Il suono del sarcofago: Sargeist – Unbound (2018)

Qualche tempo fa dovevo andare a comprare un po’ di roba poco distante da casa. Piglio la macchina, tiro fuori Serpent Sermon dei Marduk e mi faccio qualche chilometro per raggiungere il paese di destinazione. Non mi è mai piaciuto questo posto: un paese dormitorio e con l’atteggiamento mentale della periferia, ma che non si rassegna ad essere tale. Quindi ci trovi tutte le nevrosi di essere un nulla sulla cartina geografica e l’incredibile consumo di droghe varie per tenere insieme una gioventù che, in quel paesone, trova sfogo nello sfondarsi d’alcool o nel compiere qualcosa di turpe. La vita è grama per chi vive in Provincia.
Per cercare di rivitalizzare l’agonia del posto, ogni tot il Comune cerca di inventarsi qualcosa per tenere incollati questi zombie all’asfalto locale, invece che andare a cercare refrigerio, come un branco di mucche in pieno delirio da encefalopatia spongiforme bovina, nel centro commerciale a dieci chilometri di distanza.
Centro commerciale che, quando va bene, ti risolve un mezzo pranzo quando sei al lavoro, quando va male ti toglie punti vita come neanche una fatality di Tekken/Street Fighter. 
Visto che non mi fregio di avere grande fortuna, arrivo al paesone che è nel pieno dell’attività domenicale più ambita: il mercato all’aperto. Quindi strade chiuse, deviazioni strane, parcheggi introvabili e una folla incredibile ad ammorbare le strade. Trovo fortunosamente un posto in culo ai lupi e ringrazio il Grande Capro per aver dato ascolto alle mie penose preghiere dalla macchina. 
A causa di una delle attività più gettonate dalla marmaglia automobilistica, arrotondarmi la macchina con sportellate o manovre alla cazzo di cane, metto dei cavalli di Frisia intorno al valente destriero metallico e prego, di nuovo, il Grande Capro di non incontrare qualche conoscente dei tempi che furono. Faccio quel che devo fare, esco vincitore dal centro e rinnovo la mia mancanza di stima verso l’essere umano. 
Pensiero, questo, che deve aver attraversato il cervello di Shatraug mentre stava componendo Unbound (uscito l’anno scorso). Dopo quasi vent’anni di attività, anche il mainman finnico deve essersi rotto il cazzo di qualcosa, perché rivoluziona quasi completamente la formazione (fuori tre quinti della band, compreso il singer Hoath Torog, ben sostituito da Profundus) e registra un disco che fa un sunto di quello che sono i Sargeist adesso. I punti focali di Unbound si possono riassumere in questo brevissimo schema: gli elementi raw rimandano al black metal francese misto a quello finnico; ci sono ampie concessioni al melodic black metal e poi, elemento ormai completamente sdoganato nel black metal odierno: il black’n’roll.
Anche nei momenti più furenti, Psychosis Incarnate, i Sargeist mantengono un sostanziale equilibrio fra tutti gli elementi sopracitati – se vogliamo, la traccia d’apertura è forse quella più diretta di tutto il disco e incarna l’anima più scura dei Sargeist. Mi sento di citare altri due brani: The Bosom of Wisdom and Madness o Her Mouth Is an Open Grave, questi tre sono forse i brani migliori di tutto il lotto. Da menzionare c’è anche Unbound, pur essendo la traccia che più di tutte segue l’attuale trend black metal (vedasi gli Mgla). Il lavoro della chitarra di Hunting Eyes, pur piacevole sia nelle parti melodiche sia in quelle più lente, la fa sembra una outtake riciclata da Let The Devil In
Fra alcuni episodi più riusciti e qualche traccia meno impattante, Shatraug riesce nell’intento di uscirsene con un disco coeso e convicente; a mio parere meglio di Feeding the Crawling Shadows – disco un po’ sottotono.
Unbound lo consiglio, pur sapendo che non rientrerà mai nei primi posti delle classifiche di fine anno. Alterna qualche buon pezzo a episodi meno riusciti, ma tutto sommato non posso spararci sopra merda.
Se questo è il primo episodio dei “nuovi” Sargeist, sono curioso di sapere cosa ci riserverà il futuro.
[Zeus]

3 pensieri su “Il suono del sarcofago: Sargeist – Unbound (2018)

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