Nocturnal Rites – Sacred Talisman (1999)

Nel 1999 il Power Metal è morto.
Ma come, nel 1998 stava benissimo: Nightfall in the middle Earth, Better Than Raw, i Gamma Ray?
Morto, m o r t o, morto.
Prendi questo CD, cos’è che ha che non va? Le canzoni sono scritte bene, ha i ritornelli da cantare con la birra in mano, c’è la doppia cassa, c’è l’assolo da guitar hero, la voce pulita, ma manca qualcosa? Cosa?
Il mordente, il tiro e il feeling.
Questo LP te lo ascolti come sottofondo mentre fai tranquillo le pulizie di casa, non ti viene voglia di cantare, né di scapocciare né di spaccare qualcosa. Forse perchè all’epoca nel campo “power metal” tutto era stato detto? Avevamo finito la nostra sospensione della credulità? Il riscaldamento globale?
Non so, avrei dovuto studiare psicologia per dare una risposta perlomeno sensata. Quindi una recensione per questo CD per me non ha senso, come per tutto il Power post-1998.
Questo ovviamente è il mio parere, benvenga qualcuno che mi smentisca, lo aspetto dal 1999.
[Skan]

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SLOWTORCH – TOURpiloquio pt.2

[Riceviamo e pubblichiamo]

 
TOURpiloquio pt. 2

Concluso il tour primaverile in Austria e Inghilterra, gli SLOWTORCH, storica band stoner/metal di Bolzano, annunciano nuovi appuntamenti dal vivo per la stagione estiva a supporto del tour della reunion della formazione di Serpente – ultima fatica in studio del quartetto bolzanino.
La band sarà dal vivo in tre date nel Nord Italia tra le province di Bolzano (Hammerfest Festival) e Trento (fra cui un’esplosiva data di supporto agli Orange Goblin).

La band sta attualmente registrando il successore di Serpente, provvisoriamente intitolato “The Machine Has Failed”, disco che si preannuncia ancora più pesante, diretto, in-your-face dell’ultima prova in studio.

Gli SLOWTORCH, dopo 13 anni di musica e sudore sui palchi europei, continuano ad inseguire un sound originale che si può descrivere come una miscela esplosiva di riff, supportati da una sezione ritmica compatta e una voce aggressiva. Mescolate tutto e troverete come suona la band. 

In poche parole? I Clutch che si mischiano ai Black Sabbath e ai Corrosion of Conformity.

SLOWTORCH TOURpiloquio Pt.2:

05 luglio – Oltrasuoni Festival w/ Orange Goblin
06 luglio – HammerFest w/ Valafar (UK), Feline Melinda and many more
27 luglio – Rock N Paella, Padergnano (TN) w/ Forstoner and FSM

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web slowtorch.com
social facebook.com/slowtorch
videos youtube.com/slowtorch
audio soundcloud.com/slowtorch

Badilate sui denti. Testament – The Gathering (1999)

