Machine Head – The Burning Red (1999)

Iniziamo subito dicendo che, se dovessi trovare un appiglio “della memoria”, sarebbe questo: una band che conosc(ev)o bene era fan dei Machine Head. Tutto qua, non ho molte altre cose da dire, visto che questo gruppo non aveva un sound simile, ma ogni volta che li incontravo e si incominciava a parlare di metal, loro usavano i dischi di Robb Flynn come maglio nella discussione.
Cosa che mi spiazzava sempre, perché io, della band, conoscevo a stento Davidian Ten Ton Hammer, mentre il resto non l’avevo mai approfondito. Visto che loro ci mettevano entusiasmo, e io incominciavo a sentirmi il signore delle capre, ho provato ad ascoltarmi i loro dischi con il piglio del tuttologo. Una, due, dieci volte… mi sono proprio messo di piglio buono a sentire Flynn&Co. 
Ci ho tentato. Questo vorrei che venisse messo agli atti.
Il fatto è che, pur con gli ascolti, non ci ho mai trovato niente di eccezionale nei MH. Un cazzo di niente. A parte le due canzoni qua sopra, la band americana è/era la noia pura. E pensate una cosa: reggo a stento due canzoni dei dischi migliori della band, figuratevi voi cosa ho provato sentendo The Burning Red o il pesantissimo The Blackening – ultimo CD del gruppo che ho provato a digerire. 
A riassumere velocemente potrei dire: dove il secondo (del 2007) è per me solo un noiosissimo thrash metal, questo The Burning Red fallisce sotto così tanti aspetti da farmi rimpiangere di averlo riesumato dalla tomba della memoria dopo una quindicina d’anni di silenzio. 
I MH hanno cambiato così tanti stili, spostandosi dal groove-thrash al nu metal e ritornando al thrash e poi mischiando i due che non sanno benissimo cosa essere.
O forse sì, ma non è qualcosa che piace a me.
Su The Burning Red sembrano persi in un mischione denso e colloso di ritmiche nu metal (basso e batteria sono solo sfondo rispetto alle chitarre), momenti groove-thrash che risuonano i Pantera di Far Beyond Driven (senza esserlo) e/o momenti che sembrano richiamare qualcosa del nu-grunge che sta impazzando all’epoca.
Vedete che c’è di tutto e di più dentro questo disco? Ci sono le canzoni incentrate sui riff chug-chug-chug (ma non ne ricordo uno) e quelle su strane sonorità che dovrebbero essere aggressive ma falliscono nell’intento (Nothing Left).
Detto questo, veniamo al lato dolente della situazione: il cantato di Robb Flynn. Il singer è espressione fisica della band e quindi cambia mille modi di cantare: le vocals rauche che dovrebbero ricordare il buon Phil Anselmo annata 1994, il rap che ti fa cascare i coglioni (Desire To Fire unisce un po’ di roba) e infine ci trovi anche le clean vocals ala Johnatan Davis (Korn) o quelle che ricordano i mille gruppetti grunge  post-1994 (The Burning Red). 
Pur variando tanto, il risultato è sempre lo stesso: non riuscirò mai a capire i MH, mai.
Ci sono molti spunti che mi fanno pensare che i Machine Head sono stati pompati più di quanto realmente valgano, ma forse sono io che non li capisco. 
A volte azzeccano il giro, o il mix riffing-cantato, ma la decenza dura mezzo minuto al massimo e poi si arriva di nuovo al turpe.
Dopo questo The Burning Red uscirà ancora Supercharger prima di salutare definitivamente Ahrue Luster (ora nei Ill Niño) e prendere Phil Demmel alla chitarra solista (Vio-Lence). 
Per quanto ci tenti, non riuscirò mai a farmi piacere i Machine Head. Sono il peggiore recensore per questa band e mi sto ascoltando un disco brutto e senza troppo senso. Quindi vi dovete accontentare di questa accoppiata: brutto disco e, ahimè, brutta recensione. 
[Zeus]

Il demonio francese. Drastus – La croix de sang (2019)

