L’album del cambiamento: Dark Tranquillity – Projector (1999)

Ci sono dischi che ti ricordano momenti della tua vita: quelli che leghi alle superiori, a delle vacanze, a eventi specifici della vita, alle prime cotte e/o alle delusioni che questo mondo ti riserva. Ognuno di noi ha i suoi album, quelli che tira fuori in certi frangenti o che hanno il potere di evocarti memorie del passato: uno di questi è Projector e, per me, è (e sarà sempre) legato indiscutibilmente all’Università (anche se gli eventi, uscita del disco – Università, non coincidono come anni).
Anni passati fra leggi, tomi enormi, postille, le sale di lettura (dove mi sono addormento, risvegliandomi nel pieno di una lezione improvvisata – ad onore e gloria imperitura, hanno cercato di non svegliarmi), internet con modem veloci (stiamo parlando dei primi modem e la cosa più figa in assoluto erano le chat di MTV o Jumpy…), gli stormi di gnocca delle vicine facoltà, le sbronze assassine e i caffé al bar all’angolo.
Messo nel frullatore c’era anche la musica dei Dark Tranquillity o gli Amorphis (anch’essi usciti con un disco strano per i loro standard: Tuonela).
Le discussioni sulla musica erano all’ordine del giorno, tanto che l’epopea dei grandi del rock anni ’70 è stata sviscerata con sapienza estrema (c’erano dei veri appassionati di rock anni ’60-’70 in Facoltà) e, dal rock al metal, il passo è breve. Quindi ecco che discutere su Projector, il disco più sperimentale della seconda parte della storia dei Dark Tranquillity, ci sta ed è cosa buona e giusta.
Il 1999 segna un momento di passaggio e la band svedese lo fiuta subito, solo che il suo movimento in avanti è talmente repentino e brusco che il risultato finale, di gran classe, dimostra sia delle punte di acerbo, sia dei momenti di avanguardia troppo accentuati rispetto al dictat del momento. Il mondo del death metal, anche se melodico, non era ancora pronto per un’incursione così forte nei territori dell’elettronica e delle clean vocals.
Queste vengono introdotte in maniera consistente, non appoggiandosi più a singer femminili (come su The Mind’s I), ma sfruttando il potenziale dell’ugola di Stanne, singer con un growl molto espressivo (questo, almeno, fino a Damage Done, poi ha incominciato a standardizzarsi). Il risultato finale, comunque molto apprezzabile, risente ancora di qualche “acerbità”.
Per quanto riguarda il primo aspetto, l’elettronica, la band sente la necessità di arricchire il proprio sound rispetto a quanto fatto fino a quel momento: questa spinta in avanti è talmente forte che, da questo album in avanti, i Dark Tranquillity aggiungono Martin Brändström come nuovo membro della band.
Questi due punti dovrebbero avervi dato l’idea di cos’era Projector: un disco in cui le anime death metal ed elettronica trovano un terreno di scontro, più che di incontro. Gli elementi si fondono, ma si sente ancora l’incapacità dei Dark Tranquillity di utilizzare in maniera piena tutto il potenziale che l’elettronica, le clean vocals e le nuove sonorità gli aprono davanti.
Non tarderà ad arrivare il momento, visto che su Damage Done la band svedese amalgama il suono in maniera mirabile facendo uscire il disco più compiuto (e forse l’ultimo grande LP) della seconda parte della carriera dei Stanne&Co.
Pur essendo troppo avanti nel tempo rispetto a quello che i fan si aspettavano dalla band (e troppo innovativo per la stessa capacità della band di maneggiare con cura tutto il sound), Projector ha però la capacità di non deluderti mai.
Non ci sono canzoni brutte e, anzi, collego a questo disco alcune delle memorie più belle dei primi 2000 (molto più che con The Mind’s I, per esempio). Freecard è un colpo al cuore e richiama i pomeriggi spesi in biblioteca di Sociologia a “studiare”, mentre ThereIn sa di autostrada e viaggi lunghi un weekend.
Ma potrei collegare un ricordo, una sensazione o un aneddoto a quasi tutte le canzoni che ci sono dentro questo CD. Ma, perché vi voglio bene, non lo faccio e non vi scasso il cazzo con altre storie legate a Projector.
Oggi Projector compie vent’anni e, pur essendo uno dei dischi più “controversi” della band, nella sua imperfezione è un LP che merita di essere tenuto fra i grandi.
E vi consiglio di riascoltarlo, e rivalutarlo, anche voi, perché nel 1999 i Dark Tranquillity, come mai prima d’ora e come non faranno più dopo Haven, cercano di spostare il confine del proprio sound, senza paura dei giudizi o della risposta dei fan.
[Zeus]

3 pensieri su “L’album del cambiamento: Dark Tranquillity – Projector (1999)

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