Quando vuoi fare un po’ il saputello nelle conversazioni metallare, una delle armi da buttare nella mischia è quella dei Testament. Non sono così vendibili come i Big4, ma neanche oscuri macinatori di thrash metal come altre realtà di tutto il globo terracqueo. I Testament stanno in quella via di mezzo del thrash americano, una sorta di nobilità senza troppi clamori. Questo vale, almeno finché non nominate The Gathering.
Da questo momento in avanti ci sarà un ondeggiare di teste in segno di assenso quasi unanime. Sapete di aver vinto e di poter tornare a pasteggiare contenti. The Gathering è l’arma contundente da poter utilizzare quando si va a parlare di thrash e non si vuole citare la classica trimurti Metallica-Slayer-Megadeth. Non ci si vuole sputtanare dicendo che ci si è svegliati ascoltando Fuel dei Metallica o cercare di capire quale panzana possa tirar fuori il buon Dave Mustaine nelle mille-e-una interviste/intervento twitter o che altro. Degli Slayer si parla bene, ma negli ultimi anni più per un rimpianto di Hanneman che per l’effettiva qualità dei dischi che sono usciti.
Ma su The Gathering si va sul sicuro e i motivi sono semplici: line-up da urlo (tanto che i veri Testament sono soltanto Patterson e Billy, tanto imponente nelle linee vocali, quanto tendente a replicare cose già fatte), cinque canzoni che ti prendono a calci in culo senza alcuna pietà e poi un mixing compatto e stretto come il culo di una gallina stitica.
Stiamo parlando di un disco che, nel 1999, mi ha ridonato un po’ di fiducia nel thrash metal. Una fiducia che abbraccia questo album anche se non è thrash puro, ma un condensato di quanto era vigente in quegli anni come “approccio heavy” al sound della Bay Area, quindi ecco il groove alla Pantera di, ad esempio, Riding The Snake o l’attitudine death metal che si respira in brani come Legions Of the Dead.
Mi ha ridato fiducia perché picchia forte, picchia duro e, senza troppi giri di parole, gioca facile grazie ad una line up che è incredibile (Dave Lombardo alla batteria, DiGiorgio al basso e Murphy alla chitarra solista). Tenete presente che il 1999, oltre a offrirci il nu metal, è anche territorio fertile di gothic metal e derive industrial di alcune delle band di punta del periodo.
Il disco è compatto, ma sono le prime tracce ad essere l’asso pigliatutto: sono forti, sentite mille volte e coverizzate da qualche pazzo che non aveva capito come distruggere Master Of Puppets. Quindi occupano, per meriti indiscussi, buona parte degli elogi a questo LP.
Ma una domanda bruciapelo la faccio: dopo 3 Days in Darkness qualcuno sa dirmi un titolo? Perché non mi serve neanche cercare di ricordare D.N.R, True Believer, Down For Life e Eyes Of Wrath e il ritornello di True Believer lo canto anche andando a far benzina.
Ma il resto? Lungi dal far polemica su un disco bestiale, c’è un’indubbia differenza di percezione fra la prima parte di The Gathering e la seconda. Non sto parlando di differenza qualitativa (non ci sono filler), ma le ultime sei canzoni stanno alle prime cinque, come l’intera rosa del Brescia sta al Divin Codino (periodo con le Rondinelle).
Difficile tirarsi via dalla memoria quanto fatto all’inizio del CD, quindi ecco che Careful What You Wish For spande sì groove, ma verrà citata forse due volte in 4 anni e così si può dire di tutto quello che segue fino ad arrivare al minuto 42 del disco.
Questo è, nel bene o nel male (per chi fosse così merdalnaso da pensare male di questo disco), The Gathering.
Un disco che, per i criticoni, sarà sempre o “troppo poco coeso” o “lontano dal passato della band“. Forse sono anche appunti che ci possono stare, dopo il 1999 la band cambia e incomincia un percorso strano, fatto di dischi zoppi ed altri più sul pezzo. Dove il songwriting ritornerà stabilmente nelle mani del solo Peterson (su The Gathering era un lavoro collettivo di Peterson, Billy e Lombardo) e quindi sensibili alle alterne ispirazioni del chitarrista californiano.
Quindi occhio quando citate questo disco nelle conversazioni, potrebbe arrivarvi, fra capo e collo, la classica domanda: ma Allegiance ti piace?
E qua son dolori, soprattutto se avete subito il trattamento Man In Black della memoria e non arrivate dopo la quinta traccia.
[Zeus]

Dreadful Eyes – An Amazing Beast (2019)

