Darkthrone – Ravishing Grimness (1999)

Il segnale del cambio si poteva annusare dalla ristampa di Goatlord dopo Panzerfaust, terzo disco del trittico true norwegian black metal.
La band aveva già incominciato ad evolversi e Panzerfaust non cercava più solo la velocità, ma è nel 1996 e precisamente con  Total Death (1996) che i Darkthrone fanno intravedere una nuova presa di posizione sulla loro musica. 
Dopo la pausa di tre anni, il duo Fenriz – Nocturno Culto ritorna in studio e, con Ravishing Grimness, fa capire che i vecchi Darkthrone sono finiti e che l’evoluzione del sound porterà a implementare nella musica delle influenze che vanno dal thrash, all’heavy, dal crust/punk al rock. Il morbo del black metal non sparisce, solo che diventa sottocutaneo e striscia sotto tutte le canzoni come una malattia. 
In Ravishing Grimness non si raggiungono più le velocità del trittico black metal, ma quando decidono di mollare la presa sul midtempo e ci sono quei naturali scoppi di velocità – To The Death (Under The King) – ecco che la sensazione di malignità fuoriesce senza nessun pudore. 
C’è comunque un tratto comune a tutte le canzoni ed è la registrazione: dopo anni passati in lo-fi e un suono raw, Ravishing Grimness tira fuori un wall of sound che ti aggredisce. Le registrazioni sono pulite per i canoni dei Darkthrone e il riffing di Nocturno Culto sono ben udibili, come anche tutto il resto della strumentazione. 
Quello che stupisce è l’efficacia degli stacchi, seppur spesso minimalisti o addirittura semplici. I mid tempo della title track sono intriganti e, insieme a Across The Vacuum, vediamo la band reiterare il proprio sound tanto da renderlo quasi ipnotico. Non dico che raggiungono il livello degli Inquisition, ma sicuramente c’è una componente che ti permette di staccare il cervello e seguire il flusso della musica dentro il “vacuum” (come da titolo). 
La distanza fra Ravishing GrimnessA Blaze in the Northern Sky non può essere maggiore (ma la distanza aumenterà con il passare degli anni). I fan più intransigenti storceranno il naso, ma qua dentro ci sono brani incredibili, ben strutturati (tanto che le canzoni, nella maggior parte, superano i 4/5 minuti di durata) e l’attitudine è quella onesta del duo Fenriz-Nocturno Culto. 
L’idea di stupire gli ascoltatori con una prima traccia in mid tempo non è nuova: il mid tempo dell’iniziale Earth’s Last Picture di Total Death aveva già segnato un punto a favore dell’evoluzione del musica dei norvegesi, ma la registrazione sporchissima era figlia del primo periodo trve grim, quindi lo scarto era meno evidente. Con Lifeless, invece, si segna la vera svolta. La pulizia sonora contrasta con la vecchia visione musicale di Euronymous&Co. e il wall of sound riempie le casse di una canzone che, nel suo incedere a volte ridondante riesce a trasmettere un feeling maligno. 
Ma è un discorso che si potrebbe ripetere per tutti i brani del disco, anche se l’inserto di derive rock’n’roll alimenta (ed alimenterà) sempre più dibattiti su quello che stanno diventano Fenriz e Nocturno Culto. Tutto vero, ma sentitevi il riffing di The Claws of Time. Il groove che esce nella seconda metà della canzone fornisce una prima idea di quello che poi verrà ridefinito come black’n’roll e che sarà la bibbia musicale di act come i Taake post-2000 o dei Satyricon dopo la sbornia violenta di Rebel Extravaganza (a sentirla bene, The Claws of Time non sfigurerebbe su un disco come VolcanoNow, Diabolical). 
La velocità rimane, ma in Ravishing Grimness il concetto che passa è quello di disco compatto, registrato bene e con un songwriting intelligente (firmato, per i 5/6, da Nocturno Culto). 
Un ritorno sulle scene che alimenterà sempre più dicerie e che spaccherà i fan.
Da questo LP del 1999, i Darkthrone non guarderanno più indietro e aggiorneranno il sound a seconda della volontà del duo Fenriz – Nocturno Culto di far uscire questa o quella influenza musicale. 

