Septic Flesh – Revolution DNA (1999)

Ci sono momenti imbarazzanti nella vita sociale media: la scorra pesantissima rilasciata in ambiente chiuso senza la possibilità di dare la colpa ad anima viva; presentarsi ad un colloquio di lavoro vestito di tutto punto ma con la camicia macchiata di sugazza; ed essere invitato a casa/in giro da persone che conosci in maniera superficiale e che, pensando di farti un vero piacere, ti propongono delle cose che tu sai che non apprezzerai mai in toto. 
Dopo i saluti del caso e, conditi di tutto il necessario per il tranquillo vivere nella comunità, ti affibbiano una birra e già questo gira a tuo favore: se tutto va male ti uccidi d’alcol e finisce che fai un delirio assoluto mettendoti in condizioni che non ti richiameranno più. Il problema è che loro non bevono birra e quando la assaggi senti che è una pisciazza calda dal gusto d’acciaio. Ha scritto a chiare lettere “mal di testa” sul bicchiere.
E anche l’opzione sbronza molesta è fuori gioco, almeno che non hai in programma una visita all’armadietto e ti spari nel naso tre bustine di OKI. 
Per metterti a tuo agio accendono l’Hi-Fi, qualcosa di fighetto che non ha mai superato il livello 1 del volume, e visto che visto che ti piace il metal piazzano su qualcosa che ti fa mancare la terra sotto i piedi. 
Questo non è metal porco demonio impestato! Ma non puoi certo far la figura dello stronzo irriconoscente svelando che, puttana troia, quella merda che sta colando delle casse è tanto metal quanto io sono un fottuto pastore evangelico. No, ingoi quella putredine come neanche la peggiore delle pornostar ama fare con i deepthroat e continui a conversare amabilmente, sorridendo fino a sfiorare l’ictus e la conseguente paresi facciale.
Essere sociali, cari miei, è un lavoro che ti sfianca come poche a questo mondo. 
Nel 1999 esce Revolution DNA dei Septic Flesh e, che ne so, mi lascia indifferente. Non è male e si lascia ascoltare dignitosamente, ma non mi ricordo mai bene una canzone da una volta all’altra che lo ascolto. Giusto un po’ di tempo fa stavo cercando una canzone che mi piaceva e ho dovuto risentire tutti i brani per i primi secondi per trovarla (poi ho capito che era Infernal Sun da Sumerian Daemons e non in Revolution DNA… vedi te).
Revolution DNA viaggia sulle coordinate in voga nel periodo: quindi l’immancabile dose di groove (Dictatorhip Of Mediocre – una canzone che, in parte, rispecchia anche il nome scelto), clean vocals (che comunque erano già presenti da tempo), spennellate di gothic e quell’attitudine industrial che poi avrebbe contagiato anche i The Kovenant (Last Stop to Nowhere o Telescope). Sopra tutto c’è una patina alla Paradise Lost (periodo One Second e successivi dischi acchiapponi) e, mentre ascolti, ti sale alla mente un’altra band che ti lascia sempre sospeso nel giudizio finale: i Samael (Revolution). 
Non tutto di questo CD è dubbioso e quando riescono a concentrare delle buone dosi di groove e impatto, ecco che nascono pezzi come DNA. Il problema è che i momenti totalmente positivi sono troppo pochi in questo disco e, fra una un tentativo e l’altro, Revolution DNA è uno dei dischi che non nominerò mai come super, come “must have”.
Grande rispetto per la band greca, ma se dovessi cercare un punto da cui partire per capire bene cosa suonano, non lo troverei certo all’alba del nuovo millennio e non in questo disco.
Quindi continuo a sorridere e sentire il retrogusto amaro della birra da mal di testa, conscio che questo “sforzo” è utile per poter arrivare a risultati maggiori e più interessanti
[Zeus]