Ho dovuto ascoltare diverse volte questo An Amazing Beast, EP d’esordio dei trentini (dalla Val Di Fiemme, per essere precisi) Dreadful Eyes, prima di recensirlo. Ormai sono anni che mi chiedo se questo tipo di sound abbia ancora qualcosa da offrire o possa ancora dimostrarsi interessante, soprattutto per chi ha vissuto bene la prima fase dello swedish death, ma meno bene l’arrivo e la contaminazione da parte del metal core che, dopo un boom iniziale, ha portato la scena alla saturazione e molte band allo sputtanamento o nel dimenticatoio. Fortunatamente ogni tanto arriva qualcosa che riesce ancora a farti drizzare le orecchie.
E’ proprio a questo sound scandinavo che fanno riferimento i Dreadful Eyes e bastano pochi secondi della title track posta in apertura per capirlo. Il riffing, colonna portante del genere, è da subito convincente e, cosa non scontata oggi, gli assoli di chitarra ispirati. Niente che faccia gridare al miracolo, sia chiaro, ma il pezzo si ascolta molto volentieri, coinvolge, salvo forse perdere un po’ di incisività nel refrain, a mio avviso un po’ troppo lineare, e in alcuni stacchi un po’ di maniera, quasi prevedibili. Ma siamo solo all’inizio e scopriremo che questo brano ha scalfito solo la superficie di quello che la band ha realmente da offrire. 
Il secondo pezzo, “Expendable Life” infatti, oltre a partire con un bellissimo assolo di chitarra, alza l’asticella: ha un gran tiro, melodie accattivanti e mantiene la tensione per tutta la sua durata, senza mai perdere colpi. Una canzone che ti si stampa immediatamente nel cervello, di quelle che dal vivo trascinano la folla.
La successiva “Over the Top Bullshit” è più elaborata rispetto alle precedenti: l’aspetto metal core è più marcato, i contrasti tra i cambi di intensità più netti, ma il tutto è sapientemente dosato raggiungendo un equilibrio tale da non far mai perdere l’attenzione all’ascoltatore. L’unica cosa che posso dire è che tali cambiamenti all’interno del brano non sempre risultano collegati tra loro in modo originale, ma sono piccoli dettagli.
Il brano di chiusura dell’EP, “Red Carpet”, è quello che mi ha stupito di più. Nonostante sia il pezzo più “soft” e lento dell’intero disco, è quello in cui, secondo me, spicca prepotentemente la personalità della band. Ogni elemento di questa canzone è perfettamente ideato e incastrato insieme agli altri, dai riff, agli assoli, alle melodie fino alle linee vocali, per non parlare degli arpeggi e delle armonizzazioni. Forse è solo una mia idea, ma mi sembra di sentirci qualche eco dei Lamb of God. Sono cinque minuti e mezzo di canzone, ma scorrono via senza che ce ne accorgiamo.
Un pezzo di cui andare fieri.
Per concludere, “An Amazing Beast” supera l’ostacolo dell’esordio a testa alta. Ottima anche la produzione, pulita ma senza risultare finta o pompata. Certo ci sono aspetti da affinare e migliorare e la strada all’interno del genere scelto non è la più facile, ma quando ci sono le capacità e la passione niente è impossibile.
Ascoltate questo EP, merita il vostro tempo.
[Lenny Verga]

L’esordio ufficiale. Slipknot – Slipknot (1999)

