Motörhead – Everything Louder than Everyone Else (1999)

Sul mio letto di morte mi porterò alcuni crucci: alcune sono solo stronzate, altre vere e proprie pecche nel mio curriculum di metallaro. Una delle grandi mancanze è quella di non aver mai visto i Motörhead dal vivo.
Ogni volta che ho avuto l’occasione di andarli a vedere, sono saltati fuori cazzi, scazzi, miserie umane e di banca e molto altro che mi hanno impedito, puntualmente, di uscire con un forte acufene e un sorrisone in faccia.
Niente da fare, non ce l’ho fatta. Quando, nel lontano 2015, ero finalmente riuscito a mettere insieme tutto l’armamentario per vederli dal vivo (il programma era per febbraio 2016), ecco che il fato, sta merda schifosa senza un minimo di coscienza per la nostra storia e che ha un bidone dell’immondizia al posto del cuore, mi ha tirato l’ultimo colpo: il 28.12.2015 Lemmy non muore, ma viene chiamato all’inferno a dirigere la più grande band rock’n’roll mai esistita.
Vi posso assicurare che i coglioni mi sono girati così tanto che per giorni mi hanno usato per spazzare la neve per le strade della mia città. Me lo ricordo ancora adesso: io da solo in ufficio, tutti a grattarsi il cazzo per le vacanze, sento la notizia della morte di Lemmy e, in spregio alle direttive aziendali, i Motörhead sono diventati la colonna sonora di questo posto impestato di piattole, morte e distruzione. 
Già, il fato bastardo si è messo contro e, per il sottoscritto, niente Lemmy e Motörhead dal vivo. Quello che mi rimane sono i dischi in studio e quelli dal vivo, dischi come Everything Louder than Everyone Else.
LP talmente grossi e violenti da essere un punto fermo quando si citano “dischi dal vivo da avere” (ok, dei Motörhead c’è No Sleep Till Hammersmith… e poi c’è Made In Japan dei Deep Purple, quello della Allman Brothers Band e molti altri da sottolineare e tenere da parte come reliquie di un passato che non tornerà). Una parte di fato mi è ritornata quando ho visto un terzo dei Motörhead (Phil Campbell) suonare dal vivo alcuni grandi classici al Manorfest 2019, niente di eccezionale, sia chiaro, ma almeno mi ha fatto esclamare “almeno in parte ci sono stato“. 
Belle consolazioni del cazzo direte. Ma vi dirò, in un mondo di merda come questo, si fa quel che si può.
Ovvio che queste sono piccole stronzate per mascherare le verità: mi son perso una delle più grandi rock band al mondo e ancora lo rimpiango. Perchè vedere Lemmy&Co. era vedere il rock’n’roll, l’attitudine, il desiderio di suonare, bere e fare casino. Sempre di più e con i volumi sparati al massimo. Significava bere whiskey e cola, cosa che ti faceva sentire mezza rockstar, perchè nell’ampio spettro dei bevitori di questo cocktail c’era il tuo socio al bar e, all’estremo opposto, Mr. Ian Fraser “Lemmy” Kilmister – quindi tu eri sulla sua stessa lunghezza d’onda.
Questa è la potenza di un live su LP: ti permette, per interposta persona, di rivivere quel concerto. Stemperato perchè non puoi mettere in relazione “Lp dal vivo = esperienza dal vivo” tanto quanto non puoi farlo con “Pornhub = scopare”; ma ti fornisce la versione più cruda, bastarda, sporca e irriverente della band.
Senza troppe produzioni e troppi fronzoli, solo tre persone che suonano sul palco e spaccano il culo a chi sta(va) nel pit.
Everything Louder than Everyone Else ci rimane come testimonianza della formazione a tre che poi, dal 1998 al 2015, ha continuato farci capire che il rock’n’roll non è un giubbotto in pelle, tre tatuaggi in croce o una birra in mano. Il Rock’n’Roll è un’attitudine condita da un percorso di vita e musicale che risulta nell’esplosione delle casse del basso, nelle riverbero della chitarra e nei colpi molesti della batteria.
Il rock’n’roll è questo e la voglia di alzare le corna al cielo e gridare, sempre e comunque:

You know I’m born to lose, and gambling’s for fools
But that’s the way I like it baby, I don’t wanna live forever

[Zeus]