[Zeus]

Stormrage – Humanimal (2018)

Humanimal è l’album d’esordio degli austriaci Stormrage che, a poco più di un anno dalla sua pubblicazione, trova finalmente spazio sulle pagine virtuali di The Murder Inn. Oltre che “finalmente”, aggiungerei anche “fortunatamente” perché, tra le miriadi di uscite che ogni giorno invadono il mercato, la possibilità di perdersi qualcosa di buono è sempre presente. 
Nonostante il genere proposto sia quello di melodic death metal, gli austriaci non mancano certo di violenza, botta e groove, tanto che l’etichetta sopra citata potrebbe andargli stretta. Nel suono degli Stormrage fa la sua sporca figura anche una certa dose di epicità che, insieme alla melodia e alle sfuriate di violenza, alcune al limite del black metal, creano un mix interessante. Non saranno certo i primi a battere questa via ma, se come spesso accade che il voler esagerare porti a confusione e incomprensibilità negli intenti, devo dire che la band riesce a bilanciare sapientemente tutti gli stili e le influenze che desidera. Basta ascoltare la title track posta dopo l’intro per rendersi conto di cosa gli Stormrage vogliano comunicare con la loro musica. 

Nei 12 brani che compongono l’album la band si muove compatta, tra riff che ricordano le death metal band svedesi più toste, cavalcate che incitano allo head banging, passaggi melodici che riconducono più al black svedese che al death (diciamo della scuola dei Dissection), tutti elementi che hanno il potenziale per coinvolgere e trascinare il pubblico in live. Tiro in ballo il live perché mi piacerebbe scoprire dal vivo l’effetto di autentiche mazzate come i pezzi che compongono la tripletta d’apertura, Humanimal, Frames of Evil e Contempt, e di altri come Modern Holocaust e Death Through Dying.

Certo non posso definire Humanimal un album perfetto, perché non lo è, e non mancano i margini di miglioramento. Se posso indicare qualche difetto, potrei citare l’intro eccessivamente lunga, dato che non presenta particolari variazioni sul tema; o alcune soluzioni un po’ banali come a volte accade sotto ai soli di chitarra o con alcuni arrangiamenti; o l’attacco un po’ alla cazzo del solo di chitarra della terza traccia Frames of Evil; o qualche passaggio poco efficace nel collegare un riff ad un altro come, ad esempio, in Peccatum in Mortem. Ma sono davvero poche pecche all’interno di un album molto interessante e ben composto, dove non passa inosservata la volontà della band di non essere ripetitiva, di fare in modo che i brani non si assomiglino l’uno con l’altro, di dare ad ognuno di essi un’identità ben definita. Un esordio niente male!
[Lenny Verga]

Per ascoltare il disco su Bandcamp, cliccare SU QUESTO LINK.

Alla ricerca delle vocali perdute: Horna – Haudankylmyyden mailla (1999)

Ad oggi non sono mai riuscito a vedere gli Horna, o i Sargeist (che poi sono tutti frutto della mente di Shatraug), dal vivo. Stavo parlando di questa cosa con la seconda metà del MayheM-Duo, la quale mi riferisce senza troppi giri di parole che le volte che lei ha visto la band, questa faceva cagare.
Strano, ma non impossibile. Alcune band sono destinate a non essere capaci di suonare decentemente quando si trovano sul palco. Non mi stupisco più di tanto, vi giuro, quindi mi limito a ribadire un concetto base: alcuni gruppi dovrebbero rimanere in studio e basta (qualcuno ha detto Darkthrone?), così da valorizzare in maniera piena le potenzialità della loro musica.
Per il momento recuperiamo questo Haudankylmyyden mailla, uscito nel 1999 e, ancora oggi, capace di provocare panico e crisi di pianto in tutti quelli che vorrebbero pronunciare (o ricordarsi) il nome del secondo disco della band.
A parte che questo disco segna la fine del periodo costante (durato due dischi) e l’inizio di un ampio numero di anni in cui gli Horna pubblicano quando cazzo vogliono loro, Haudankylmyyden mailla è anche il penultimo LP a vedere Nazgul Von Armageddon alla voce (leader dei Satanic Warmaster).
A parte essere leader di n-mila gruppi, il singer finnico non mi lascia particolarmente soddisfatto della sua performance, ma forse sto diventano un po’ choosy e quindi sticazzi.
Quello che però piace degli Horna è la capacità di strutturare brani abbastanza accesibili, cosa non proprio scontata nel black metal. Il jolly lo tirano fuori mettendo delle subdole melodie latenti a interrompere il tappeto di doppia cassa di Gorthaur e il riffing zanzaroso del duo Shatraug – Moredhel. Questo è quello che vogliamo da una band come quella di Shatraug: velocità, rawness, punte di lo-fi e vocals lacerate, ma il cui insieme ci ispira la sensazione del freddo, della misantropia e dell’odio.
Inutile il track-by-track, prima di tutto perché lo lascio fare alle webzine che si divertono a farlo, in secondo luogo perché, pur essendoci diverse sfumature e riffing che le contraddistinguono, le tracce sono tutte delle rasoiate alquanto intercambiabili.
Niente di negativo, sia chiaro, ma sull’ora di musica del disco è estremamente difficile riuscire a ricordarsi un pezzo dall’altro. Se la musica ti resta dentro, ma non riesci a ricordarti la traccia due da quella quattro, quello che però non dimentichi è il feeling che attanaglia lo stomaco, ancora oggi, mentre ascolto Haudankylmyyden mailla.
Se dopo vent’anni e numerosi ascolti la prima cosa che penso è un mix fra misantropia e Satana, e non un risibile “buffonate giovanili”, allora posso tranquillamente dire che questo LP è invecchiato bene.
Considerazione che non si può certo fare con tutti i dischi che, dopo vent’anni, (ri)passano sotto la lente d’ingradimento di questo ormai vecchio e stanco recensore.
[Zeus]

