Il primo live non si dimentica: Rammstein – Live Aus Berlin (1999)

L’ho riscritta anche troppe volte questa recensione, ma ogni volta non mi ha convinto del tutto. Questo perché i Rammstein, nel 1999, andavano contro ogni probabilità logica. Ditemi voi, quante probabilità ha un gruppo che parla tedesco di sfondare da noi? A parte i Guano Apes (che poi non cantavano in tedesco), Lena (ma solo per una canzone) e poi chi c’è? Falco? Ok, il grande Falco ha avuto la sua notorietà, ma in Italia erano sdoganati solo i grandi del thrash/power tedesco, il Commissario Derrick e la birra. Chiara (helles) o la Pils, forse forse la Weißen, ma non nel resto d’Italia. 
Non c’era grande modo di far passare il “mondo tedesco” nello spioncino dell’esperienza italiana, a meno che non si finisse per ribadire la formazione dell’Inter con i tedeschi terribili, la rivalità calcistica nazionale e, ovviamente, il passato ingombrante che si portano dietro. Come noi, solo che loro ci stanno mettendo più impegno per mettersi sul banco degli imputati e prendere coscienza collettiva di cosa è accaduto. 
Se sei tedesco, canti in tedesco, metti sulla copertina una serie di uomini lucidi d’olio e in posa maschia (Herzeleid), allora nella mente generale viene fuori un collegamento rapido come un ictus: Rammstein = nazi. 
Non quelli dell’Illinois, ma quelli veramente cattivi. 
Ci hanno messo anni e anni per tirarsi via questa parentela sbagliata, Lindemann&Co., tanto che sono arrivati a ribadirlo anche su Mutter che, con gli uomini della croce uncinata non hanno niente a che fare. 
Ovviamente, nel 1995, Herzeleid non fa questo botto enorme né in patria (il binomio di paesi germanofoni del centro Europa) né all’estero. Ci mancherebbe, ovvio, ostico è ostico come LP e il supporto della Motor – Slash non è proprio quello di un colosso come la Universal. 
Meglio va con Sehnsucht, il disco che nel 1997 ha fatto credere a tutti nella mia classe che fossero nazisti. In questo caso era il binomio tedesco – metal, l’ignoranza vagava su sentieri così aperti da toglierti il fiato. Il problema è che io sono partito con quel disco e, ancora adesso, lo adoro. Non conoscevo i Rammstein prima, quindi erano cosa nuova. Chi cazzo aveva internet, YouTube e tutto il resto per capire chi fossero (se non interviste) e/o vedere i video musicali? Io no di certo, avevo forse un lercissimo 56K che mi permetteva a stento di sentire i miei pensieri dietro tutto il macello della connessione. Vedere un video in streaming, se mai avessi saputo cosa fosse lo streaming, sarebbe stato un gioiello mica da ridere. 
Ma niente, quindi ecco la cassettina con dentro Sehnsucht e via ad ascoltarla fino a renderla inservibile e poi riprendere quel CD-R e copiarlo su uno vuoto e tenerlo caro (penso di averlo perso comunque). 
Chi cazzo sono i Rammstein. Perché gira voce che questi bruciano? Che cazzo fanno? Se fino a quel momento il metal era una condizione dello spirito ridotta a certi gruppi e una, incrollabile, certezza, i Rammstein uscivano dallo schema ed erano nuovi, vibranti, qualcosa che per lingua e periodo d’uscita, potevi sentire tua. Stavi assistendo al decollo del razzo e, nel giro di pochi anni, avrebbero fatto il botto. Si sentiva e tu eri presente. 
Una delle poche band “che riempiono gli stadi” ad essere tua, a vederla crescere e arrivare in vetta. 
Adesso tutti fanno gli schizzinosi e citano il mare magnum delle canzoni di Lindemann, ma al tempo col cazzo che c’era questo giro. Al massimo sentivi nominare Engel o Du Hast (e ancora adesso mi ricordo la copertina di Sehnsucht) e, vi giuro, solo da qualche anno ho la percezione concreta che la gente abbia capito il gioco di parole contenuto in Du Hast
Come per i razzi sparati nello spazio, anche i Rammstein dovevano liberarsi di un primo stadio, dovevano sganciare il loro disco dal vivo: quello che riassume il primo biennio di vita della band. Quindi un album che tiene quasi tutte le canzoni dei due LP e ci aggiunge, con notevole gusto, una delle canzoni mai pubblicate su disco in studio: Wilder Wein. Pezzo stupendo, fra l’altro. Nel 1999 escono con Live Aus Berlin e, lasciatisi alle spalle il primo modulo di lancio, i berlinesi si preparano a sganciare sul mondo quello che, senza dubbio, è il loro album più bello e più riuscito: Mutter
Dopo di quello c’è solo la celebrità, il riconoscimento generale e lo sdoganamento che la Germania non è solo würstel, calzettoni bianchi con Birkenstock, turisti arrosati sulla riviera romagnola, pizza con cappuccino, bionde con gli occhi azzurri e Oktoberfest, la Germania è anche Rammstein e Tanz-Metal

