Il ruggito del maiallo. Devourment – Molesting the Decapitated (1999)

Nelle compagnie da pub c’è sempre l’ubriacone perso, quello che quando arrivi al locale è già mezzo sbronzo sullo sgabello. Dopo un brevissimo periodo di pseudo-lucidità, il soggetto passa in moviola (effetto Baywatch) e, nella parlata, incominciano a mancare degli elementi importanti: tipo la grammatica, o semplicemente le parole.
A partire da questo momento si possono prevedere due risultati: il primo è la catalessi dell’ubriacone, perso in un mondo tutto suo fatto di sbronze micidiali e rigurgiti al sapor di bile; il secondo è la possibilità di vederlo barcollare giù dalla sedia e diventare molesto, o violento, per motivi che sfuggono a tutti, tranne che a lui (c’è l’elefante rosa che lo guida).
Nei momenti di lucidità, che sono l’intervallo fra la sbronza del weekend e il rinforzo del mercoledì, non è neanche cattivo. O, almeno, non è detestabile quanto lo è da ubriaco. Ma quando arriva il weekend diventa un’enorme impianto di raffinazione della birra in piscio. Cosa che conosci alla perfezione e che, ormai, è diventato il “grande classico del sabato sera”.
Lo stronzo ubriaco fottuto sono i Devourment.
Dopo un paio di demo, la band fa uscire Molesting the Decapitated, primo LP dei texani. Se non siete dentro il genere, cosa che può succedere, diciamo che i Devourment si buttano a capofitto nel brutal death/slam metal e ci giocano come un maiallo nel proprio sterco. Quando non si giocano le carte su mid-tempo granitici, questi loschi figuri si buttano in accelerazioni devastanti (Choking On Bile).
La ricetta dei Devourment, come capite, è semplice: mid-tempo, break spezzacollo e accelerazioni brutali. Il tutto con la raffinatezza di un puttanone che ti chiede meno di 5 euro per un servizio completo nel retro del pandino 4×4 con le gomme sporche di letame di vacca.
Su questo impianto sonoro, imperversa il grugnito molesto di Ruben Rosas, uno che ha uno scarico ingolfato dove stanno scivolando maiali ancora vivi al posto delle corde vocali. Quando si cimenta nei pig-squeal o cambia registro, oltre ai maiali ci scende giù anche un procione incazzato che gli sta martoriando le corde vocali.
Il connubio, come potete capire, funziona perfettamente.
Il problema di base, ma è una questione di frequentazione musicale, è che a me i Devourment annoiano in pochissimo tempo. Passata la voglia di brutalità e bestialità del brutal, mi dimentico di averli su PC e quindi li risento ogni morte di Papa. Poi mi ritornano in mente, motivazioni a caso, ma non posso certo dirvi che è una voglia assoluta di Devourment.
Ecco perché i texani sono lo sbronzo di turno: lo puoi mettere in mostra come “reperto da pub”, fa ambiente e, quando gira bene, qualche risata te la strappa senza nessun problema. Ah, ovvio, tiene lontani i fighettini con la maglia legata intorno al collo, il mocassino e il risvoltino.
Ma dopo un po’ queste sue caratteristiche lo rendono anche un calcio nei coglioni e ti viene voglia di andartene dal pub e cambiare aria per un po’.
In tutto lo spettro musicale, lo slam (e sottogeneri) non mi ha mai intrigato troppo. Estremo e violento quanto basta, ma non mi metto mai a cercare un CD dei Devourment (o affini) per allietarmi, o farmi dimenticare, la giornata. Questo lo lascio ad altri dischi.
Sono certo che molti di voi sono appassionati di questo genere, ma non è la mia cup of tea.
[Zeus]

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