Dalla Finlandia con il gelo nel cuore. Azaghal – Mustamaa (1999)

Alla fine della seconda ondata di black metal, e mentre questo stava ormai cadendo in uno stato catatonico e cianotico (cosa che avrebbe portato alla sua prematura morte… e successiva rinascita grazie ad una serie di band dedite alla rielaborazione dei concetti espressi nei primi anni novanta dalle band nordiche), i finnici Azaghal fanno uscire Mustamaa. Ormai anche la scena finlandese era allo stremo, quindi non c’è niente da rimproverare a Narqath&Co. se la deriva del loro sound è quella di una riproposizione raw del sound che fu dei Darkthrone, ma non ci vedrei niente di male a citare i Satyricon di Dark Medieval Times/Nemesis Divina negli inserti melodici di Yhtä yön kanssa
L’inserimento di parti melodiche (nonché di fugaci apparizioni delle clean vocals – ad esempio sulla title track), differenziano questo prodotto dai dischi usciti in Norvegia ad inizio 1990, e formano un bel contrasto al generale approccio lo-fi che hanno gli Azaghal nel trattare il black metal. Questi inserti permettono un po’ di differenza nelle setlist, altrimenti molto similare a sé stessa – cosa non sbagliata in sé, sia chiaro. Da notare anche gli elementi quasi “punk”  di Portinvartija, con tanto di basso distorto, e l’attitudine caciarona più che grim&frostbitten che questa canzone si porta appresso. 
A parte gli elementi “estranei” inseriti, il resto delle canzoni non si differenza molto una dall’altra: con buona probabilità gli Azaghal avevano trovato il Sangri-La del songwriting della canzone black finnica e l’hanno ripreso in quasi tutti i brani di Mustamaa.
Niente di sbagliato in sé, solo mi rende difficile ricordarmi al volo se la canzone l’ho già sentita o meno. 
A contraddirmi, ovvio, ci pensa Juudas, l’unica che ha il passo del brano ottimo all’interno di un disco abbastanza derivativo, ma che rispetta le promesse iniziali: rawness, disgusto, misantropia e freddo assoluto
Non gli si può rimproverare niente agli Azaghal, lo dico sinceramente. Sono arrivati sul mercato mentre il black entrava in stato terminale e, giustamente, hanno fatto l’unica cosa possibile: rielaborare la lezione dei grandi del genere e provare ad adattarla alla loro sensibilità.
Quando azzeccano il riff, comunque, è un bell’ascoltare che non ti fa rimpiangere di aver ritirato fuori dalla polvere questo disco che, nel 2019, compie la bellezza di vent’anni. 
[Zeus]

Type O Negative – World Coming Down (1999)

Ci sono periodi nella mia vita in cui, per un motivo o per l’altro, vengo assalito da ondate di depressione esistenziale. Momenti in cui sento tutto il peso di questa terra sulle spalle ed è difficile guardare l’esterno con lo sguardo limpido e l’occhio sereno.
Non dico che sono ad un passo dall’appendermi al soffitto, nonostante tutto mi piace ancora questa vita, ma sicuramente è difficile sorridere e ci vuole una forza incredibile per uscire di casa e affrontare un lavoro o le persone in maniera funzionale e proficua. Soprattutto se fate un lavoro come il mio dove, senza se e senza ma, il sorridere e il rapportarsi agli altri è una caratteristica fondamentale.