[Zeus]

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Katatonia – Tonight’s Decision (1999)

Nella mia concezione di essere metallaro, la potenza, la violenza e la distruzione sonora sono elementi imprescindibili. La musica deve portarmi allo headbanging sfrenato, al pogo, al circle pit, al wall of death, in altre parole deve far scatenare sensazioni forti. Ma una parte di me, col passare del tempo, ha tenuto conto sempre di più della maturità nell’ascolto della mia musica preferita. Quindi, insieme alla voglia di distruzione che rimane sempre là in alto, è emersa anche la voglia di alternare allo scatenarsi il volersi fermare ad ascoltare qualcosa che andasse a toccare corde un po’ differenti nell’animo. Qualcosa da ascoltare anche ad occhi chiusi, o stando fermo, o in solitudine, senza per questo sentirmi meno metal. Così sono arrivato a scoprire ed apprezzare band come i Katatonia… ed altre di cui scriverò più avanti. 
I Katatonia sono una band dall’evoluzione particolare. Sopravvissuta a numerosi periodi di fermo, a continui cambi di line-up, abbandoni e a progetti paralleli di vari membri, si sono spostati sempre più verso un sound ricercato, verso composizioni solo a prima vista “semplici”, ma in realtà molto elaborate, dove niente viene lasciato al caso. La loro è una musica non adatta a tutti, spesso difficile da approcciare al primo ascolto, ma se gli viene concesso il tempo di attecchire nel cervello, ricompenserà l’ascoltatore oltre ogni aspettativa. 
Che piacciano o meno, di loro si può dire con certezza che non hanno mai sbagliato un disco. Mai! Seppur tra alti e bassi a livello personale e problemi interni alla band, anche i dischi dalla lavorazione più travagliata si sono rivelati dei gioielli. 
Tonight’s Decision è il quarto album in studio della band ed è quello che, forse ancor più del precedente Discouraged Ones, segna il punto di svolta per quello che sono diventati i Katatonia oggi. 
Abbandonate le sonorità di derivazione death, un po’ meno doom nel sound, ora molto decadente, malinconico, introspettivo, melodico ma non ruffiano, questo album parte con un trittico da paura, sparandoci nello stomaco For My Demons, I Am Nothing e In Death, A Song, giusto per annientare l’ascoltatore e condurlo direttamente nelle tenebre. Il resto dell’album non è certo da meno. Gli svedesi concedono un barlume di luce (musicalmente parlando, perché se leggete il testo… manco per il cazzo!) con un pezzo un po’ più easy-listening, quella Right Into The Bliss dal riff indimenticabile che ancora oggi, quando appare nelle set list dei concerti, miete vittime e consensi a non finire. 
L’album prosegue ad altissimi livelli fino a quella che è ufficialmente la track conclusiva, Black Session, dove la band getta un’occhiata al passato, con un bellissimo riffing roccioso e molto doom. A seconda dell’edizione, l’album può contenere due canzoni bonus che, data la qualità, ci si chiede come mai non siano finite direttamente nella track list iniziale.

