Theatres Des Vampires – The Vampire Chronicles (1999)

La fine degli anni ’90 vede finalmente lo sdoganamento del metal italiano a livello europeo e (quasi) mondiale. Sono gli anni degli esordi di band come Rhapsody, Labyrinth, Doomsword, Lacuna Coil o in cui vengono a galla nomi dell’underground come I Domine, i Thunderstorm e i Sadist. Mi fermo qui con i nomi, perché l’intento è solamente quello di dare l’idea del periodo, del fervore della scena, delle ottime band e dei grandi dischi usciti dal nostro Paese.
Mi ricordo bene quegli anni, ero un giovane metallaro che credeva fortemente nel metallo made in Italy e mi stava particolarmente sul cazzo il trend di dover per forza paragonare le nostre band a quelle estere per poter convincere l’acquirente (soprattutto quello italiano) a comprare quel prodotto. Quasi ogni band era etichettata come “la risposta italiana a…”. “A sta minchia!” avrei sempre aggiunto volentieri.
In questi anni si affacciano sulla scena anche i Theatres Des Vampires che, nel 1999, pubblicano il loro secondo full lenght, questo “The Vampire Chronicles”. La band, che secondo tutti doveva essere la risposta italiana ai Cradle of Filth, oggi arriva a toccare i 25 anni di una carriera di tutto rispetto, fatta di evoluzione e importanti cambiamenti. E per fortuna direi, perché questo album, alla prova dei vent’anni, non ne esce proprio benissimo. Già ai tempi non mi aveva convinto proprio del tutto. Intendiamoci, è un lavoro che raggiunge e supera tranquillamente la sufficienza, perché le buone canzoni non gli mancano. Pezzi come “Thule”, “Throne Of Dark Immortals”, “Carpathian Spells” o “The Coven” hanno delle ottime idee e sono affascinanti ancora oggi, ma altri episodi sanno un po’ di accozzaglia messa insieme con lo scotch, per non parlare della produzione non eccelsa, dei testi non proprio ben scritti e dell’esecuzione non sempre all’altezza. 
E’ vero che questi ultimi possono essere considerati o meno difetti, in base ai punti di vista (e a quanto veniva considerato “underground” un gruppo), ma ricordiamoci che nello stesso periodo i Rhapsody se ne uscivano con “Symphony of Enchanted Lands”, i Labyrinth con “Return to Heaven Denied”, i Domine con “Dragonlord”, giusto per dire i primi che mi vengono in mente, e l’album dei Teatro dei Vampiri non poteva, secondo me, reggere il confronto, considerando quale fosse il suo target di pubblico. La risposta italiana ai COF (sta minchia!) avrebbe sicuramente meritato più attenzione da parte dei produttori per essere all’altezza delle uscite dello stesso periodo. 
Alla fine i TDV si erano comunque conquistati la propria fetta di pubblico e di fan affezionati già allora, tutto meritato, visti i traguardi raggiunti dalla band, e l’album in questione rimane un passo importante nella definizione del proprio sound e della propria immagine. Oggi non sono più la risposta italiana a nessuno, sono semplicemente i Theatres Des Vampires.

[Lenny Verga]