Questi sono i giorni in cui sento la necessità fisica del metal, una delle poche valvole di sfogo che non mi portino a compiere atti irreperabili. Il metal e una pinta di birra (citazione che mi sento di fare, ma che lascio anonima).
E il metal deve adattarsi a questo mood, a questa sensazione di opprimente down. Deve cavalare questo sentimento e deve parlarmi in quella lingua. Non riesco ad apprezzare un pezzo happy (ad esempio un brano power metal, se mai ascoltassi questo genere), devo torturarmi all’infinito, addentrarmi in sonorità plumbee per arrivare al momento catartico che mi farà inevitabilmente risalire verso la luce. Perchè è così, scrivere e il metal sono due forme catartiche e, quindi, questa recensione è quanto più vicina ad una seduta psicoterapica di quanto voi possiate solo immaginare.

World Coming Down è una ventata di pessimismo e rassegnazione. Quindi perfetto per affrontare tale compito ingrato. Deve descrivere l’oscurità e lo fa bene, tanto che le sonorità iper-leccate di October Rust spariscono e ne esce un sound più organico e naturale. Dove nei precedenti dischi c’era della sbruffoneria (My Girlfriend’s Girlfriend), in questi solchi è il filtro acuto dell’ironia a smussare un po’ il colpo inflitto da una tristezza e rassegnazione palpabile. L’intelligenza compositiva di Pete Steele è innegabile, tanto che brani che potrebbero incartarsi e finire in innaturali lagne monotone, ne escono comunque bene e con soluzioni melodiche perfette. La melodia è un elemento fondamentale nel sound dei ToN, molto più dei riff o della pesantezza. Perchè è su quella vena che si muovono agili dei brani che, di media, superano i 6 minuti di durata.
Non capitemi male, sotto tutto il lavoro di tastiere, synth etc di Silver (che si occupa anche della drum-machine), c’è comunque un comparto musicale serrato e debitore della lezione sabbathiana. Le chitarre sono immerse in un fuzz perenne, zanzarose ma ficcanti, mentre le lenti progressioni musicali della sezione ritmica creano quel mood doom-gothic che i ToN sono capaci di maneggiare ad occhi chiusi.
Non considerando la classica traccia iniziale farlocca (Skip It) e i tre brevi intermezzi strumentali (che indicano altrettante modalità di morte e saluti a this mortal coil), il CD conta 74 minuti di musica. Capite voi che tenere alta l’attenzione su un minutaggio consistente è operazione rischiosa e non riesce sempre. La questione, principalmente, è il progressivo diradarsi delle idee, specialmente intorno alla metà scaletta o verso la seconda parte. In quei punti c’è sempre la possibilità di trovarsi il filler o la traccia loffia che ti fa rodere il culo perchè eri di fronte ad un disco che poteva essere una vera rivelazione. World Coming Down non è sicuramente così, visto che la title-track è messa a metà scaletta e poi c’è il crescendo (compresa Pyretta Blaze, traccia che mi intriga molto per la linea vocale e melodica) fino ad approdare al medley Beatles-iano Day Tripper
Dentro tutto questo c’è Pete Steele che viene a capo dei suoi demoni, che poi diventano i tuoi demoni e, quando il conto arriva a 74 minuti e lui ha vinto, allora hai vinto anche te. Per osmosi, oserei dire.
Perché è in queste tracce, in cui Pete combatte con la morte, che tu risali piano piano verso quella forma di socialità che ti permette di andare avanti e, per un po’ di tempo, non ti fa sentire quel peso sulle spalle e quella nube scura all’angolo dell’occhio.
[Zeus]

Niente di nuovo sotto la croce rovescia: Voidstalker / Pleaguepreacher (Split – 2019)

La recensione di oggi vede coinvolte due band austriache riunite per l’occasione in uno split album dove la parola d’ordine è: black metal. Andando con ordine, ad aprire le ostilità sono i Plaguepreacher che propongono l’omonimo demo composto da cinque brani. La via scelta dal gruppo è quella di guardare al black metal norvegese e di imbastardirlo con un po’ di black n’ roll e di blackgaze. Se sulla carta l’idea potrebbe far storcere il naso a molti, devo dire che, pure non facendo gridare al miracolo, la band tira fuori una commistione equilibrata e che si fa ascoltare volentieri.
Il riffing non presenta niente di particolarmente originale ma è convincente e coinvolgente e se è proprio con la componente black n’ roll/blackgaze che ci accoglie l’opener We Die Alone, non si lasciano aspettare, all’interno della stessa track, sferzate glaciali in puro stile old school, in un alternarsi di mid tempo e blast beat che determina la formula compositiva della band (fortunatamente, non sempre nello stesso ordine).
Volutamente grezzo nel sound, l’album ha comunque una bella produzione: gli strumenti si sentono tutti, le chitarre sono ben definite, nonostante il suono “sporco”, così come le vocals. Non c’è molto altro da aggiungere, ci troviamo di fronte a cinque brani senza fronzoli, minimali, senza pretese di innovazione ma che vanno bene così, perché questo è il chiaro intento della band. Provate ad ascoltarli, potrebbero piacervi e divertirvi.

