Il ritorno di Lord Ahriman: Dark Funeral – Where Shadows Forever Reign (2016)

Vi giuro, la delusione provata nel sentire i Dark Funeral dal vivo al Kaltenbach Open Air è stata enorme. Talmente grande che, per un po’ di tempo, mi sono rifiutato di sentire quanto prodotto dagli svedesi. Ok, non c’era niente di nuovo da sentire visto che nel 2015 la band si era appena riunita dopo uno split di diversi anni, ma questo è un discorso secondario. I Dark Funeral mi avevano fondamentalmente disgustato. 
Non ho sentito uscire Satana dagli amplificatori e questo mi ha spinto fra le braccia di un terribile panino con la cotoletta impanata. Scegliere mangiare tossico invece che adorare il Grande Capro dovrebbe essere una spia sulla mia disaffezione verso Lord Ahriman&Co. 
Solo negli ultimi tempi, e grazie all’opera di recupero dei ventennali (Vobiscum Satanas), sono ritornato a sentire con maggiore continuità anche gli svedesi e ho ripreso in mano anche un disco come Where Shadows Forever Reign del 2016.
Avevo bisogno di un po’ di tempo per riprendere ad immergermi nelle sonorità dei Dark Funeral e capire che l’entrata di Heljarmadr nella band aveva portato le lancette indietro nel tempo. Perché è innegabile che questo LP del 2016 sia una sorta di ritorno ad un The Secrets Of The Black Arts e primo periodo del gruppo svedese.
A partire dalla cover art (di nuovo il blu e di nuovo il paesaggio fra il desolato e l’oscuro) fino a raggiungere a quel mix di velocità ferine (As One We Shall Conquer o Beast Above Man) e di melodie blasfeme sottocutanee, l’ultimo disco in studio urla il suo essere una congiunzione con il passato remoto della band
669_photo
Nei sette anni che sono passati da Angelus Exuro pro Eternus a questo LP, Ahriman non si è fatto prendere dalla smania di di trend strani, non si è invaghito di componenti sinfoniche o di trend ambient/EBM o altro; questo rigore, per quanto mi riguarda, è un vero toccasana.
Potevano succedere cose peggiori, ma sembra che l’immobilità forzata di Lord Ahriman e il suo guardare indietro sia stata l’unica cosa sensata da fare in un periodo di rivoluzioni interne. Che poi il mainman sia egocentrico (vedasi Temple Of Ahriman posizionata in centro al disco – no, non è un caso), questo è un fatto assolutamente secondario.
Perché questo è un disco che è stato concepito come dichiarazioni d’intenti del Lord Ahriman: i Dark Funeral sono io, la band si muove in questa direzione e, soprattutto, si è voluto levare di dosso l’ombra pesante di Emperor Magus Caligula
Una sorta di pep-talk rivolto a sé stesso, se vogliamo fare dell’ironia. Perché fra mille cambi di line-up (peccato per l’abbandono del batterista Dominator, responsabile della scrittura di ben tre canzoni e di un’ottima prestazione dietro le pelli) e un fulcro sonoro da ritrovare, un po’ di incoraggiamento ci sta. 
E il risultato di questo training è buono, perché gli svedesi partono con Unchain My Soul (canzone fra le più accessibili fra quelle presenti sull’LP) e non sbagliano un colpo fino alla conclusione; dove è forse la più doom-ish As I Ascend ad essere l’episodio meno ispirato del lotto, ma niente da farti scattare col dito puntato come la scimmia di Family Guy. 
Il finale lasciato alla title track mi fa ben sperare e, finalmente, dopo anni di disaffezione posso ritornare a godermi qualche disco dei Dark Funeral senza doverli valutare, ingiustamente, sotto la lente distorta di una serata probabilmente molto, ma molto, sfortunata. 
[Zeus]