METALITALIA FESTIVAL GIORNO 1 (01/06/2019)

Sono diversi anni che non manco al MetalItalia Festival che si ripresenta puntualmente nella bella location del Live di Trezzo Sull’Adda. Questo festival è diventato un piccolo (ma forse non più così piccolo) orgoglio nazionale perché riesce, nei suoi due giorni, a portare sul palco band di fama mondiale e, allo stesso tempo, dare un meritato spazio ai gruppi di casa nostra.

Quest’anno ho presenziato solamente alla prima giornata, vediamo un po’ come è andata.
Mi scuso prima di tutto di non essere arrivato in tempo per le prime due band, i Genus Ordinis Dei e i Modern Age Slavery che, da quel che ho sentito in giro, si sono fatte entrambe valere con ottime prestazioni. Sono circa le quattro del pomeriggio quando entriamo al Live, giusto in tempo per non perdersi l’inizio della band successiva.

Stormlord: gruppo che non ho mai seguito con particolare attenzione anche perché, da esperienze precedenti, mi è spesso sembrato un po’ spompato e con poco mordente. Questa volta però mi sono dovuto ricredere. Una volta sistemata l’equalizzazione della tastiera, la band appare compatta e convinta, non si perde in fronzoli e chiacchiere, macinando pezzo dopo pezzo, rendendo giustizia ai brani vecchi che mi avevano fatto storcere il naso in passato, e sfoderandone un paio di nuovi dall’imminente nuovo album “Far”. Il gruppo guidato dal buon Cristiano Borchi, dopo anni di assenza, ritrova la grinta e si porta a casa meritatissimi applausi.

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Graveworm: la band altoatesina si presenta in formazione ridotta (almeno da come ero abituato a vederla) a quattro elementi e questo ha comportato, data la proposta musicale, un massiccio uso di basi registrate. Nonostante ciò, Stefano Fiori e soci sul palco spaccano e coinvolgono il pubblico, portando avanti uno show senza cali di tensione, chiudendolo con la doppietta “Hateful Design” e la cover di “Fear of the Dark” giusto per tirarsi dietro tutto il pubblico presente. Del resto la band è in giro ormai da un po’ di tempo, ha molta esperienza live e si vede, si sente. Bravi!

Darkane: questo manipolo di svedesi è uno dei motivi principali per cui sono andato al festival, non tanto perché ripropongono per intero quel capolavoro dell’esordio che porta il titolo di “Rusted Angel” (non sono un fan di questo genere di operazioni, a dire il vero), ma più che altro perché non ho mai avuto la possibilità di vederli dal vivo. Purtroppo sono rimasto un pochino deluso: nonostante siano dei musicisti veramente capaci, si vede che non sono tanto abituati a stare sul palco, risultando un po’ goffi e poco interattivi. Del resto la loro attività, per vari motivi, non è mai stata costante. Lo show, tutto sommato, scorre bene ed il pubblico apprezza, rimane però l’insoddisfazione di aver voluto avere qualcosa di più.

The Crown: altra band che non ho mai seguito e di cui conosco solo qualche canzone. Devo dire che non sono niente male dal vivo, la proposta musicale è bella pesante e la band sa tenere il palco. Impressione personale, sarà perché non conosco i pezzi, mi sembrano un po’ ripetitivi. Bella botta di vita comunque, soprattutto se mentre li guardi ti stai scofanando un bel piatto di salamelle con fagioli. Burp!


Fleshgod Apocalypse: spaccano il culo a tutti! Potrei anche fermarmi qui. La band italiana si sta facendo valere in tutto il mondo e il successo che sta riscuotendo è notevole, oltre che meritato. Per chi scrive, siamo di fronte al meglio che il nostro paese ha da offrire nella musica metal. Cazzuti, pesanti, estremi, precisi, perfetti, gli aggettivi si sprecano. L’unico difetto, ma non è colpa della band in questo caso, è la difficoltà nel missare una musica di questo tipo; durante l’esibizione ci sono alcuni problemi con le parti di pianoforte che vanno e vengono. Anche con i recenti avvicendamenti in formazione, la band sembra non risentirne per niente e regala uno show maestoso, proponendo pezzi che spaziano dall’album d’esordio fino al recente “Veleno” pubblicato qualche giorno fa. Standing ovation e tutti a casa!


Arch Enemy: questa è una band che, se mi mettessi a pensarci sopra, mi farebbe perdere il sonno. Non perché li amo alla follia, ma perché, dopo tutti questi anni che li conosco, non mi capacito ancora di come sia possibile che un gruppo formato da musicisti di un tale livello non sia in grado di tirare fuori qualcosa di memorabile. Da quel barlume di luce che fu “Wage of Sin”, album in cui debuttò Angela Gossow dietro al microfono, la band, artisticamente parlando, è sempre rimasta statica. Anche senza tirare in ballo il passato di Michael Ammot nei Carcass, senza pensare che all’altra chitarra si trova Jeff Loomis dei Nevermore… no, no a questo non posso passarci sopra! Jeff, che cazzo fai! Ti rendi conto che il momento più esaltante dell’intero show è stato quando ti hanno lasciato da solo sul palco e mi hai fatto salire il cuore in gola suonando quanto di più vicino a quello che facevi con la tua vecchia band? Ma, ahimè, è storia passata. Quella che ci troviamo di fronte è una band di fuoriclasse, veri professionisti che suonano benissimo, ma le canzoni, almeno a me, entrano da un orecchio ed escono dall’altro. E tutti ad applaudire la fagiana blu, Alyssa White-Glutz. Che sarà anche un’eccellente frontwoman, ma non si può ridurre una band soltanto a quello. The end.
[Lenny Verga]

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