Per concludere, ci troviamo di fronte ad un album che dopo vent’anni non ha perso niente del suo fascino, che ancora oggi può essere scoperto con stupore da chi non lo ha mai sentito prima. In mezzo alla vita frenetica odierna, cercate ogni tanto un momento in cui potervi fermare e concedete cinquanta minuti a questo disco, o ai Katatonia in generale.
[Lenny Verga]

Graveland – Impaler’s Wolves (1999)

A pensarci bene, i Graveland sono un’altra di quelle realtà che non sanno bene come vendersi: dichiararsi espressamente NSBM o continuare a pasturare nelle ampie praterie del “non so, non dico”? Potremmo metterli insieme ai francesi Peste Noire e altri che, adesso, non mi vengono in mente, ma capite il discorso vero?
I Behemoth si sono scansati dai Graveland con la velocità dl suono, per poi ritornare sulla bocca dei media quando Nergal è stato visto farsi una foto con Rob Darken. Che si conoscano da oltre 20 anni è un discorso totalmente secondario. Che farsi una foto non significa condividerne anche le idee, è un passaggio che spesso e volentieri sfugge a chi le notizie le legge su Facebook.
Ma torniamo ai Graveland, che di questi problemi ne hanno avuti diversi, soprattutto grazie alla Polizia tedesca (album vietati e addirittura un’irruzione nella sede della No Colours Records, tanto per non farsi mancare niente).
Musicalmente parlando è difficile trovare grandi cose da dire su questo EP, Impaler’s Wolves. Ri-registrazioni di due canzoni provenienti dal disco di debutto (Carpathian Wolves del 1994), i due brani contenuti superano i 10 minuti di durata e, come concetto musicale, non presentano enormi differenze uno dall’altro.
Quindi, con piccole variazioni sul tema, Rob Darken si tiene stretto sul sentiero del black metal semplice e diretto, grezzo ma non raw, sia per Impaler Of Wallachia che In the Northern Carpathians. Per evitare l’effetto noia, cosa che può succedere quando si superano certi minutaggi, Darken ci ficca dentro qualche sparuta accelerazione, giusto per variare dall’imperante mid-tempo, e gioca alla grande con l’ambientazione “horrorifica” data dalle tastiere e inserti vari.
Due brani interessanti, aldilà delle fissazioni ideologiche del suo creatore, che possono piacere a chi, nel black metal, cerca un songwriting diretto e non eccessivamente veloce, una sound ricco d’atmosfera e con un tocco d’epicità.
[Zeus]

Non servono battute, ci pensano già i Megadeth a intitolare il disco alla perfezione: Risk (1999)

A farlo passare in radio, questo disco non susciterebbe nessun tremore nei polsi dei veri rocker di Virgin Radio. Risk è un disco hard rock, privo di qualsiasi profondità metal e, seppur registrato e prodotto in maniera egregia, fondamentalmente innocuo. Il problema di tutto il disco è che c’è scritto sopra il nome Megadeth, perché LP così slavati te li aspetti da altre band, non da quelli che hanno prodotto Peace Sells… o Rust in Peace
Quindi ti fa un po’ strano sentire che Dave Mustaine fa qualcosa che svetterebbe in metà dei dischi dei Bon Jovi (Wanderlust) e che non meriterebbe di restare su un disco pre-1994. Non brutta, ma decisamente più vicina a qualcosa fatto dai Metallica di Load/ReLoad, solo più efficace della marea di porcherie contenute in quei due dischi. Ma non vorrei concentrarmi su questa canzone, visto che dentro Risk c’è di tutto e di più per assicurarsi il lancio di porchi e madonne da parte dei fan più accaniti. 
Se troviamo canzoni tutto sommato di buona qualità (Prince Of DarknessI’ll Be There For You), ci sono anche porcherie come EcstasySeven o la doppietta finale. Canzoni fatte apposta per mettere il culo nelle pedate, che volete farci? A volte anche i migliori amano pulirsi il culo con le ortiche. 
L’ironia della sorte è che è proprio il folletto maligno Lars Ulrich ad aver suggerito a MegaDave di alleggerire la proposta musicale. E che fa il rossocrinito born-again? Lo ascolta. Porcalaputtana, lo ascolta! 
E lo ascolta talmente bene che sputtana brani hard rock decenti (Insomnia Breadline) farcendoli di cose inutili e ridondanti. E mentre senti The Doctor Is Calling, capisci che l’infusione di melodia e sentori pop ha raggiunto uno status terminale, non brutto in senso assoluto, ma porcocazzo non bello per gli standard dei Megadeth
Lascio perdere tutti gli apprezzamenti per le registrazioni, pensate proprio per la radio decerebrata, e ripeto il concetto: fosse uscito come progetto diverso dai Megadeth, avrebbe una sua validità come disco hard rock semplice ed innocuo; come parte della discografia di uno dei Big4, lo senti grattare le unghie sulla lavagna e no, quell’odore che senti non sono i dollari, l’eroina a pacchi, l’alcool o la crema al cocco delle spogliarelliste da quattro soldi. L’odore è quello del fallimento, il punto di svolta verso un futuro non più così roseo. I Megadeth ci sono arrivati con qualche anno di ritardo rispetto ai Metallica, ma una volta contagiati è difficile tirarsi via quel virus infettivo, anche se ritorni a suonare thrash. 
[Zeus]