Ai Plaguepreacher seguono i Voidstalker con l’Ep Nihilistik. Gli altrettanto austriaci ci accolgono con una lunga serie di conati di vomito come biglietto da visita nella opener Religous Scum. E chi siamo noi per dargli contro? Sempre cinque i brani presentati, sempre black metal, ma questa volta più puro, senza contaminazioni da altri generi. I Voidstalker ci riportano al metallo nero grezzo e veloce dei tempi che furono, con una produzione decente ed una buona esecuzione, senza picchi di memorabilità e di inventiva, ad essere onesto, ma che si lascia ascoltare ed intrattiene. Make Black Metal A Treath Again è il loro motto e sebbene forse sia una causa persa, si apprezzano l’intento e anche l’ironia… già, perché secondo me, e spero di non sbagliarmi, i Voidstalker fanno anche un po’ i cazzoni e si divertono pure… altrimenti come interpretare la pisciata di nattefrostiana memoria posta in chiusura di Fade Out Of Life o gli applausi e il “Thank you, good night” alla fine dell’ultima track War Always Wins (e già il titolo…)?
A voi ascoltatori il compito di dare la vostra interpretazione.
Come per la band precedente, consiglio l’ascolto (trovate lo split su bandcamp) perché, anche se non portano nulla di nuovo al genere, i Voidstalker ci presentano un lavoro onesto e fatto con passione.
[Lenny Verga]

Se volete ascoltare i dischi, cliccate su QUESTO LINK.

Dopo trent’anni, spacca ancora. Black Sabbath – Headless Cross (1989)

Nella seconda metà degli anni ’80, i Black Sabbath erano realmente poca cosa. Non in termini assoluti, ma proprio in relazione al periodo e ad annate quantomeno movimentate sotto vari punti di vista, non ultimo quello dell’incapacità di trovare una line-up stabile, tanto che per molti anni i Sabbath erano l’equivalente della cassa del McDonalds/Burger King…, non trovavi mai la stessa persona dentro.
A parte il baffuto Iommi, che si era già rotto il cazzo in occasione di Seventh Star, ma all’epoca aveva ben poco potere contrattuale, tutti cambiavano e andavano/venivano senza fermarsi troppo ad odorare casa Sabbath. Almeno finché Iommi non ha trovato il bistrattato Tony Martin, l’ha adottato e fatto cantare su 5 dischi in studio. Un record per i Sabbath post-Ozzy.
Infatti in Tony Martin non ci crede molto neache la baffuta mano di Dio, e quindi lo scarica e lo riprende con una noncuranza da far paura.
In uno dei periodi up, i Sabbath entrano in studio con Cozy Powell alla batteria e sfidando l’hair metal, il grunge in fase nascente e tutto l’estremismo che stava arrivando dai vari cantoni del mondo conosciuto, incidono Headless Cross
Un disco che ritorna a parlare del diavolo, ma che suona come Hollywood negli anni ’80. Chitarre fiammanti, batteria che sembra registrata in una galleria e tutta una spolverata di glamour e lucido da scarpe che, del sound Sabbath, è un po’ l’antitesi. Ma c’è il proverbiale “ma…”, come potete ben immaginare.
A parte Iommi che piglia per il culo Tony Martin per la qualità dei testi (troppo demonio dentro!), il disco è forse il migliore uscito da Born Again e, in prospettiva, lo sarà anche post-TYR. Su The Eternal Idol c’erano dei buoni momenti, ma era un disco incostante, seppur oscuro, che ballava fra cose ottime e canzoni “più ordinarie”, mentre su Headless Cross ci sono buone canzoni che formano un disco compatto e, paradossalmente, molto più easy listening di qualsiasi disco precedente o successivo della band inglese (anche se Black Moon sembra provenire proprio dalle session di The Eternal Idol).
Pur bistrattato dal dispotico Iommi, Tony Martin tira fuori una buona prestazione e le sue tonalità, che in certi momenti richiamano quelle di R.J.Dio pur non avendo l’espressività e il carisma naturale, mescolano tutto alla grande. 
Headless Cross è il disco che più richiama il periodo in cui è stato registrato. Per molti anni i Sabbath sono stati pionieri di un sound innovativo (anche in Born Again riescono a suonare più disturbanti e aggressivi di molte band metal dell’epoca) o impropriamente tirati dentro la NWOBHM, cosa che comunque ha “salvato” la carriera di una band orfana del suo singer più carismatico, nel 1989 Iommi&Co. cavalcano il sound in voga e mischiano tutto quello che c’è in trend all’epoca. 
I riff sono grossi, intensi (Headless Cross) e non mancano anche intro più melodiche ed emozionanti (When Death Calls o Nightwing – che poi sfociano in un robusti, e magniloquenti, hard rock), mentre forse a livello di intensità il binomio Kill in The Spirit World – Call of The Wild sono le meno appetibili, ma hanno tratti interessanti. 
Pur essendo un buon album, Headless Cross è il preludio al secondo periodo più complicato della carriera sabbathiana e cioè quella degli inizi degli anni ’90. Il grunge li avrà fatti ritornare sulla mappa della musica da ascoltare (per la seconda volta dal 1977 erano accostabili a “dinosauri”/musicisti ormai fuori dai giochi) e fatti conoscere a migliaia di giovanissimi metallari, ma ha portato con sé mille cambi di line-up, indecisioni, album non sempre al top e la voglia di riunirsi con Ozzy Osbourne. Nel 1989 non erano ancora finiti, ma non tirava certo una bellissima aria per uno dei migliori gruppi in assoluto. 
[Zeus]