Mai sentiti in vita mia questi Drastus, ma essere spinti da un’etichetta come la Norma Evangelium Diaboli è una sinonimo di garanzia (come un tempo era la Regain Records, etichetta di cui mi fidavo quasi al 100%). Tenete presente questo, la Norma Evangelium Diaboli spinge, fra gli altri i Deathspell Omega, gli islandesi Misþyrming e i Funeral Mist – aveva in roster anche i Watain, ora accasatisi sotto Century Media-. Non certo nomi piccoli, come potete vedere. Del terzetto, il nome più vicino al suono Drastus è quello dei Funeral Mist. Niente di eclatante, niente di smaccatamente “copia-incolla”, ma c’è un certo feeling malato che pervade i solchi del disco che, in alcuni momenti, mi ricorda la creatura di Arioch.
Quello che trovi nell’incedere di questo LP è però una struttura che rimbalza fra momenti in cui gli strumenti e la voce diventano un muro sonoro tormentato con cui fare i conti (in cui il black metal esce furente con tutto l’armamentario fatto di blast beat e velocità) ed altri dove la struttura musicale diventa più scarna, strascinandosi rabbiosa senza raggiungere parossismi inutili.
Ad aggiungere varietà alla proposta, Drastus (mainman della band, nonché responsabile di tutto quello che circonda il comparto sonoro dei francesi – batteria a parte, gestita da Kévin Paradis – un nome un programma) si cimenta anche in parti clean, così da aumentare il carattere ieratico e strano di questo LP breve (neanche un’ora di durata), ma che risucchia il suono e il tempo tanto da dilatarne la percezione.
Per molti dischi già recensiti, quest’ultima considerazione è il “fattore negativo” che mina la compattezza del disco; mentre in La croix de sang è, a mio parere, un punto che convalida l’efficacia delle sonorità della band.
Perché con sei brani della durata superiore ai 5 minuti (ed uno strumentale), non puoi permetterti cali d’ispirazione, pena un disco noioso o infarcito di lunghissimi riempitivi.
Alla seconda prova in studio, 14 anni dopo l’esordio, i Drastus fanno uscire un disco che ripaga l’attesa e cresce con il tempo e gli ascolti. Superate le eventuali difficoltà iniziali, lo scoglio di strutture poco agevoli e un songwriting testardamente incompromissorio per quanto riguarda l’accessibilità (da definirsi anche in termini meramente di violenza allo stato puro, cosa che rende certi prodotti fruibili perché così definiti e perfettamente identificabili), La croix de sang è uno di quegli LP che potrebbe finire ai piani alti delle classifiche del 2019.

[Zeus]

Gaahls Wyrd: GastiR – Ghost Invited (2019)