Gli altri Batushka – Hospodi (2019)

Neanche due mesi dopo la pubblicazione del disco dei Батюшка, anche i Batushka di Bart escono con Hospodi. E, ancora adesso, si ripropone quell’eterno dilemma: chi è meglio? Chi ha prodotto il miglior prodotto musicale? Perché alla televisione passano programmi musicali dove tutti gli “ospiti” e i partecipanti mostrano il cuore fatto con le dita?
Perché lo so che sono queste le domande che vi percorrono il cervello mentre siete sotto l’ombrellone. Avete la necessità di dirimere la questione, così da potervi rilassare il corpo ed essere violentati mentalmente dall’ennesimo tormentone in spagnolo (ancora oggi ho gli incubi per le canzoni di Alvaro Soler, il promo-video per il suo concerto in Alto Adige mi ha distrutto ogni voglia di uscire e interagire con l’umanità).
Per aiutarvi nel compito immane di capire quali Batushka sono meglio, giungo in vostro soccorso dicendo: Батюшка vince senza neanche sforzarsi troppo, ma per onestà intellettuale, bisogna dire che Hospodi si difende sotto alcuni punti di vista.
Панихида è un disco forte, coerente, suonato bene, dove le uniche pecche realmente evidenti sono sotto l’aspetto vocale (non eccellente nella parte solenne dei canti liturgici) e, se vogliamo essere pignoli, si registra anche un calo di forma intorno alla metà del disco, ma niente di sconvolgente in maniera assoluta.
Hospodi è il suo contrario: scontato quando si parla di songwriting e con parti di chitarra in generale poco convincenti, dove la versione di Bart vince è quando si va a vedere l’aspetto prettamente vocale e catchy. Questi Batushka sembrano, in alcune occasioni, una versione icone dorate e salmodiare alla vodka dei Dimmu Borgir di Eonian. Non ci sono le strumentazioni trovate a cazzo su Fiverr, ma la semplicità della ritmica di chitarra con sopra tutto l’aspetto melodico-enfatico richiama alla lontana certe canzoni di Shagrath.
Non poteva essere diverso visto che Krzysztof Drabikowski è colui che si cela dietro il successo dei Batushka di Litourgiya, dietro tutti i chiaro-scuri chitarristici e il songwriting. I soldi forniti dalla Metal Blade a Bartłomiej Krysiuk non hanno fatto che mascherare (non benissimo, neanche) l’evidenza di un sound più semplice, giocato sui midtempo, ma con una maggiore cura nella parte vocale e su certe melodie accattivanti (Polunosznica).
Rispetto alla stragrande maggioranza della popolazione, a me, Litourgiya, non ha fatto strappare i capelli. Buono, ma non quella perla assoluta descritta dai mille blog o webzine. Invece sono proprio le versioni “fake” a interessarmi e quella di Drabikowski molto di più di questa, visto che Hospodi sa di prodotto uscito in fretta e furia per non far la figura di merda nei confronti del suo ex-compare.
Nonostante tutto, però, rimane il tremendo dubbio che i due galli polacchi hanno fatto la cagata suprema: per beghe da latteria, i due hanno buttato nel cesso la gallina dalle uova d’oro. Uno si trova senza soldi, l’altro senza idee. Praticamente due formazioni monche, che girano tenendo in vita un cadavere.
L’unico che, attualmente, ha la capacità per scrivere delle canzoni degne dei Batushka è Drabikowski, quindi dobbiamo solo vedere cosa ci riserva il futuro. Krysiuk ha tentato il tutto per tutto spremendo al massimo le (poche) idee che circolavano in sala d’incisione, il risultato è Hospodi e capite anche voi che gli eventuali risultati deriveranno solo dalla macchina promozione della Metal Blade.
[Zeus]