L’ouroboros Volbeat: Rewind, Replay, Rebound (2019)

Antonio Cassano non ha bisogno di grandi presentazioni.
Nominate il giocatore barese ad un pubblico eterogeneo, quindi non solo dedito al calcio, e non riceverete indietro solo occhiate bovine.
Quindi è un “fenomeno” che trascende il settoriale (calcio) e abbraccia un pubblico più ampio che, del calcio, non ne fa un atto fideistico.
Incostante per natura, Cassano non ha sempre mostrato sul campo la genialità (indiscussa) che si portava come bagaglio tecnico e ha fatto parlare di sé più per i suoi atteggiamenti extra-sportivi che per quello che ha fatto vedere sul rettangolo verde.
L’epica del suo calcio trova un punto di partenza nel Bari, dove fa due anni di gavetta, ma è già alla sua seconda partita in Serie A, contro l’Inter, a mostrare che tutto quello che ha da proporre sarà una mistura di genio e follia. Minuto 88 del cronometro: stop, dribbling e gol che sigilla la partita sul 2 -1 per il Bari.
Fomento del pubblico. 
Due anni, poche partite con il Bari, ma l’impatto che ha sui tifosi è incredibile. Acquista un credito talmente alto, che molte squadre di prima fascia lo vogliono, ma solo la Roma riesce a prenderlo. Antonio passa cinque anni nella Capitale ed è un rapporto di amore ed odio: con la Roma, la sua popolarità cresce in maniera esponenziale (ormai è nel calcio “che conta”), ma il suo malvagio fratello Mr. Hyde esce spesso e volentieri con le ormai classiche “cassanate”.
Questi atteggiamenti vengono tollerati, anche per più tempo di quanto fosse pensabile, finché la proprietà ne ha le palle piene e, di fronte al rifiuto di rinnovo del contratto, lo spedisce, con un pacco di sola andata verso Madrid, sponda Real. 
Quello che doveva essere un salto verso l’alto, il raggiungimento dell’Olimpo calcistico, è invece un momento estremamente negativo nella sua carriera. Conosciuto più per i suoi atteggiamenti irrispettosi e per una forma fisica al limite del ridicolo, i due anni passati a Madrid sono un fallimento sotto tutti i punti di vista. E, vorrei precisare, neanche l’arrivo in panchina del suo vecchio mentore Fabio Capello riesce a rivitalizzare la luna storta di Fantantonio. 
Non passa poi molto tempo prima che la dirigenza madrilena si stufi di avere una palla al piede e coglie l’occasione per liberarsi, almeno in prestito, di Cassano. Il passaggio alla Sampdoria non strappa poi troppe lacrime al pubblico di Madrid. 
Quello che forse lo stesso Cassano non sapeva, è che la Sampdoria è uno dei capitoli migliori della sua carriera. In un ambiente come quello ligure, riesce a tirar fuori prestazioni convincenti, condite da gol e assist. 
Ma Mr. Hyde non riesce a starsene buono e, quando tutto stava procedendo decentemente, se ne esce distruggendo l’idillio e facendo sì che Antonio venga messo fuori rosa per comportamenti oltraggiosi. 
In un clima compromesso, Cassano viene spedito a svernare in zona Milano: prima sponda Milan e poi Inter. In entrambi i casi, i risultati ottenuti sul campo sono nettamente inferiori a quello che il suo talento potrebbe offrire. L’esperienza in rossonero è difficile e complicata ancora di più dai grossi problemi di salute che lo tengono fuori dal calcio giocato per diverso tempo; mentre in nerazzurro testimonia che, pur mostrando lampi di classe, ormai il suo calo di popolarità e impatto sul calcio di Serie A sta incominciando a scendere. O, come potrebbe supporsi, il talento cristallino, non curato a dovere, non è più sufficiente per reggere l’impegno con una big del calcio. 
In estate viene scaricato dall’Inter e mandato a giocare a Parma. Superati i 30 anni non è un giocatore finito, ma a quell’età il meglio spesso è stato già raggiunto (sono pochi i casi contrari). In Provincia, però, Fantantonio sembra riprendersi un po’ e le prestazioni sportive sono soddisfacenti e, in un anno e mezzo, mette a segno 18 gol e numerosi assist. Non pochi per uno che, punta centrale, non è di certo. 
La provincia, però, ha altri problemi e quelli del Parma sono i cambi di proprietà e gli stipendi che non arrivano. Dopo mesi di mancati pagamenti e poca serietà, Cassano rescinde il contratto con i crociati e ritorna alla Sampdoria, per quello che sembrava essere un “back to the future”. Finalmente Antonio ritorna dove aveva fatto vedere uno del miglior calcio post-Roma. 
Carriera rivitalizzata? No. Assolutamente no. Come tutte le “minestre riscaldate”, la seconda vita sampdoriana non è certo rose e fiori. Dopo pochissimo tempo anche la Sampdoria non lo ritiene più indispensabile e lo mette ai margini del progetto tecnico. La fine della carriera è dietro l’angolo, solo che nessuno lo vuole dire apertamente. 
I successivi tentativi, con Verona e Virtus Entella, per quanto simpatici e strombazzati sulla stampa come “comeback”, sono dei abortiti prima ancora di iniziare ad essere qualcosa di interessante. Prima ancora di iniziare il campionato, Cassano annuncia il suo ritiro definitivo dalla scena calcistica. 
Ad inizio agosto è uscito il nuovo disco dei Volbeat, Rewind, Replay, Rebound, e io so con certezza a che punto della carriera sono.
[Zeus]

