Rituali di profanazione. Ravencult – Force of Profanation (2016)

Ci si può ancora stupire per una band black uscita con il primo disco nel 2007? Questo significa dopo la seconda ondata del black metal originario e lontana anni luce da quanto proposto da Mayhem, Darkthrone, Emperor e affini agli albori della musica del demonio? 
Per i greci Ravencult apro però un credito ampio, visto che nel loro breve percorso musicale (dal 2007 ad oggi solo tre dischi) hanno capito cosa serve per farci sentire Satana: velocità, onestà, pochi fronzoli e badilate di un black-thrash che niente a che spartire con le melodie dei padri del black metal greco:i Rotting Christ. O anche, se vogliamo, del riffing ficcante ma melodico dei greci Varathorn. Nel sound di S. (unico membro storico della band) e compari non ci sono le influenze mediterranee, ma piuttosto quella furia iconoclasta di band come i Goatwhore, ma con maggiore e più puntuale qualità. I Ravencult sono partiti flirtando con il black metal, ma è stata proprio l’aggiunta del thrash a donare quella spinta necessaria al sound della band. Il riffing circolare, le scudisciate costanti e taglienti fanno da contraltare ad un lavoro di batteria incredibile. JV (passato in mille band e anche nei Thou Art Lord e negli Embrace of Thorns, prima o poi su queste pagine) è una macchina da guerra, non smette di picchiare sulla batteria neanche a fermarlo a badilate. Quello che piace è che, pur picchiando come un Tyson incazzato, riesce a trasmettere un groove incredibile e senza dubbio è il vero outsider della band. Perché il lavoro di chitarra è furente e i riff sono definiti e ben architettati, ma è quel muro là dietro ad essere il fiore all’occhiello. 
Non penso sia necessario mettersi a fare un track by track, perché tanto, in Force Of Profanation, non trovate una canzone debole che sia una. 32 minuti di pura rabbia espressa, in cui Satana balza fuori dalle casse ed è pure furente come un dobermann che ha leccato il proprio piscio dalle ortiche. Accelerazioni brucianti (Doom Oracle) che poi rallentano mezzo secondo, giusto per evitare che la testa ti si stacchi dal collo, e poi di nuovo giù di nuovo verso gli inferi. 
Quello che piace o, almeno, quello che mi piace è la capacità di catalizzare tutto il fervore, il “cazzodurosenzafuturo” della loro musica nei classici 3/4 minuti di tempo. Quella durata necessaria per tirar fuori un maglio metallico, senza incorrere nelle lungaggini tipiche di chi vuole aggiungere parti solo perché deve raggiungere un certo minutaggio o far vedere che è capace di produrre mille riff semi-interessanti nel corso di una canzone.
No, i Ravencult sparano fuori rasoiate affilate e finiscono nei tempi consoni, tanto che le velocità brutali di Altar Of Impurity non stonerebbero su un disco della scena svedese più intransigente. 
Quando si cerca un disco di un certo tipo, le stronzate non sono ammesse. Un po’ come quando cerchi il quinto per giocare a calcetto e, per una volta, vuoi anche fare una prestazione decente: non cerchi chi parla, chi si presenta con la divisa della squadra del cuore tanto “per farsi vedere”; vuoi quello che zitto zitto mette in mostra i numeri e ti dimostra che ci sa fare. 
I Ravencult, signore e signori, rientrano in quel genere di categoria: poche stronzate e un sound che ti spazzola orecchie e cervello senza neanche preoccuparsi di metterti la vaselina. 
[Zeus]

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2 pensieri su “Rituali di profanazione. Ravencult – Force of Profanation (2016)

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