To War and back. Abbath – Outstrider (2019)

A causa di un’enorme stanchezza, non riesco a venirmene fuori con aneddoti divertenti o storie avvincenti per leggere questa recensione, quindi mi tengo sul leggero. 
Dopo l’uscita del nuovo disco degli Immortal, ci si aspettava la risposta di Abbath alla sua ex-band. Sbattendomene il cazzo delle dichiarazioni “ad effetto” fatte per lanciare Outstrider, mi sembra chiara una cosa: dove il primo disco in studio con il passare del tempo l’avrò ascoltato forse due volte in due anni, questo nuovo LP in studio ha la coesione necessaria per essere visto di buon occhio anche fra qualche tempo. Non imprescindibile e perde la battaglia con l’ultimo parto di Demonaz, ma almeno non sembra tirato insieme per compiacere l’ego dell’ubriacone norvegese. 
Ovviamente non ci si può aspettare miracoli da Abbath. Lo stile è ormai definito da molti anni e già negli ultimi Immortal aveva incominciato a cristallizzarsi su un certo modo di comporre, quindi non vedo perché bisogna criticarlo adesso. 
Su Outstrider c’è sempre il black thrash amatissimo dal singer e questo è un bene, ricollega il progetto Abbath con quanto fatto dal 1999 in avanti con la ex band madre. Il songwriting è a due velocità: le canzoni più cadenzate (Calm In Ire of Hurricane, Harvest Pyre o la title track) e poi ci sono quelle in cui la velocità si alza (ad es. Bridge Of Spasm, The Artifex o Land Of Khem). Le prime sembrano un po’ tutte uguali e sono tutte un modo per cercare di riscrivere, ancora una volta, una hit epocale come Tyrants ma senza riuscirci. Quelle più veloci hanno forse meno impatto sulla memoria, ma più coglioni e quindi una Scythewinder non sarà immensa, ma piace. Poi c’è il colpo democristiano con Hecate che piglia dentro tutto lo spettro e ci accompagna alla chiusura con Pace ‘Till Death (cover dei Bathory). 
Non so se consigliarvi di comprarvi ‘sto disco, giuro. Dal vivo vi divertite a vedere il buon Abbath (anche se, e non fate gli stronzi mentendo, aspettate canzoni come One By One o Tyrants per esaltarvi), ma aspettare un suo disco trepidanti? 
Ma soprattutto datemi ancora video tarri di Abbath, vi prego.
[Zeus]

Theatres Des Vampires – The Vampire Chronicles (1999)