Datemi del vecchio di merda, del rincoglionito o dello stronzo incompetente, ma io, gli Slipknot, non li ho mai capiti in toto. Sarà che anche tutto il nu-metal l’ho considerato come un mezzo aborto, ma se della band mi piacciono più i costumi che la musica, qualcosa significherà?
Perché questo è il fatto, degli Slipknot mi piacciono le maschere, il fatto di chiamarsi con i numeri e tutta quella “cosa da cabaret” che li contraddistingue, e distingue, da altre band (se poi teniamo presente che con il travestirsi hanno fatto danni inenarrabili, ecco che avrei preferito appassionarmi alla loro musica). 
Nel 1999 questa combriccola dell’Iowa fa uscire il debutto ufficiale (Mate.Feed.Kill.Repeat lo considerano un demo, pur essendo un LP fatto e finito) e, giusto per ribadire il concetto, lo intitolano con il proprio nome. Se intitoli il tuo primo disco con il nome della tua band sei sicuro al 100% che stai buttando fuori un capolavoro. Devi esserne certo, perché se no quel disco, e il tuo nome, verrà associato sempre ad una merda fumante. Le potenzialità dei 9 musicisti americani non sono sfuggite a Ross Robinson, mastermind dietro l’esplosione di questo vomito su due piedi chiamato nu-metal (nel CV di Ross ci sono Korn, Slipknot, Deftones, Machine Head, Sepultura periodo Roots, Soulfly… solo per citarne alcuni). E, nel nu-metal, gli Slipknot ci sguazzano come anatre nello stagno. 
Slipknot (il disco) è un condensato di tutte le caratteristiche che rendono che rendono il genere quello che è: l’utilizzo di inserti rap, basi elettroniche, DJ che scratchano e riff sincopati. Gli esordi della band, però, avevano una componente di sincera follia e devastazione che non posso che riconoscere. Dopo un po’ mostrerà la corda (il tempo passa per tutti), ma quella genuina voglia di sfasciarsi, in questo disco (e nei primi live), è evidente e tangibile.
Come contraltare della parte violenta, c’è una sensibilità melodica (ad esempio il ritornello di No Life), che permette di rendere la proposta accessibile anche ai giovani appena entrati in contatto con il metal. 
Il problema è che il nu-metal ha distrutto il concetto stesso di assolo, puntando tutto sull’effetto chuga-chuga del riff. Eliminando il primo e tenendo in grande considerazione il secondo, il gruppo deve, per forza, sfornare riffing convincente ogni piè sospinto, se no si finisce per ascoltare una serie ripetuta di riff anonimi.
Mi ricordo due esempi che riguardano proprio due band registrate da Ross Robinson: Korn e, visto che la recensione tratta di loro, gli stessi Slipknot.
Entrambe le band le ho viste ad un Gods Of Metal (anni differenti). I primi mi hanno annoiato in maniera assoluta. Forse era il periodo di poca forma della band, forse avevano altri cazzi per la testa, ma solo su Freak On The Leash ho avuto un minimo di interesse. I secondi, invece, hanno tirato fuori uno show acceso, pirotecnico, con tutti gli elementi che saltavano in giro per il palco e “ci davano dentro”. L’impatto visivo era notevole, tanto da farmi soprassedere su dei leggeri difetti nel mixing e, in sostanza, su una generale “innocuità” della proposta finale. Formalmente c’era di tutto, ma la botta non è uscita (anche in questo caso, a loro discolpa, potrebbero esserci stati problemi di suono e/o forma fisica). In ogni caso, quell’unica occasione che li ho visti dal vivo mi hanno lasciato indifferente.
Di tutti quelli che il mercato ha fatto rientrare sotto il termine “nu-metal”, gli Slipknot sono la band che più di tutte ha cercato di sfruttare l’aggressività, l’odio e il metal estremo come veicolo della propria musica. Questo gli va dato atto, anche se non sono mai rientrati nei miei ascolti quotidiani, ma i loro singoli li ho sempre sentiti con una punta di curiosità.
Tutto l’hype creato dai media/fan, prima o poi, mi incuriosisce.
Vent’anni dopo si guarda a queste band come genitori dell’evoluzione (/peggioramento?) del metal moderno.
All’alba del 2000, questo era il suono che la gente voleva e che i ragazzi dello Iowa hanno interpretato e canalizzato nel loro CD.
[Zeus]

Mercyful Fate – 9 (1999)