Nella grande diatriba Gaahl – Infernus su chi dovesse tenersi il nome Gorgoroth, a parte il caso ridicolo che ne è uscito con le due formazioni con lo stesso nome in giro contemporaneamente (situazione che ha anticipato altri paradossali casi analoghi negli anni successivi), chi ci ha perso è di certo il chitarrista norvegese. Quest’ultimo si è tenuto i Gorgoroth, gridando allo scandalo per essersi fatto scippare da sotto il naso la sua creatura (sulle ragioni, lascio ai tuttologi del web), ma è precipitato in una crisi creativa che lo sta accompagnando da almeno 10 anni. Un pozzo nero che probabilmente avrebbe evitato tenendo insieme i Gorgoroth all’indomani di Ad Majorem Sathanas Gloriam. Questa cosa la sa anche Infernus, dato che si è visto uscire i God Seed sotto il naso, con i transfughi Gaahl – King ov Hell a far bella figura, e il parto musicale del duo, I, Begin, è un gran cazzo di disco. Qualcosa che Infernus sbaverebbe per comporre, nonostante abbia reclutato la chiunque per suonare sui dischi dal 2009 in avanti.
Non essersi mischiato ancora con la truppa dei Gorgoroth è stata una fortuna per Gaahl. All’epoca, mentre il black metal boccheggiava in maniera schifosa, la band norvegese era solo un nome che tirava di più di altri, vista anche la reputazione storica e i dischi prodotti negli anni; ma non era l’approdo creativo visionario che si poteva sperare (date anche le enormi restrizioni poste dal suo mastermind Infernus). 
L’incidente diplomatico ha permesso al singer norvegese di proiettarsi in avanti, superare le derive industrial affrontate con la ex band, per giungere alla necessaria summa: mischiare il black metal norvegese con una visione folk figlia della band di Kvitrafn (e non solo).
Certo, non è la prima volta che Gaahl sfrutta il retroterra musicale norvegese come base d’appoggio (i God Seed ne portavano già le tracce e via discorrendo), ma in GastiR – Ghost Invited questo incontro si fa più concreto. Quello che se ne ricava è lontano mille miglia da qualsiasi baracconata black/folk; in questo LP c’è il suono di una band che mette su disco emozioni, spettri e ricordi in una forma scarna e vibrante.
Il black metal rimane come appoggio ideologico – sonoro (la sua versione più “pura” possiamo trovarla nella veloce Through And Past And Past, ma anche From The Spear ha parti belle tirate), ma sono altri gli elementi che colpiscono e affascinano: i mid-tempo sciamanici (Carving The Voice) ed evocativi (Within The Voice Of Existence), nonché le melodie di tracce come The Speech And The Self, piccolo gioiello da tramandare ai posteri. Per qualche motivo a me sconosciuto, quanto proposto da Gaahl a livello vocale mi ricorda, in alternanza, la sua esperienza come singer nei Wardruna (cosa che caratterizza un buon 60/70% dell’efficacia del cantato) e un Nick Cave in pieno trip da Trve Norwegian Black Metal. So che è sbagliato, ma continua a venirmi in mente il nome di Cave quando ascolto certi passaggi vocali (forse perché si sposano bene all’ambientazione musicale). Questa preponderanza melodica è tale che lo scream black non sussiste, se non in una forma harsh vocals su Through And Past And Past, unico punto in cui il black metal esce anche a livello vocale. Nel resto c’è un uso sapiente di varie tonalità (la lunga Veiztu Hve è un buon esempio), che accentua l’aspetto emotivo del disco.
Per ovvie ragioni di notorietà si parla molto di Gaahl, ma è grazie alla band che gli sta alle spalle che GastiR – Ghost Invited è il disco che sentiamo. I suoni sono perfetti, non c’è nessuna iper-produzione o plasticosità (grazie alla Indie Recordings, verrebbe da dire) e quello che se ne ricava è solo un sound scarno e funzionale.
Non c’è molto da fare se non ascoltarlo, perché perdersi GastiR – Ghost Invited è proprio una mossa da stonzi. E voi, cari miei, non vorrete di certo essere gli unici stronzi a perdervi questo disco, vero?
[Zeus]

Ešerichija Cøli- два! пожалуйста, не стоит (EP 2019).

A soli 9 mesi di distanza dal precedente EP [DiarReHa (Excretion Eins)] ed un singolo natalizio [Merry Christmas (Root Canal Treatment Appointment)], i bolzanini Ešerichija Cøli arrivano nuovamente sul mio PC con la loro ultima fatica: два! пожалуйста, не стоит.

Diciamolo subito, a parte che non ci capisco un cazzo del titolo e dovrei usare Google Translate per capirci veramente qualcosa e non mi va, il nuovo EP è diverso dal precedente per due fattori: innanzitutto perché è il secondo album (e graziealcazzo), poi perché è composto da 8 tracce, in cui non c’è nessun intermezzo demenziale. L’unica traccia che si separa dal resto è quella intitolata ASTHMA, uno strumentale marziale. 

Ma veniamo al disco e in generale a quanto propongono 
Ešerichija Cøli. Partiamo dal genere suonato, che sembra una stronzata da dirsi ma non lo è più di tanto. Perchè non appena le prime putride note ti scartavetrano i timpani, la domanda che ti si forma nella testa è: ma che genere fanno? Una curiosità che, devo confessarlo, non mi ha abbandonato, al punto da diventare quasi una sfida personale, in un tentativo dopo l’altro di incasellarne il sound in qualche cosa di conosciuto. Vi avverto, è una sfida persa in partenza. Capito subito che quello degli Ešerichija Cøli non è “grind” in senso classico, ho provato momentaneamente a collocarli nella sezione gore-grind. È andata bene per il tempo della prima traccia, cioè meno di due minuti. Perché già col secondo pezzo le certezze (molto labili, a dire il vero) crollano di nuovo miseramente. Il fatto è che con gli Ešerichija Cøli le tradizionali considerazioni su “etichette” e “contenitori” non funzionano proprio. Non ci resta che prendere per buona la loro auto definizione: “putrid fecal metal”. E a giudicare dai suoni che escono dalle casse è proprio così: il cantato growl si aggroviglia con lo scream lancinante, le sonorità grind si contorcono, fermentano e imputridiscono dando vita a inclassificabili entità sonore…