La fine degli anni ’90 vede finalmente lo sdoganamento del metal italiano a livello europeo e (quasi) mondiale. Sono gli anni degli esordi di band come Rhapsody, Labyrinth, Doomsword, Lacuna Coil o in cui vengono a galla nomi dell’underground come I Domine, i Thunderstorm e i Sadist. Mi fermo qui con i nomi, perché l’intento è solamente quello di dare l’idea del periodo, del fervore della scena, delle ottime band e dei grandi dischi usciti dal nostro Paese.
Mi ricordo bene quegli anni, ero un giovane metallaro che credeva fortemente nel metallo made in Italy e mi stava particolarmente sul cazzo il trend di dover per forza paragonare le nostre band a quelle estere per poter convincere l’acquirente (soprattutto quello italiano) a comprare quel prodotto. Quasi ogni band era etichettata come “la risposta italiana a…”. “A sta minchia!” avrei sempre aggiunto volentieri.
In questi anni si affacciano sulla scena anche i Theatres Des Vampires che, nel 1999, pubblicano il loro secondo full lenght, questo “The Vampire Chronicles”. La band, che secondo tutti doveva essere la risposta italiana ai Cradle of Filth, oggi arriva a toccare i 25 anni di una carriera di tutto rispetto, fatta di evoluzione e importanti cambiamenti. E per fortuna direi, perché questo album, alla prova dei vent’anni, non ne esce proprio benissimo. Già ai tempi non mi aveva convinto proprio del tutto. Intendiamoci, è un lavoro che raggiunge e supera tranquillamente la sufficienza, perché le buone canzoni non gli mancano. Pezzi come “Thule”, “Throne Of Dark Immortals”, “Carpathian Spells” o “The Coven” hanno delle ottime idee e sono affascinanti ancora oggi, ma altri episodi sanno un po’ di accozzaglia messa insieme con lo scotch, per non parlare della produzione non eccelsa, dei testi non proprio ben scritti e dell’esecuzione non sempre all’altezza. 
E’ vero che questi ultimi possono essere considerati o meno difetti, in base ai punti di vista (e a quanto veniva considerato “underground” un gruppo), ma ricordiamoci che nello stesso periodo i Rhapsody se ne uscivano con “Symphony of Enchanted Lands”, i Labyrinth con “Return to Heaven Denied”, i Domine con “Dragonlord”, giusto per dire i primi che mi vengono in mente, e l’album dei Teatro dei Vampiri non poteva, secondo me, reggere il confronto, considerando quale fosse il suo target di pubblico. La risposta italiana ai COF (sta minchia!) avrebbe sicuramente meritato più attenzione da parte dei produttori per essere all’altezza delle uscite dello stesso periodo. 
Alla fine i TDV si erano comunque conquistati la propria fetta di pubblico e di fan affezionati già allora, tutto meritato, visti i traguardi raggiunti dalla band, e l’album in questione rimane un passo importante nella definizione del proprio sound e della propria immagine. Oggi non sono più la risposta italiana a nessuno, sono semplicemente i Theatres Des Vampires.

[Lenny Verga]

Stormlord – Supreme Art of War (1999)

Lo ammetto.
Ho comprato questo CD solo perchè leggevo Metal Shock, giornale allora sotto la direzione di Cristiano Borchi, leader degli Stormlord.
Erano venuti a fare un epico concerto a Bolzano, all’esterno di un castello, e li comprai il disco.
Extreme epic metal.
Per capirlo meglio, bisogna un attimo spiegare il 1999.
Il black metal aveva scoperto le carte, ovvero ormai si era coscienti che gli artisti black metal erano normali esseri umani e non demoni notturni che vivevano nelle Foreste del Nord, le ragazzine gotiche avevano tolto la maglia di Marlyn Manson e messa quella dei Cradle of Filth e i Dimmu Borgir vendevano come il pane.
Ormai nel campo black metal si era fatto il tana libera tutti, e tutto era permesso a chiunque; quindi ecco sdoganati, oltre alle onnipresenti tastiere, i corni, le orchestre, le voci pulite, i tenori femminili e sotto a chi tocca.
Via quindi a vestirsi, oltre che con il classico facepainting e borchie, con armature, spade, asce, fa lo stesso se di plastica, mantelli e chi più ne ha ne metta.