Nella mia lunga esperienza di metallaro ho sempre assistito ad un certo tipo di reazione da parte di chi si avvicinava per la prima volta ai Mercyful Fate o al King Diamond solista: quello storcere il naso di fronte al falsetto del singer danese. Reazione tutto sommato comprensibile perché si tratta di uno stile canoro inusuale e molto d’impatto. Dopodiché gli ascoltatori si dividevano in due categorie: chi non riusciva ad apprezzare e si allontanava per sempre e chi, una volta abituatosi e averci fatto l’orecchio, capiva la grandiosità e la personalità del Re Diamante.
Io appartengo a quest’ultima categoria.
Ovviamente all’inizio ci sono voluti diversi ascolti ma, ancora prima di abituarmi del tutto alla voce, la mia attenzione veniva sempre catturata dalla bellezza della musica. Le parti di chitarra mi incantavano e gradualmente arrivai a vedere il disegno nella sua completezza, tanto da giungere alla conclusione che quelle canzoni e quel modo di cantare erano perfetti insieme, inscindibili.
Quindi, diciamo le cose come stanno: chi non riesce ad entrare in sintonia con questo cantante e con questa band, non ha idea di che cosa si perde!
Ma avete sentito che riff, che soli, che strutture che hanno i pezzi dei Mercyful Fate? Ma quante idee sono riusciti a mettere in musica?
Arriviamo quindi a valutare “9” a vent’anni dalla sua pubblicazione. Questo album è fottutamente bello, fottutamente heavy, fottutamente tutto.
Era un lavoro molto atteso e non capisco perché in molti rimasero delusi. Posso essere d’accordo che i capolavori della band siano altri, ma ascoltando questo CD non lo trovo né debole, né mancante in nulla, assolutamente nella (altissima) media della band.
Comunque non deluse me.
Forse i pezzi sono un po’ meno articolati rispetto al passato, ma di certo non mancano di personalità. Per quanto mi riguarda questo album non sarà mai vecchio o sorpassato e si merita di essere ascoltato ancora oggi.
[Lenny Verga]

Il suono del sarcofago: Sargeist – Unbound (2018)

Qualche tempo fa dovevo andare a comprare un po’ di roba poco distante da casa. Piglio la macchina, tiro fuori Serpent Sermon dei Marduk e mi faccio qualche chilometro per raggiungere il paese di destinazione. Non mi è mai piaciuto questo posto: un paese dormitorio e con l’atteggiamento mentale della periferia, ma che non si rassegna ad essere tale. Quindi ci trovi tutte le nevrosi di essere un nulla sulla cartina geografica e l’incredibile consumo di droghe varie per tenere insieme una gioventù che, in quel paesone, trova sfogo nello sfondarsi d’alcool o nel compiere qualcosa di turpe. La vita è grama per chi vive in Provincia.
Per cercare di rivitalizzare l’agonia del posto, ogni tot il Comune cerca di inventarsi qualcosa per tenere incollati questi zombie all’asfalto locale, invece che andare a cercare refrigerio, come un branco di mucche in pieno delirio da encefalopatia spongiforme bovina, nel centro commerciale a dieci chilometri di distanza.
Centro commerciale che, quando va bene, ti risolve un mezzo pranzo quando sei al lavoro, quando va male ti toglie punti vita come neanche una fatality di Tekken/Street Fighter. 
Visto che non mi fregio di avere grande fortuna, arrivo al paesone che è nel pieno dell’attività domenicale più ambita: il mercato all’aperto. Quindi strade chiuse, deviazioni strane, parcheggi introvabili e una folla incredibile ad ammorbare le strade. Trovo fortunosamente un posto in culo ai lupi e ringrazio il Grande Capro per aver dato ascolto alle mie penose preghiere dalla macchina. 
A causa di una delle attività più gettonate dalla marmaglia automobilistica, arrotondarmi la macchina con sportellate o manovre alla cazzo di cane, metto dei cavalli di Frisia intorno al valente destriero metallico e prego, di nuovo, il Grande Capro di non incontrare qualche conoscente dei tempi che furono. Faccio quel che devo fare, esco vincitore dal centro e rinnovo la mia mancanza di stima verso l’essere umano. 
Pensiero, questo, che deve aver attraversato il cervello di Shatraug mentre stava componendo Unbound (uscito l’anno scorso). Dopo quasi vent’anni di attività, anche il mainman finnico deve essersi rotto il cazzo di qualcosa, perché rivoluziona quasi completamente la formazione (fuori tre quinti della band, compreso il singer Hoath Torog, ben sostituito da Profundus) e registra un disco che fa un sunto di quello che sono i Sargeist adesso. I punti focali di Unbound si possono riassumere in questo brevissimo schema: gli elementi raw rimandano al black metal francese misto a quello finnico; ci sono ampie concessioni al melodic black metal e poi, elemento ormai completamente sdoganato nel black metal odierno: il black’n’roll.
Anche nei momenti più furenti, Psychosis Incarnate, i Sargeist mantengono un sostanziale equilibrio fra tutti gli elementi sopracitati – se vogliamo, la traccia d’apertura è forse quella più diretta di tutto il disco e incarna l’anima più scura dei Sargeist. Mi sento di citare altri due brani: The Bosom of Wisdom and Madness o Her Mouth Is an Open Grave, questi tre sono forse i brani migliori di tutto il lotto. Da menzionare c’è anche Unbound, pur essendo la traccia che più di tutte segue l’attuale trend black metal (vedasi gli Mgla). Il lavoro della chitarra di Hunting Eyes, pur piacevole sia nelle parti melodiche sia in quelle più lente, la fa sembra una outtake riciclata da Let The Devil In
Fra alcuni episodi più riusciti e qualche traccia meno impattante, Shatraug riesce nell’intento di uscirsene con un disco coeso e convicente; a mio parere meglio di Feeding the Crawling Shadows – disco un po’ sottotono.
Unbound lo consiglio, pur sapendo che non rientrerà mai nei primi posti delle classifiche di fine anno. Alterna qualche buon pezzo a episodi meno riusciti, ma tutto sommato non posso spararci sopra merda.
Se questo è il primo episodio dei “nuovi” Sargeist, sono curioso di sapere cosa ci riserverà il futuro.
[Zeus]