Insomma, dentro questo EP (ma è una cifra stilistica che si ritrova anche negli altri lavori) c’è molta contaminazione, proprio nel senso patologico del termine: c’è grind, ma non è grind, c’è gore, ma non è nemmeno gore, alla fine si respira molta violenza e rumore, estremismo sonoro e terrorismo musicale. Probabilmente è proprio una loro intenzione (e, di questo, sarebbe figo parlare col gruppo), quella di condire il tutto con ingenti dosi di in-sana ironia, preferendo ad una attitudine da “duri e puri”, la strada del “non prendiamoci troppo sul serio”. 

Il che presuppone anche saper switchare tra i generi e padroneggiare le tecniche, ovviamente. È un approccio che al primo ascolto ti fa stare un po’ sulle spine e ti porta a chiederti millemila volte: ma cos’è esattamente? Poi la smetti di farti inutili domande, ti lasci trascinare e ti godi il viaggio. 

Se proprio dovessi cercare un paragone, Ešerichija Cøli mi ricordano nell’attitudine certi sudici (è un complimento, obviously) e irriverenti gruppi della Repubblica Ceca.

Perché il prodotto è un EP cazzone, e si sente, ma questo non significa “fatto male”. Tutt’altro. Dal lato tecnico, rispetto a molta robaccia che circola, è fatto bene, registrato con cura e senza che nessuna delle componenti prevalga sulle altre. Non ho riscontrato difetti evidenti da questo punto di vista e il contesto si muove bene. Anche il comparto vocale – che si gioca tra growl e scream – è coerente con tutto il resto.

Per concludere, gli Ešerichija Cøli sanno fare il loro sporco lavoro, riescono a intrattenere e a farsi ascoltare. La stoffa per fare qualcosa che lasci il segno, ce l’hanno.
Nel frattempo, aspettiamo di vederli dal vivo!

[The Ancient Mariner]

Nargaroth – Black Metal ist Krieg (A Dedication Monument) [2001]

Se mi dovessero chiedere: perché ti piace Black Metal ist Krieg, cosa risponderei? Da questo quesito parte la mia riflessione sul disco.

Mi piace perché ogni volta che lo ascolto mi sembra di ritornare indietro con il tempo. Mi ricorda la pioggia, perché la prima volta che ho ascoltato quell’album pioveva e rendeva l’atmosfera perfetta.
Ho capito fin da subito che questo disco merita ascoltando l’intro. E questo viaggio prosegue con Far beyond the stars, cover degli Azhubuam Haan, canzone abbastanza carica di melodie, anche se non è qui che regna l’atmosfera adatta, perché è con Seven tears are flowing to the river che raggiungiamo la perfezione di una giornata di pioggia. È un capolavoro che ti assale con una malinconia assurda, ma che riesce a farti godere questa sensazione.
Si passa poi a I burn for you, altra cover in cui Kanwulf si dedica alla ricerca spasmodica delle radici più oscure e misconosciute del genere.
The day Burzum killed Mayhem, quinta traccia dell’LP, é perfetta per i giorni di burrasca con tuoni e fulmini e con i suoi dieci minuti di profonda amarezza e agonia viene ricordata quella mattina sconvolgente.
Lo stesso mood possiamo trovarlo anche in Erik, may you rape the angels; la canzone è dedicata all’amico Erik Brodreskift [aka Grim], batterista di Borknagar/Gorgoroth e live session per gli Immortal suicidatosi nel 1999. Oltre ad essere una dedica al musicista norvegese, la canzone parla delle morti illustri all’interno della scena più decimata da lutti del metal.
L’album cambia rotta proprio quando è il turno della cover dei cechi Root, che diminuisce la tensione variando i riff e puntando sulla lingua slava per trasmettere il messaggio. Sulla stessa falsariga ecco che arrivano i dieci minuti di Amarok-Zorn des lammes III, la cui particolarità sta nel duetto fra le clean vocals maschile e femminile (che, a mio parere, non fanno altro che aumentare l’eccellenza di questo LP).
L’ultima cover presente è il classico The Gates of Eternity dei blackster NSBM Moonblood. La canzone possiede una ritmica instabile ma ottima per questo disco.
In chiusura troviamo la stupenda Possessed by black fucking metal, che mi ha ricordato molto il black metal norvegese perché ha le stesse influenze.