Supreme Art of War è figlio di quei tempi: non puro black, ma un qualcosa tendente al black, voce in screaming intervallata ad una voce declamatoria che dovrebbe essere epica ma non sempre la prende, chitarra in tremolo e doppia cassa e molta, molta, tastiera, sia da sottofondo, sia a sottolineare melodie o a fare “riff”. Il disco si fa ascoltare, non si urla al miracolo, ma va bene cosi, d’altronte è il 1999!
Ma mi raccomando, anche se non si usano più mantelli o spade sul palco, tornate a fare i concerti nei castelli, erano uno spettacolo!
[Skan]

Etichette improprie: Wallachia – From Behind the Light (1999)

I norvegesi Wallachia sono l’espressione più coerente dello stato di morte per asfissia del black metal. Questo perché sono la progenie deforme dei Dimmu Borgir dopo essere stati invitati ad una gangbang con i Theater Of Tragedy. Non fatevi ingannare, questo mischione non è così intrigante, seppur posso capire che possa piacere ad un certo pubblico: quello composto principalmente di ragazzotte gotiche che, mentre sentono le tracce di questo LP, sognano di essere la Contessa Bathory.
Non penso ci sia altro pubblico possibile e, vi giuro, so che sulla rete circolano giudizi molto lusinghieri, ma cercherò di essere efficace nello spiegare che così non è. 
A parte il fattore vocals, che fa cagare il rigurgito di una vacca morta di peste, la musica è proprio quello che ho descritto sopra, un metal all’acqua di rose che vorrebbe essere black, ma non lo è, e che è più un gothic metal con forti parti orchestrali a cui si aggiungono anche i turbozufoli che donano al tutto il carattere rustico che ci si aspetta da una band norvegese che mischia la lingua madre con i titoli in rumeno. 
Ovviamente non c’è niente che rimandi ai veri rumeni del metal, ma questo perché quelli sapevano cosa fare, mentre Lars Stravdal è al primo disco in studio (momento “a sua discolpa”). 
La produzione varia a seconda della canzone (e, mi sa, del batterista), visto che in Arges – Riul Doamnei la batteria è una cosa improponibile, suona come mezzo fustino del Dixan colpito con una scopa in saggina. Effetto voluto di sicuro – ma fa cagare comunque. 
Quando Lars sta zitto e non interviene con il suo growl ritoccato, la musica è quella che ti puoi aspettare da trequarti delle band gothic in circolazione nel periodo: Tristania, Theater Of Tragedy etc. Questo senza raggiungere, e neanche avvicinarsi, a quanto prodotto dai Moonspell in piena sbornia gotica. 

Solo per riassumere il concetto, sentitevi The Curse Of Poenari e capite che possiede tutto quello che c’è di sbagliato nei Wallachia: musica che sembra la colonna di Festivalbar, la voce che, puttanamiseria fa cagare il sangue e budella, e poi il momento “metal” che, nel contesto, non ci sta proprio per un cazzo. Se fai una canzone di merda, abbi il coraggio di farla tutta così. 

Un disco che non toccherò mai più, perché se voglio sentirmi una delle band che ho citato in questa recensione, allora vado a tirar fuori uno di quei dischi, se voglio un disco brutto, lo trovo senza dubbio anche in altro loco. 
Non fidatevi delle recensioni che lo spacciano come symphonic black metal: non è che parlare di Dracula, essere norvegesi e/o avere un growl/scream sia per forza l’investitura del Diavolo per essere black metal. 
Wallachia sono un prodotto dello sfinimento del metal, ormai ridotto a tirar fuori dischi poco più che passabili e a cui, per convenienza, viene appiccicata l’etichetta di black metal per farli vendere di più. 
Peccato, perché alcuni passaggi strumentali (ad esempio The Last Of My Kind) non sono neanche brutti. 
[Zeus]

Nargaroth – Geliebte Des Regens (2003)