Dornenreich – Bitter ist’s dem Tod zu dienen (1999)

Quando ho sentito Bitter ist’s dem Tod zu dienen per la prima volta sono rimasto spiazzato. Sapevo cosa aspettarmi, ma non cosa ne avrei ricavato una volta finito l’ascolto. I tirolesi Dornenreich, alla prova del secondo disco, partoriscono una mistura di black metal melodico-sinfonico e con alcuni rimandi ai tedeschi Empyrium, elemento questo che porterà Evìga a condividere il palco, come session live, proprio con questi ultimi.
Assolutamente lontani dall’essere una mera copia, i Dornenreich fanno lo stesso percorso evolutivo che, nel biennio 1997-1999, ha portato la band bavarese ad abbandonare le sfumature black metal per addentrarsi nelle lande meste e malinconiche del folk più dark
Il black metal sinfonico è ancora la base di Bitter ist’s dem Tod zu dienen, ma i pattern sono tutt’altro che lineari e/o prevedibili, sfociando in momenti di schizofrenia musicale che comprendono, fra gli altri, arpeggi acustici e ventate di melodie folk. Questo per farvi capire che, nella musica della band, non c’è molto degli act più celebrati del symphonic black metal e poco hanno in comune anche con l’avanguardia più progressiva (gli Emperor).
Bitter ist’s dem Tod zu dienen si sviluppa in un’ora di musica e con tracce che non scendono sotto i cinque minuti (Federstrich in Grabesnähe è la più corta delle sei canzoni del CD), tanto che i primi pezzi del CD hanno un feeling da capitoli di un racconto.
Non mi addentro troppo nel track-by-track, in primis perché è un disco che oggi compie 20 anni e quindi non ha senso, inoltre i track-by-track pedanti mi annoiano come poche a questo mondo, preferirei leggermi l’elenco telefonico. La musica mi piace ascoltarla, non leggermi dove trovare lo stacco, il cambio di tempo e tutte le amenità. 
So che ci sono pervertiti così in giro… vade retro
Torno di nuovo a Bitter ist’s dem Tod zu dienen e ribadisco un concetto importante: il secondo LP dei Dornenreich non lascia indifferenti. Pur essendo un disco difficile e necessitando delle condizioni giuste per gustarselo (come sottofondo mentre fai altro è sprecato), questo album ti prende bene. 
Bitter ist’s dem Tod zu dienen non è mai stato uno dei miei dischi preferiti, quello che vorrei suonato al mio funerale o da avere su un’isola deserta (che poi, che cazzo te ne fai se non hai il lettore?). Una questione di mio approccio musicale, senz’altro. 
Vent’anni dopo, e con maggiore esperienza sul groppone, non vario il giudizio ma nei solchi di questo disco continua ad esserci quell’aura ombrosa, molto narrativa, che rende Bitter ist’s dem Tod zu dienen un mix equilibrato fra colonna sonora e racconto. 
[Zeus]