Questo dischetto va ascoltato quando le nuvole oscure appaiono colme di rabbia e tristezza all’orizzonte e sembra che stiano per esplodere, facendo sì che la pioggia scenda veloce con quel suono che ti colma di una piacevole agonia.
Black metal Ist Krieg è perfetto per chi gode con l’atmosfera intensa.

[Countess Grishnackh]

Paysage d’Hiver – Kerker (1999)

Per un errore di sbaglio, mi son trovato ad ascoltare prima Paysage d’Hiver (il demo) rispetto a questo Kerker (demo). Non credo ci sia una effettiva successione logica, ma sarebbe stato meglio partire dall’album diverso (Kerker), rispetto a quello che più si conforma con il sound “classico” dei Paysage d’Hiver. 
Pippe mentali a parte, ritorniamo sul pezzo e diciamo che Wintherr, nel 1999, decide di coprire due estremi opposti del panorama black metal atmosferico. Con Paysage d’Hiver descrive, in maniera minuziosa nel suo minimalismo, la sensazione di gelo estremo data da una natura ostile all’essere umano; con Kerker, invece, di umano non c’è più niente. Il suono che ne esce è quello di un meccanismo alieno in pieno movimento, immerso all’interno di uno spazio vuoto e, ecco il tratto comune, glaciale. 
La produzione è ipersatura, praticamente riempie tutto lo spettro sonoro e solo la chiarezza cristallina delle tastiere (che formano delle linee melodiche a volte avvincenti, a volte degne di essere la colonna sonora di Alien) emerge dal suono meccanico fornito da chitarre e dai pattern elettronici. Le chitarre, quando ci sono e si sentono, non si curano di produrre un solo riff ricordabile o “piacevole”.
L’idea dei Paysage d’Hiver (cioè di Wintherr) è rivolta alla creazione del paesaggio mentale, piuttosto che della canzone singola da ascoltarsi in macchina. 
Lo screaming di Wintherr è inumano e così inteso: non c’è neanche il disgusto che possiamo trovare nel black norvegese o qualcosa di assimilabile a delle corde vocali sottoposte a sforzo: la serie di fitri che copre la voce del mainman svizzero è alta e quando emerge lo scream, sembra un rumore immerso all’interno di un complesso sistema meccanico in pieno movimento.  
Non c’è molto di più da dire su Kerker. Non è un disco che vai a cercare per scaricare la tensione o per farti figo con gli amici. Kerker è un prodotto ambient da ascoltare da solo, possibilmente di notte, dove nessuno può venire a romperti il cazzo e disturbare l’alienazione che, con il passare dei minuti, ti provoca questo demo. 
[Zeus]

E alla fine venne anche il disco inutile dei Samael: Eternal (1999)

