Dopo trent’anni, spacca ancora. Black Sabbath – Headless Cross (1989)

Nella seconda metà degli anni ’80, i Black Sabbath erano realmente poca cosa. Non in termini assoluti, ma proprio in relazione al periodo e ad annate quantomeno movimentate sotto vari punti di vista, non ultimo quello dell’incapacità di trovare una line-up stabile, tanto che per molti anni i Sabbath erano l’equivalente della cassa del McDonalds/Burger King…, non trovavi mai la stessa persona dentro.
A parte il baffuto Iommi, che si era già rotto il cazzo in occasione di Seventh Star, ma all’epoca aveva ben poco potere contrattuale, tutti cambiavano e andavano/venivano senza fermarsi troppo ad odorare casa Sabbath. Almeno finché Iommi non ha trovato il bistrattato Tony Martin, l’ha adottato e fatto cantare su 5 dischi in studio. Un record per i Sabbath post-Ozzy.
Infatti in Tony Martin non ci crede molto neache la baffuta mano di Dio, e quindi lo scarica e lo riprende con una noncuranza da far paura.
In uno dei periodi up, i Sabbath entrano in studio con Cozy Powell alla batteria e sfidando l’hair metal, il grunge in fase nascente e tutto l’estremismo che stava arrivando dai vari cantoni del mondo conosciuto, incidono Headless Cross
Un disco che ritorna a parlare del diavolo, ma che suona come Hollywood negli anni ’80. Chitarre fiammanti, batteria che sembra registrata in una galleria e tutta una spolverata di glamour e lucido da scarpe che, del sound Sabbath, è un po’ l’antitesi. Ma c’è il proverbiale “ma…”, come potete ben immaginare.
A parte Iommi che piglia per il culo Tony Martin per la qualità dei testi (troppo demonio dentro!), il disco è forse il migliore uscito da Born Again e, in prospettiva, lo sarà anche post-TYR. Su The Eternal Idol c’erano dei buoni momenti, ma era un disco incostante, seppur oscuro, che ballava fra cose ottime e canzoni “più ordinarie”, mentre su Headless Cross ci sono buone canzoni che formano un disco compatto e, paradossalmente, molto più easy listening di qualsiasi disco precedente o successivo della band inglese (anche se Black Moon sembra provenire proprio dalle session di The Eternal Idol).
Pur bistrattato dal dispotico Iommi, Tony Martin tira fuori una buona prestazione e le sue tonalità, che in certi momenti richiamano quelle di R.J.Dio pur non avendo l’espressività e il carisma naturale, mescolano tutto alla grande. 
Headless Cross è il disco che più richiama il periodo in cui è stato registrato. Per molti anni i Sabbath sono stati pionieri di un sound innovativo (anche in Born Again riescono a suonare più disturbanti e aggressivi di molte band metal dell’epoca) o impropriamente tirati dentro la NWOBHM, cosa che comunque ha “salvato” la carriera di una band orfana del suo singer più carismatico, nel 1989 Iommi&Co. cavalcano il sound in voga e mischiano tutto quello che c’è in trend all’epoca. 
I riff sono grossi, intensi (Headless Cross) e non mancano anche intro più melodiche ed emozionanti (When Death Calls o Nightwing – che poi sfociano in un robusti, e magniloquenti, hard rock), mentre forse a livello di intensità il binomio Kill in The Spirit World – Call of The Wild sono le meno appetibili, ma hanno tratti interessanti. 
Pur essendo un buon album, Headless Cross è il preludio al secondo periodo più complicato della carriera sabbathiana e cioè quella degli inizi degli anni ’90. Il grunge li avrà fatti ritornare sulla mappa della musica da ascoltare (per la seconda volta dal 1977 erano accostabili a “dinosauri”/musicisti ormai fuori dai giochi) e fatti conoscere a migliaia di giovanissimi metallari, ma ha portato con sé mille cambi di line-up, indecisioni, album non sempre al top e la voglia di riunirsi con Ozzy Osbourne. Nel 1989 non erano ancora finiti, ma non tirava certo una bellissima aria per uno dei migliori gruppi in assoluto. 
[Zeus]

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