Il debutto degli Agalloch: Pale Folklore (1999)

Il primo disco che ho sentito degli americani Agalloch è stato The Mantle, ad oggi ancora il mio disco preferito di John Haughm&Co. Dopo aver respirato le atmosfere dell’LP del 2002, mi sono gettato a ritroso per capire dove erano partiti ed eccomi approdare a Pale Folklore, primo full lenght dopo due demo preparatori. Accantonando l’idea che mi ero fatto del quartetto dell’Oregon, mi sono messo nelle cuffie questo disco e, ahimé, non mi ha soddisfatto quanto la seconda prova in studio. La differenza più evidente è, senza ombra di dubbio, che in questo Pale Folklore c’è abbondanza di chitarre elettriche, mentre in The Mantle è l’acustica e le atmosfere più rarefatte a farla da padrone.
Il folk/doom metal atmosferico trademark della band, nel 1999, non è ancora definito e convincente (John Haughm fornisce anche una acerba prova con il  clean), ma gli Agalloch hanno lo scopo ultimo di trasportare l’ascoltatore in una realtà diversa. Riescono nell’intento e bisogna sottolinearlo, ma quella sensazione che si recepisce in The Mantle qua non è così potente. 
Fisime mie, sono quasi certo. Il disco è di buona fattura, seppur ci siano forse dei dubbi su alcuni aspetti della registrazione (il basso di Jason Walton spesso sparisce nel mix generale degli strumenti e la batteria sembra essere spenta, con un suono scarico), ma per il resto qua troviamo le basi del suono che poi gli americani andranno a sviluppare nel corso degli anni. 
Se devo essere sincero, e la cosa è quasi un’anteprima di quello che verrà viste le premesse con The Mantle, sono proprio gli interventi della chitarra acustica ad emozionarmi di più (The Melancholy Spirit, secondo me uno dei brani più belli del CD). Dove gli Agalloch riescono a fondere in maniera coerente e organica l’anima metal e quella folk, ecco che le canzoni ne traggono un immediato beneficio. Questo è lo spettro sonoro dove si muovono con maggiore convinzione e dove i risultati si sentono.
Dead Winter Days è un’altra canzone che, in qualche modo, descrive bene il suono Agalloch degli esordi: canzone solida, batteria in evidenza e con buon groove, e le chitarre che alternano il riffing circolare a degli arpeggi. Niente di eccezionale, direte voi, ma è il suono degli americani del 1999.
In Dead Winter Days c’è una melodia subdola, dura forse pochi secondi, che mi fa saltare alla mente una canzone degli Anathema e mentre involontariamente comincio a canticchiare la canzone dei fratelli Cavanagh, gli Agalloch virano e io ci rimango di merda. Quindi mi domando: l’ho sentita veramente quella cazzo di linea melodica o me la sono inventata di sana pianta? 

Questa cosa mi disturba parecchio.

Gli Agalloch, nell’Lp dell’esordio, iniziano annunciando al mondo “musicale” le loro intenzioni sonore (una suite in tre atti di oltre 18 minuti – She Painted Fire Across the Skyline – è una dichiarazione forte) e tirano fuori otto canzoni dal forte potenziale. Come detto all’inizio: Pale Folklore è un LP di gran classe, ma io gli preferisco di gran lunga il successivo The Mantle
[Zeus]

 

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