Nel 1999, in pieno periodo gothic metal in Europa, i Samael se ne escono con un disco fondamentalmente inutile: Eternal.
Iniziamo così, giusto perché il mood dell’articolo è questo, una recriminazione su come gli autori di Passage (un disco tutto sommato bello e che fa da “passaggio” fra il periodo più black e quello successivo) si siano adagiati su qualcosa di così standard e poco appetibile. Le canzoni, quando tirano, sembrano essere degli scarti dei Pain (alcune cose di Togheter, pur senza quel substrato di “cazzoneria” che ha la band di Peter Tägtgren) e in altri momenti hanno le fattezze dei Rammstein ma molto più sterili e privi di mordente. 
Non ci sono riff brutti, ma la continua ricerca del groove dato dal mid-tempo e dalla marzialità spacca le gambe ai brani e annoia dopo un po’, così come l’ostinarsi ad una voce ieratica per far sì che tutto il brano sia intriso di una grandeur che non ha, se non in pochissima parte. 
La formula fortunata ideata nel precedente Passage non regge e mostra i suoi limiti proprio in questo Eternal. Su questo LP manca il Demonio, quella vena caustica che era presente nei precedenti episodi in casa svizzera. Se prima, anche con l’approccio più industrial, si sentiva ancora quella vena da “nello spazio nessuno può sentirti gridare“, in Eternal questa sensazione viene a mancare, pur essendoci formalmente tutti gli elementi. 
Questo fattore, per me, è il paradosso maggiore. 
Dopo una prova sostanzialmente scarica per tutta la durata del disco, i Samael cercano di scuotersi dal torpore e tentano il “colpo di coda”  in Supra Karma, pur non riuscendoci al 100%, nella più energetica Infra Galaxia. Questi sono pochi esempi di quello che avrebbero potuto, e dovuto, fare Xy e Vorph per creare qualcosa di soddisfacente. Il problema è  che non l’hanno fatto, tarpando le ali al disco e queste poche canzoni di livello superiore al resto non riescono a sollevare le sorti di un disco poco appetibile e zoppo.
Per concludere in bellezza metto anche il carico di bastoni (quanto mi mancano le partite a briscola chiamata prima delle lezioni dell’Università): non riesco a distinguere bene una canzone dall’altra. Forse è un problema solo mio, della mia forma mentis, e pur sforzandomi non riesco a comprendere appieno cosa vogliono raggiungere i Samael in questo LP.
[Zeus]

Motörhead – Everything Louder than Everyone Else (1999)

Sul mio letto di morte mi porterò alcuni crucci: alcune sono solo stronzate, altre vere e proprie pecche nel mio curriculum di metallaro. Una delle grandi mancanze è quella di non aver mai visto i Motörhead dal vivo.
Ogni volta che ho avuto l’occasione di andarli a vedere, sono saltati fuori cazzi, scazzi, miserie umane e di banca e molto altro che mi hanno impedito, puntualmente, di uscire con un forte acufene e un sorrisone in faccia.
Niente da fare, non ce l’ho fatta. Quando, nel lontano 2015, ero finalmente riuscito a mettere insieme tutto l’armamentario per vederli dal vivo (il programma era per febbraio 2016), ecco che il fato, sta merda schifosa senza un minimo di coscienza per la nostra storia e che ha un bidone dell’immondizia al posto del cuore, mi ha tirato l’ultimo colpo: il 28.12.2015 Lemmy non muore, ma viene chiamato all’inferno a dirigere la più grande band rock’n’roll mai esistita.
Vi posso assicurare che i coglioni mi sono girati così tanto che per giorni mi hanno usato per spazzare la neve per le strade della mia città. Me lo ricordo ancora adesso: io da solo in ufficio, tutti a grattarsi il cazzo per le vacanze, sento la notizia della morte di Lemmy e, in spregio alle direttive aziendali, i Motörhead sono diventati la colonna sonora di questo posto impestato di piattole, morte e distruzione. 
Già, il fato bastardo si è messo contro e, per il sottoscritto, niente Lemmy e Motörhead dal vivo. Quello che mi rimane sono i dischi in studio e quelli dal vivo, dischi come Everything Louder than Everyone Else.
LP talmente grossi e violenti da essere un punto fermo quando si citano “dischi dal vivo da avere” (ok, dei Motörhead c’è No Sleep Till Hammersmith… e poi c’è Made In Japan dei Deep Purple, quello della Allman Brothers Band e molti altri da sottolineare e tenere da parte come reliquie di un passato che non tornerà). Una parte di fato mi è ritornata quando ho visto un terzo dei Motörhead (Phil Campbell) suonare dal vivo alcuni grandi classici al Manorfest 2019, niente di eccezionale, sia chiaro, ma almeno mi ha fatto esclamare “almeno in parte ci sono stato“. 
Belle consolazioni del cazzo direte. Ma vi dirò, in un mondo di merda come questo, si fa quel che si può.
Ovvio che queste sono piccole stronzate per mascherare le verità: mi son perso una delle più grandi rock band al mondo e ancora lo rimpiango. Perchè vedere Lemmy&Co. era vedere il rock’n’roll, l’attitudine, il desiderio di suonare, bere e fare casino. Sempre di più e con i volumi sparati al massimo. Significava bere whiskey e cola, cosa che ti faceva sentire mezza rockstar, perchè nell’ampio spettro dei bevitori di questo cocktail c’era il tuo socio al bar e, all’estremo opposto, Mr. Ian Fraser “Lemmy” Kilmister – quindi tu eri sulla sua stessa lunghezza d’onda.
Questa è la potenza di un live su LP: ti permette, per interposta persona, di rivivere quel concerto. Stemperato perchè non puoi mettere in relazione “Lp dal vivo = esperienza dal vivo” tanto quanto non puoi farlo con “Pornhub = scopare”; ma ti fornisce la versione più cruda, bastarda, sporca e irriverente della band.
Senza troppe produzioni e troppi fronzoli, solo tre persone che suonano sul palco e spaccano il culo a chi sta(va) nel pit.
Everything Louder than Everyone Else ci rimane come testimonianza della formazione a tre che poi, dal 1998 al 2015, ha continuato farci capire che il rock’n’roll non è un giubbotto in pelle, tre tatuaggi in croce o una birra in mano. Il Rock’n’Roll è un’attitudine condita da un percorso di vita e musicale che risulta nell’esplosione delle casse del basso, nelle riverbero della chitarra e nei colpi molesti della batteria.
Il rock’n’roll è questo e la voglia di alzare le corna al cielo e gridare, sempre e comunque:

You know I’m born to lose, and gambling’s for fools
But that’s the way I like it baby, I don’t wanna live forever

[Zeus]

Winter is coming. Paysage d’Hiver – Paysage d’Hiver (1999)

Alzi la mano chi conosce i Paysage d’Hiver, progetto solista di Wintherr, oscuro figuro proveniente dai cantoni svizzeri. Il soggetto in questione (Wintherr) è uno di quelli che ci credono e ci sono rimasti con il lo-fi e l’attitudine no compromise che avevano certe band black metal degli esordi – dicasi quelle che non si sono più sentite e non stanno vivendo della propria fama. I Paysage d’Hiver (grazie Crtl+C, Ctrl+V) sparano fuori solo demo o split. Che poi i primi siano dischi completi è un discorso legato al trve kvlt e non sto certo io a discutere sulle scelte ideologiche della band. Al quinto demo, Wintherr sviluppa in due/tre tracce (dipende come volete leggere il lato B della cassetta) 54 minuti di musica che mischia attitudine black metal dei primordi (raw, vagamente cacofonica, con lo screaming disagiato e molti degli altri tratti distintivi del black metal norvegese primi anni ’90) ad una sensibilità ambient che crea un risultato paradossale. Pur aggredendoti con le chitarre zanzarose e lo screaming sempre presente (incomprensibile quello che il tizio sta dicendo), le lunghe composizioni creano un’atmosfera di calma oscurità, decisamente fredda e nordica. I violini di Welt aus Eis sono un tocco appena udibile, ma riescono a colpirti perché ben innestati nel songwriting e utili al risultato finale di Paysage d’Hiver (il demo). Se dovessi cercare una similitudine con un’artista conosciuto del panorama black metal, non ci metterei mezzo secondo ad indicare il Conte e i suoi Burzum come riferimento primo e più riconoscibile. 
Se volete approcciare Paysage d’Hiver siete avvisati: vi trovate davanti 54 minuti di freddo e gelo, canzoni che si sviluppano su quasi 20 minuti di durata e un’attitudine che non lascia spazio a nessuna concessione all’easy listening (declinato in salsa black metal, sia chiaro). Non ci sono riff ricordabili e le linee vocali sono agonie in musica, ma tutto dentro questo demo funziona su un fragile equilibrio fra minimalismo e risultato ottenuto.
[Zeus]

Батюшка – Панихида (2019)