Il ritorno di Lord Ahriman: Dark Funeral – Where Shadows Forever Reign (2016)

Vi giuro, la delusione provata nel sentire i Dark Funeral dal vivo al Kaltenbach Open Air è stata enorme. Talmente grande che, per un po’ di tempo, mi sono rifiutato di sentire quanto prodotto dagli svedesi. Ok, non c’era niente di nuovo da sentire visto che nel 2015 la band si era appena riunita dopo uno split di diversi anni, ma questo è un discorso secondario. I Dark Funeral mi avevano fondamentalmente disgustato. 
Non ho sentito uscire Satana dagli amplificatori e questo mi ha spinto fra le braccia di un terribile panino con la cotoletta impanata. Scegliere mangiare tossico invece che adorare il Grande Capro dovrebbe essere una spia sulla mia disaffezione verso Lord Ahriman&Co. 
Solo negli ultimi tempi, e grazie all’opera di recupero dei ventennali (Vobiscum Satanas), sono ritornato a sentire con maggiore continuità anche gli svedesi e ho ripreso in mano anche un disco come Where Shadows Forever Reign del 2016.
Avevo bisogno di un po’ di tempo per riprendere ad immergermi nelle sonorità dei Dark Funeral e capire che l’entrata di Heljarmadr nella band aveva portato le lancette indietro nel tempo. Perché è innegabile che questo LP del 2016 sia una sorta di ritorno ad un The Secrets Of The Black Arts e primo periodo del gruppo svedese.
A partire dalla cover art (di nuovo il blu e di nuovo il paesaggio fra il desolato e l’oscuro) fino a raggiungere a quel mix di velocità ferine (As One We Shall Conquer o Beast Above Man) e di melodie blasfeme sottocutanee, l’ultimo disco in studio urla il suo essere una congiunzione con il passato remoto della band
669_photo
Nei sette anni che sono passati da Angelus Exuro pro Eternus a questo LP, Ahriman non si è fatto prendere dalla smania di di trend strani, non si è invaghito di componenti sinfoniche o di trend ambient/EBM o altro; questo rigore, per quanto mi riguarda, è un vero toccasana.
Potevano succedere cose peggiori, ma sembra che l’immobilità forzata di Lord Ahriman e il suo guardare indietro sia stata l’unica cosa sensata da fare in un periodo di rivoluzioni interne. Che poi il mainman sia egocentrico (vedasi Temple Of Ahriman posizionata in centro al disco – no, non è un caso), questo è un fatto assolutamente secondario.
Perché questo è un disco che è stato concepito come dichiarazioni d’intenti del Lord Ahriman: i Dark Funeral sono io, la band si muove in questa direzione e, soprattutto, si è voluto levare di dosso l’ombra pesante di Emperor Magus Caligula
Una sorta di pep-talk rivolto a sé stesso, se vogliamo fare dell’ironia. Perché fra mille cambi di line-up (peccato per l’abbandono del batterista Dominator, responsabile della scrittura di ben tre canzoni e di un’ottima prestazione dietro le pelli) e un fulcro sonoro da ritrovare, un po’ di incoraggiamento ci sta. 
E il risultato di questo training è buono, perché gli svedesi partono con Unchain My Soul (canzone fra le più accessibili fra quelle presenti sull’LP) e non sbagliano un colpo fino alla conclusione; dove è forse la più doom-ish As I Ascend ad essere l’episodio meno ispirato del lotto, ma niente da farti scattare col dito puntato come la scimmia di Family Guy. 
Il finale lasciato alla title track mi fa ben sperare e, finalmente, dopo anni di disaffezione posso ritornare a godermi qualche disco dei Dark Funeral senza doverli valutare, ingiustamente, sotto la lente distorta di una serata probabilmente molto, ma molto, sfortunata. 
[Zeus]

