UADA – Cult of a Dying Sun (2018)

Come calciatore amatoriale non sono mai stato un genio, mi arrabattavo alla meglio per riuscire a tenere inviolata la porta. Ci riuscivo, ma non era una questione di tecnica vera e propria, piuttosto di una combinazione non ricreabile di agilità, reattività, moderato culo e uno/due momenti di vero calcio. Ah, e la gioventù. 
Non avendo avuto fortuna in quel settore, mi sono gettato (di nuovo, visto che ne ero uscito) nel terribile mondo del Fantacalcio; quindi weekend a guardare il cellulare per i risultati, formazioni, mercato e tutto quello che circonda questa droga. Non sono bravissimo, visto che non guardo le partite, ma seguo il mercato di Serie A e quindi mi tengo aggiornato sugli spostamenti di giocatori che ho incominciato a conoscere. E così compro e vendo. Ovviamente ci sono i giocatori totem (quelli che devo avere in squadra) e quelli che mi stanno sui indifferenti (o, peggio, sui coglioni) e che verranno acquistati unicamente se hanno prezzo basso/o se ne ho necessità assoluta. 
Quando mi tocca, tengo questi giocatori in uno stato di quarantena assoluta, non toccano mai “il campo” e vengono lasciati fuori dall’undici iniziale e/o panchina. Visto che il campionato è lungo, c’è il rischio di infortuni e di dover fare turnover forzato, cosa che porterà i “paria” ad entrare in campo, fallendo miserevolmente. La prestazione insoddisfacente me li fa tenere ancora di più nel reparto “non toccare”, aggravando la situazione prezzo e quindi la possibilità di vendere il giocatore ad una cifra decente. 
Poi succede la cosa più logica in assoluto: i giocatori si infortunano e sono costretto a riutilizzare questi personaggi non voluti. Risultato? Mi stupiscono ricevendo voti buoni e/o bonus. 
Stessa cosa possiamo dire degli americani UADA. Non mi sono piaciuti con il loro Devoid The Light e così li ho lasciati in panchina per anni. Troppo derivativi, troppo scontati e niente, non ce la faccio a sentire il black metal americano. Almeno fino a qualche mese fa che mi è capitato sotto mano Cult of a Dying Sun (disco uscito l’anno scorso e da me completamente ignorato). Il nuovo LP della band di Portland sembra aver finalmente messo un po’ di pepe alla miscela, smettendo di essere una copia carbone della scena polacca. Il “pepe” in questione è l’aver aggiunto un po’ di death metal nella proposta, così da fornire più nerbo ad un black metal melodico e, in molti punti, ancora dipendente dal sound polacco (Snake & Vultures). 
Ci sono ancora cose da limare e, forse, gestire meglio il minutaggio non sarebbe una brutta cosa (la già citata Snake&Vultures o Mirrors), ma questo non mi porta a valutare automaticamente in maniera peggiore il disco: tanto che gli otto minuti di Sphere (Imprisonment) sono molto buoni e si arriva con facilità alla fine del brano. Quello che forse gli si può rimproverare sono i quasi 6 minuti della pur buona Wanderer e la vaga sensazione che questo LP sarebbe stato veramente top se fosse uscito più compatto e sotto forma di EP. 
In termini di prestazione corale non c’è niente da rimproverare, i musicisti sanno il fatto loro e suonano bene, e anche Jake Superchi dietro il microfono sfodera una prestazione maiuscola. La compattezza che ne esce si può ricollegare anche ai The Committee, ma senza l’ottimo substrato lirico del collettivo europeo. 
Cult of a Dying Sun è un disco compatto, con pochi punti deboli (quelli che ci sono li ho accennati) e una tracklist abbastanza forte, con la sola Blood Sand Ash ad essere meno sugli scudi delle altre, e un buon potenziale di “riuscire a ricordare” le canzoni nel futuro. 
Gli UADA stanno crescendo e mi hanno stupito veramente. Pensavo di trovarmi a bocciarli in maniera impietosa, ma hanno tirato fuori una prestazione matura e, come nel Fantacalcio, quando si parte con la striscia vincente, non ha senso ributtarli in panchina a marcire. 
[Zeus]