Gli Europei del 2000 che hanno visto la Nazionale Italiana cadere sotto i colpi malefici di Wiltord e Trezeguet, sono stati tormentati due temi: ma quanto cazzo è stato bravo Francesco Toldo in quel torneo e, secondo solo perché Toldo contro l’Olanda ha fatto Superman, Totti e Del Piero possono giocare insieme? 
Se sul primo punto c’è poco da fare, il 2000 è stato l’anno in cui il portiere padovano ha tirato fuori una prestazione fuori dal comune, così eccellente da far cadere nel dimenticatoio il pur buon andamento in campionato con la Fiorentina. Più o meno tutti si ricordano di quelle parate, dei rigori che sembravano non riuscire a toccare la rete dell’Italia. 
Il vero dibattito dei savi del bar sport, invece, era incentrato sul dualismo del genio: il ventiquattrenne Francesco Totti vs. il ventiseienne Alessandro Del Piero. 
A parte renderci conto dei problemi che ci affliggevano nel 2000 (comparateli con quelli arrivati a partire dal 2009/2010 e poi sediamoci a riflettere), questo dualismo per la maglia della nazionale italiana ha coinvolto molti, se non tutti, i tifosi degli azzurri. 
Formalmente, l’insieme dei due fantasisti era il top che si potesse immaginare (ovviamente perché il Divin Codino non era della partita, pur con i sue oltre trent’anni): giovani, provenienti da squadre abbastanza in forma (nel 2000 la Roma vince lo scudetto) e potenzialmente capaci di far vedere i sorci verdi a qualsiasi difesa. Non era ovviamente così. 
Totti era in forma, mentre Del Piero stentava a recuperare dall’infortunio e ci avrebbe messo ancora degli anni per ritrovare una forma accettabile. Quindi si aveva una nazionale con un potenziale enorme, ma che non verrà mai espresso in toto, mai ribadisco, visto che la convivenza fra due è stata poco praticata dagli allenatori e mal tollerata dai tifosi (sia i cultori der Pupo, sia quelli fedeli al più esperto, e vincente, Pinturicchio). 
Chissà, forse loro sarebbero stati anche contenti di giocare insieme (e così hanno sempre dichiarato), ma l’incompatibilità fra i due numeri 10 era cosa risaputa. 
Quindi se l’esperimento tutti insieme appassionatamente non ha funzionato alla grande, i due separati hanno certamente segnato gli anni calcistici successivi a quell’Europeo. Il primo, Totti, collezionando un solo scudetto, un paio di Coppe Italia e Supercoppe Italiane, ma creando un calcio fatto di estro e scorie da capo ultras; il secondo, forte della corazzata Juventus alle spalle e un passato di vittorie che il primo si sogna/sognerà solo, continuerà a macinare scudetti e coppe a livello italiano fino lasciare il calcio italiano pochi anni fa. 
Che poi questo si ricolleghi al nuovo disco dei Batushka di Drabikowski è un’altro discorso. Sarà che io sono uno di quelli a cui Litourgiya non è piaciuto poi in maniera particolare, ma la divisione (puerile) fra i Batushka di Drabikowski e quelli di Bartłomiej Krysiuk è forse la cosa migliore che potesse capitare. Il secondo (Bartłomiej Krysiuk) si è trovato col culo bruciante quando Drabikowski se ne è uscito con Панихида (trad. Panihida, Servizio funebre), ma non ha tardato a replicare con il singolo “Chapter I: The Emptiness – Polunosznica (Полунощница)” supportato dalla Metal Blade. 
Sentendo il singolo di Bartłomiej Krysiuk si sente il suono di uno preso alla sprovvista, mentre nell’LP di Drabikowski c’è forse una maggiore coesione, cosa che me lo fa preferire a Litourgiya. Non è privo di punti dubbi, registrazioni forse affrettate, qualche mix vagamente pericolante e altre amenità (i cori religiosi sono meglio in Litourgiya, mentre lo scream vince a mani basse sui sul disco di Drabikowski) che non lo rendono un prodotto eccellente, ma di certo più interessante del primo disco in studio. 
Панихида tiene alto il feeling oscuro e ritualistico per buona parte della sua durata, “cadendo” in tracce standard solo nella parte centrale del disco.
Vediamo, adesso, a chi verrà assegnato il ruolo di Totti e a chi quello del Pinturicchio. Certo è che Панихида lancia un guanto di sfida a Bartłomiej Krysiukun confronto che il singer polacco non può permettersi di perdere visto il supporto datogli dalla Metal Blade. 
Intanto godetevi questo LP, Панихида merita gli ascolti che gli si danno e fanculo alle rivalità calcistiche/musicali. 
[Zeus]