Machine Head – The Burning Red (1999)

Iniziamo subito dicendo che, se dovessi trovare un appiglio “della memoria”, sarebbe questo: una band che conosc(ev)o bene era fan dei Machine Head. Tutto qua, non ho molte altre cose da dire, visto che questo gruppo non aveva un sound simile, ma ogni volta che li incontravo e si incominciava a parlare di metal, loro usavano i dischi di Robb Flynn come maglio nella discussione.
Cosa che mi spiazzava sempre, perché io, della band, conoscevo a stento Davidian Ten Ton Hammer, mentre il resto non l’avevo mai approfondito. Visto che loro ci mettevano entusiasmo, e io incominciavo a sentirmi il signore delle capre, ho provato ad ascoltarmi i loro dischi con il piglio del tuttologo. Una, due, dieci volte… mi sono proprio messo di piglio buono a sentire Flynn&Co. 
Ci ho tentato. Questo vorrei che venisse messo agli atti.
Il fatto è che, pur con gli ascolti, non ci ho mai trovato niente di eccezionale nei MH. Un cazzo di niente. A parte le due canzoni qua sopra, la band americana è/era la noia pura. E pensate una cosa: reggo a stento due canzoni dei dischi migliori della band, figuratevi voi cosa ho provato sentendo The Burning Red o il pesantissimo The Blackening – ultimo CD del gruppo che ho provato a digerire. 
A riassumere velocemente potrei dire: dove il secondo (del 2007) è per me solo un noiosissimo thrash metal, questo The Burning Red fallisce sotto così tanti aspetti da farmi rimpiangere di averlo riesumato dalla tomba della memoria dopo una quindicina d’anni di silenzio. 
I MH hanno cambiato così tanti stili, spostandosi dal groove-thrash al nu metal e ritornando al thrash e poi mischiando i due che non sanno benissimo cosa essere.
O forse sì, ma non è qualcosa che piace a me.
Su The Burning Red sembrano persi in un mischione denso e colloso di ritmiche nu metal (basso e batteria sono solo sfondo rispetto alle chitarre), momenti groove-thrash che risuonano i Pantera di Far Beyond Driven (senza esserlo) e/o momenti che sembrano richiamare qualcosa del nu-grunge che sta impazzando all’epoca.
Vedete che c’è di tutto e di più dentro questo disco? Ci sono le canzoni incentrate sui riff chug-chug-chug (ma non ne ricordo uno) e quelle su strane sonorità che dovrebbero essere aggressive ma falliscono nell’intento (Nothing Left).
Detto questo, veniamo al lato dolente della situazione: il cantato di Robb Flynn. Il singer è espressione fisica della band e quindi cambia mille modi di cantare: le vocals rauche che dovrebbero ricordare il buon Phil Anselmo annata 1994, il rap che ti fa cascare i coglioni (Desire To Fire unisce un po’ di roba) e infine ci trovi anche le clean vocals ala Johnatan Davis (Korn) o quelle che ricordano i mille gruppetti grunge  post-1994 (The Burning Red). 
Pur variando tanto, il risultato è sempre lo stesso: non riuscirò mai a capire i MH, mai.
Ci sono molti spunti che mi fanno pensare che i Machine Head sono stati pompati più di quanto realmente valgano, ma forse sono io che non li capisco. 
A volte azzeccano il giro, o il mix riffing-cantato, ma la decenza dura mezzo minuto al massimo e poi si arriva di nuovo al turpe.
Dopo questo The Burning Red uscirà ancora Supercharger prima di salutare definitivamente Ahrue Luster (ora nei Ill Niño) e prendere Phil Demmel alla chitarra solista (Vio-Lence). 
Per quanto ci tenti, non riuscirò mai a farmi piacere i Machine Head. Sono il peggiore recensore per questa band e mi sto ascoltando un disco brutto e senza troppo senso. Quindi vi dovete accontentare di questa accoppiata: brutto disco e, ahimè, brutta recensione. 
[Zeus]

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