffing di Do You Close Your Eyes o di Starstruck – forse una delle canzoni che, con il suo andamento, richiama di più il successivo Long Live Rock’n’Roll. E, vi giuro, le cito a caso. 
[Zeus]

 

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