Anathema – Judgement (1999)

Se cerchiamo nel 1998 l’annata del gothic rock/metal, il 1999 potrebbe essere l’annata del cambio di direzione e della sperimentazione. Probabilmente sentono molti gruppi sentono il Millennium Bug e si prendono male, che ne so io!
Gli Anathema, dopo aver fatto uscire l’ispirato Alternative 4, si separano da Duncan Patterson e virano verso una forma rock ancora più accentuata. 
Il peso della composizione e delle lyrics cade in gran parte sui fratelli Cavanagh, ma anche John Douglas aggiunge molto del suo. Lo spostamento è logico, il tocco di Patterson non è replicabile (ma questo vale per qualsiasi penna), quindi i “nuovi” Anathema iniziano con Judgement del 1999. 
Come l’album precedente, anche questo Judgement era fuori dal mio radar musicale da tantissimo tempo, quindi risentirlo è come approcciare un disco (quasi) nuovo. Il quasi lo aggiungo perché quando parte One Last Goodbye ti vengono in mente molte cose, molti ricordi di un tempo che fu. Sarà che il mood della canzone è malinconico, da addio senza rancore, ma il brano ti fa star bene mettendoti comunque KO. 
Forse è per questo che non lo sento così spesso, non ho mai troppa voglia di svegliarmi dal quotidiano per essere rispedito al tappeto da un brano che mi cambia umore alla giornata.
Ad aggiungere elementi di novità, ci si mette anche la prima partecipazione vocale di Lee Douglas. Questo innesto è un segnale di un cambiamento importante, visto che spinge il gruppo su un territorio più rock (dato anche dal songwriting ormai indirizzo verso questo genere) e fornendo delle tonalità emotive diverse alle canzoni (me cojoni che frasi importanti… e banalissime, vabbeh tenetevela e state zitti).
Questo spostamento nelle coordinate musicali si nota anche per la diminuzione dell’apporto metallico – ridotto ormai a piccoli rigurgiti e, nella maggior parte del tempo, è più una forma mentale che un approccio stilistico.
Messo alle strette e dovendo decidere del mio futuro in un’unica risposta, io preferisco Alternative 4 a questo Judgement… ma non è un giudizio negativo su questo LP, è solo una questione di ricordi e gusti che si intrecciano mentre ascolto i due dischi.
Se vogliamo dirla tutta, questo album inizia una seconda tranche di vita per la band inglese e, questo momento, proseguirà fino al 2003 (circa), momento in cui Cavanagh&Co. prenderanno il vizio di standardizzare la propria formula musicale. Non posso certo dirmi un esperto del periodo “moderno” della band, ma da quello che ho sentito su YouTube, la proposta musicale degli inglesi non è di mio gradimento.
Alternative 4 e Judgement vi permettono di dividervi nel giudizio: meglio prima o meglio dopo? Meglio quando sguazavano nel doom/death e le naturali evoluzioni o questa creatura più rock e malinconica? 
Potete scegliere perché questo LP del 1999 vi da questa possibilità: è un confine naturale fra il prima e il dopo.
[Zeus]

Il “nuovo suono francese”: Merrimack – Omegaphilia (2017)