Il terzo full length dei NARGAROTH si concentra ancora di più sul versante musicale. Questa volta troviamo sei canzoni (anche se dentro ci troviamo un’intro e una canzone è presente in due versioni differenti) e sembra che Kanwulf abbia più o meno trovato la sua direzione musicale visto che è uno sviluppo completo dal mini CD “Rasluka Part II” (traducibile con molto lungo, molto deprimente e molto intenso).
Le canzoni di Geliebte des Regens durano tutte sopra i 10 minuti (anche l’ultima canzone, sebbene dichiarata come outro, dovrebbe essere vista come una canzone vista la durata) e questo è sicuramente un album per dark autumn o winternights. Chiunque fosse in grado di gestire gli album precedenti (in particolare il suddetto mini CD o “Herbstleyd“, il demo “Orke” piuttosto che “BMIK“), può comprare questo album alla cieca, perché non vedo alcuna ragione per cui non dovrebbe
Apprezzo anche questo album, pur ponendo l’accento sue due considerazioni. La prima musicale, visto che per me sarebbe stato meglio che Kanwulf avesse usato un batterista migliore, specialmente in “Von Scherbengestalten und Regenspaziergang”, visto che il suo drumming distrugge l’atmosfera più di quanto non aiuti a crearla.
La seconda, invece, di natura più generale: mi chiedo se per i Nargaroth, oggigiorno, sia sufficiente essere giudicati solo dalla qualità musicale?

La band tedesca invoca la pioggia e lo fa nel modo migliore possibile, con un disco che pur essendo black metal fino al midollo è allo stesso tempo intimista, melodico e soprattutto delicato e lento nel suo incedere. Lo sviluppo lento permette ai malinconici riff di scavare nei nostri vuoti e riempirli di tristezza.
Geliebte des Regens si apre con “Calling The Rain”. L’intro è un’evocazione della pioggia e così si parte con il suono di certi strumenti originari del Cile che dovrebbe ricordare un temporale (i bastoni della pioggia che vanno inclinati da una parte e dall’altra) per poi passare a sentire la pioggia vera e propria accompagnata da vari rumori ambientali e si finisce con qualcosa che mi ricorda il suono di un corno. Pur essendo una intro, i tedeschi ci regalano una traccia molto suggestiva, magari fuori contesto, ma talmente rilassante che quasi verrebbe da chiedere ai Nargaroth un intero disco fatto così.
La prima vera canzone “Manchmal Wenn Sie Schläft” spezza bruscamente il clima di serenità che si era creato. Il brano si apre con un riffing estremamente malinconico, che viene amplificato quando inizia il cantato, che segue il giro di chitarra, e che quindi conferisce molta enfasi alla melodia. Un brano che mantiene lo stesso mood per tutto il suo corso, giocando tutto su un riffing ripetuto alla nausea, pochissimi cambi di tempo e un cantato mai troppo invadente.
La seconda traccia parte con un riffing che molto ricorda le sonorità burzum-iane, ma dopo poco anche questo brano ricade nella lentezza che caratterizza tutto l’album. Wenn Regen liebt (Zwiegespräch mit mir) ha una registrazione più grezza rispetto al resto del disco, con voce e batteria che risaltano maggiormente rispetto a prima, ma alla fine dei conti le coordinate stilistiche non mutano.
La quinta traccia non è altro che un rifacimento di “Manchmal Wenn Sie Schläft”, che però non aggiunge poi molto (neanche in termini di durata per fortuna) al pezzo originale. Giungiamo infine all’ultima traccia, che si apre con un arpeggio e di nuovo tornano protagonisti i suoni dell’acqua. Dopo poco più di tre minuti e mezzo parte la canzone vera e propria che conclude in maniera stupenda il disco.
Parlare della complessità del songwriting per un disco del genere è eccessivo, sono i riff e le melodie malinconiche e ripetute fino all’ossessione a catturare l’attenzione dell’ascoltatore. E credetemi che riuscire, come i Nargaroth hanno fatto, a comporre un album di 73 minuti così minimale senza annoiare non è cosa da poco; il merito va senza dubbio alla bellezza dei riff, tutti ispirati e coinvolgenti.
Ovviamente i tedeschi sono figli del Burzum di “Hvis Lyset Tar oss” e a chi non piace quel modo di fare black metal, di certo troverà questo “Geliebte Des Regens” un disco di una noia mortale.

[Countess Grishnackh]