Un album anonimo. In Flames – Colony (1999)

Quando mi sono trovato fra le mani questo disco, il mio primo pensiero è stato di eccitazione e felicità. A ragion veduta, sia chiaro, visto gli In Flames, prima di Colony, avevano fatto uscire cose come The Jester RaceWhoracle, quindi nella mia mente gli svedesi erano una sicurezza assoluta. 
I dubbi sono sorti praticamente subito, quasi al primo ascolto.

Possiamo discutere su molte cose, ma la produzione di Colony è buona, il sound è grosso e la batteria è stata messa in evidenza nel mixing. Le chitarre puntano sulle reminescenze Maiden-iane e limitano allo strumentale Pallar Anders visa il retroterra folk (quasi scomparso già da Whoracle). Gli svedesi ci mettono l’impegno e le chitarre sono pulite, ma sotto tutto senti che manca qualcosa: non c’è intensità. 
Non c’è proprio un cazzo da ridere, ma dove cazzo è l’assalto delle chitarre e la grinta?!

Se le chitarre ti lasciano perplesso, allora è arrivato il momento di parlare del capitano della nave: Anders Fridén. Il singer, su Colony, sta facendo le prove generali per i deragliamenti post-2000. Fridén non è mai stato un growler di razza e perde il confronto con gli altri frontman della trimurti dello swedish death metal melodico. Ma almeno, sui dischi precedenti, aveva ancora un po’ di piglio cattivo e di efficacia.
Nel 1999 Fridén sembra solo sfiatato e, per combattere questa sensazione/rivoluzione/caduta in basso, ecco che incominciano a presentarsi i trucchetti da studio: le parti malriuscite in clean e, quando si tira fuori il growl, sotto sotto c’è una linea vocale pulita per rendere tutto più consistente ed evitare di far sentire che le growling vocals sono deboli. Detto questo, capite anche voi che trovarsi di fronte ad un disco composto, per la maggior parte da piagnucolii, growl senza nerbo, mezzi scream e qualche spoken-word/clean, non è proprio il Valhalla musicale. 

Rispetto ai primi dischi della discografia degli In Flames, questo LP l’ho visto come un disperato tentativo di restare con i piedi su due staffe – fallendo in entrambe. Perchè è la sua sostanziale “anonimità” ad essere il punto peggiore: non ci sono canzoni realmente inutili, cosa che ti farebbe esclamare che Colony è un disco di merda,  ma non ci sono neanche delle ottime canzoni per equilibrare i filler/pezzi deboli del disco (canzoni che, sui precedenti dischi, invece abbondavano). Quindi ci troviamo un album che fa della mediocrità la propria necessità: fornisce molte canzoni, undici per l’esattezza, ma nessuna che sia veramente incredibile. 
Nella lista delle canzoni buone/decenti, troviamo: Ordinary StoryEmbody The Invisible o Colony, con quest’ultima che tira fuori un feeling che poi andremo a risentire sul successivo Clayman. Se le parti buone sono queste, fra i brani più deboli possiamo citare Scorn, Coerced Coexistence o anche Resin (le ultime due sono canzoni che non portano da nessuna parte). Sono degli esempi e, ironicamente, riescono nell’intento di anticipare un futuro prossimo della band composto da canzoni loffie, che di aggressivo hanno la facciata e, la cosa peggiore, sono vuote. Brani che si sgretolano come il tonno RioMare che si taglia col grissino.
Questa considerazione valeva a suo tempo e, dopo vent’anni, confermo che dentro Colony c’è il segnale d’allarme della band. Potevano intervenire per cambiare, ma la scelta è stata quella di procedere spediti verso un sound povero, ma potenzialmente più ricco di contratti, ritorni pubblicitari e molto altro. Solo che gli In Flames non sapevano che questo percorso sarebbe durato quasi vent’anni e, per la precisione, quando hanno deciso di smettere di essere svedesi e di mettere i piedi in USA.

Dopo vent’anni dalla sua uscita, Colony è ancora quel disco “a metà”; stritolato fra un passato glorioso e defunto ed un futuro che segnerà un cambio così netto da stordire tutti i fan degli svedesi.
Gli In Flames tentano il colpo al cerchio e alla botte, ma ne esce un disco strano, senza sugo e senza vivacità. Colony avrebbe meritato di più, ma è il fratello di mezzo e la sua vita è segnata. 
[Zeus]

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