Negli ultimi tempi, grazie al fatto che ho la passione per rompere il cazzo parlando alla chiunque, mi sono imbattuto in una serie di band nuove che, per un motivo o per l’altro, non erano mai entrare nel mio radar. Questo è naturale, non ho il dono dell’onniscenza e, come si può presumere, le mie giornate hanno tutte 24h e almeno 8 sono occupate al lavoro. Se poi aggiungiamo la pigrizia e una naturale astensione a sbatterti a cercare sempre qualcosa di nuovo (perché il nuovo che hai trovato non sei ancora riuscito a finirlo), il dilemma di cercare nuovi gruppi da recensire è ampio. Questa società McDonalds ci offre troppo e non si riesce più a concentrarsi su qualcosa e finire il lavoro. Bene o male che sia, perché adesso, grazie al passaparola, ai mezzi di comunicazione più veloce, ad internet e tutto il circo che ci sta dietro, sono entrato in contatto con nuove frange del metal estremo e non posso che bearmi di ciò. 
Una di queste band suggeritemi sono i Merrimack. Non storcete il naso di fronte al nome, visto che questi allegri francesi non suonano certo pop, ma black metal e non sono nati 10 minuti fa. I francesini, infatti, si sono formati nel 1994 (Perversifier, chitarrista, è l’unico presente a tenere alto il nome del vecchio gruppo, il resto della band è tutto post-2008) e se ne sono usciti con un primo demo nel 1995, quindi perfettamente in tempo per la seconda ondata di black metal. Guardando la nazione di provenienza ci si fa un certo pensiero sul genere e sul tipico suono francese che potrebbero avere, ma sbaglieremmo di brutto perchè la band punta il faro sulla Svezia e, precisamente, su quanto stanno portando avanti band come i Watain.
Suono svedese, provenienza fracense e un’ideologia satanica venuta a limarsi con il tempo e con un approccio meno rigoroso alla materia del Grande Capro, i Merrimack sono una band che funziona sotto molti punti di vista: per il blackster rodato e per il newby che entra in contatto con il genere in questi tetri zuppi di trap e puttanate varie.
Questo è un tema che mi sta sempre più caro da quando mi sono trasformato in un vecchio trombone (ah ah) e incomincio a detenere la “sola ed unica verità”: ma preferisco di gran lunga l’onestà dei metalhead che approcciano la materia con band recenti e poi risalgono la corrente, piuttosto che vedere in giro magliette di Darkthrone, Mayhem, Dark Funeral o Cradle Of Filth (un tempo, in città, andavano alla grossa queste ultime tre magliette – e non c’era una scena black metal nascente) per poi scoprire l’assoluta ignoranza dei suddetti soggetti.
Prima di correre, non c’è nessuna vergogna a saper camminare.
Tutto ‘sto pippone osceno per dire che i Merrimack, in Omegaphilia, prendono il suono ala Watain, lo reinterpretano e lo risputano fuori in sette tracce compatte come il culo di una ventenne.
Copertina sacrilega misto gore a parte, che potrebbe trarre in inganno sul tipo di sonorità proposto dal quintetto francese (aiutati da Aldrahn – ex Dødheimsgard – su Cesspool Coronation), Omegaphilia scorre bene, lascia il segno e ti invoglia a riascoltarlo. A parere di molti, l’apice della produzione dei francesi è datata 2006 (Of Entropy and Life Denial), album che recupererò quando arriverà il tempo del ventennale.
Pur essendo un disco tutto sommato nuovo, viste anche le influenze e la line-up rimaneggiata e distante dagli esordi in piena 2a ondata black, non c’è nessun appunto negativo, nessun dito puntato, visto che l’opera dei francesi nel farti sentire Satana è onesta ed efficace.
Sulle nuove scoperte attuali, e di cui ho trattato su questo blog, al primo posto da recuperare assolutamente metto i greci Ravencult, band che mi ha veramente preso bene, ma questi Merrimack sono un buon gruppo e mi sento di consigliarli senza problemi. Se poi amate anche il sound dei Watain e affini, sicuramente avete un vantaggio nell’ascolto e un’affinità maggiore con quanto proposto da questi cinque francesi.
[Zeus]