Ormai nel caos, Moonspell – The Butterfly Effect (1999)

Mentre sto percorrendo le strade di questo strano 1999, mi viene in mente che a parte certi ottimi dischi, la produzione di porcheria è aumentata a dismisura. Un po’ come il momento di passaggio fra la pellicola Kodak e la foto digitale: con il rullino non ti saresti mai sognato di fare 74 foto delle gambe al mare, visto che sviluppare le foto costava un rene e mezzo; adesso riceviamo la qualunque tramite Instagram (che uso, anche se non mi fotografo le zampe. Grazie al Capro, direte voi, e lo ripeto anche io).

Mentre The Butterfly Effect gira sullo stereo, per ricordarmi bene cos’era quel disco dei Moonspell all’indomani di Sin / Pecado, mi viene in mente che il 1999 è anche l’anno in cui l’ascoltatore italico ha subito l’onta di sentire 50 Special dei Lunapop. Ve lo ricordate quel singolo, vero? Presenza fissa a Festivalbar (credo, non mi ricordo se c’era ancora Festivalbar o era già stato rimpiazzato dalla versione “italiana” di Top Of The Pops), in ogni trasmissione televisiva e in radio, i Lunapop erano lanciatissimi verso un successo italiano che, poi, è puntalmente arrivato, certificando lo stato mentale decisamente brutto di questo Paese alla deriva. Anche 50 Special ha compiuto 20 anni e siamo riusciti, pian piano, a togliercela dalle balle. Che è un vantaggio.
E bisogna considerare che anche questo The Butterfly Effect non ha passato proprio dei momenti felicissimi. Composto praticamente tutto da Pedro Paixão (tastierista), The Butterfly Effect ti lascia stordito per quanto è tranciante nella sua svolta industrial/gothic. E sì, che guardato con la lente d’ingrandimento, questo LP è tutt’altro che leggerino, visto che Ribeiro tira fuori spunti notevoli e le ritmiche sono decisamente pesanti (quando ci si mettono d’impegno). Il problema è che non ci sono canzoni ricordabili. 
Forse per questo motivo mi è saltata in mente 50 Special?
Non credo, visto che quella canzone te la tiravano dietro tanto al chilo.
Penso sia una questione di tempismo. I portoghesi, nel 1999, stavano attraversando un momento di cambiamento (poi culminato con la più classica delle inversioni ad U) e percorrono la strada che tentano anche act nel centro Europa (i Samael) o nel Nord Europa (i The Kovenant). Quello era il trend che andava e Ribeiro&Co. si son fatti prendere la mano e fra alcuni brani che assomigliano a quanto fatto dal Reverendo Marilyn Manson dall’altra parte dell’Oceano e altri che boccheggiano dietro ad una formale pesantezza riempita da una bolla di sapone compositiva, ci consegnano The Butterfly Effect.
Un supplì di nulla con la pesantezza del fritto.
Non voglio supporre che la mancanza di Waldemar Sorychta dietro il mixer sia stata una mazzata nel songwriting dei portoghesi, ma sicuramente senza di lui il disco è uscito fiacco e poco interessante.
Ma tanto a noi, in Italia, che ci frega di questi traumi e scossoni della scena black/gothic del Mediterraneo, noi avevamo 50 Special dei Lunapop e stavamo bene, guardavamo il futuro fieri e incuranti dello sfacelo che si sarebbe abbattuto su tutti noi.
[Zeus]